Torino Fringe: Teatro sociale e impegnato

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di Tommaso Chimenti

Il Fringe di Torino è da sempre un laboratorio di idee, si scoprono le tendenze drammaturgiche, si studia il cambiamento da parte del pubblico, si notano le differenze tematiche, ci si appuntano nuovi nomi, si possono elencare nuove modalità di stare in scena, differenti argomenti trattati. E’ una cartina tornasole (non ci stancheremo mai di sottolineare la qualità che lo fa essere, a nostro avviso, anche a livello organizzativo il primo Fringe italiano, sopra quelli di Milano o quello di Roma) dove si può tastare il polso soprattutto delle giovani generazioni a livello sociale, le loro nuove vecchie paure, timori, ansie, preoccupazioni, rassegnazioni. E diciamo che, se teatralmente abbiamo visto prodotti (monologhi) validi stilisticamente e contenutisticamente, dal punto di vista del bene comune, del benessere interiore della nostra Italia non siamo messi benissimo. E la colpa certamente non è di questi ragazzi saliti sul palco ma del liquido amniotico nel quale tutti sguazziamo come se aspettassimo il colpo di grazia, la fine del discorso che stiamo spostando, procrastinando, senza cercare nel frattempo soluzioni, anche perché, forse, non ce ne sono o non dipendono solamente dal nostro volere. Abbiamo avuto come l’impressione, e questa tendenza negli ultimi anni si è acuita, di stare in una deriva, su un crinale pericoloso del quale nessuno percepisce più la pericolosità o la fallacia perché, per sopravvivere, l’abbiamo normalizzata, resa quotidiana per salvarci, per non deprimerci ulteriormente. Ne abbiamo prima sorriso esorcizzando questa paura poi riso in maniera isterica e adesso siamo in quello stallo dove tutto va abbastanza male ma non siamo più capaci, per mancanza di forze ed energie e possibilità, di tornare indietro, di invertire la rotta, di scendere dal treno in corsa, di dire basta. Come quel tizio che cadendo dal decimo piano al nono dice: “Fin qui tutto bene”.

Ecco, ascoltando questi ragazzi, la loro amarezza sconfinata, la loro impotenza, quella sottomissione allo status quo, quella pazienza e sopportazione che non è menefreghismo ma mancanza di vie d’uscita, si sentono i morsi del terrore, di quello che sarà, il lavoro che non c’è, l’immigrazione incontrollata, le guerre che spuntano come funghi, la carenza abitativa, l’inflazione, i costi che aumentano vertiginosamente mentre come contraltare il mondo là fuori ci fa vedere, attraverso Instagram, il bello e il lusso che mai ci potremo permettere aumentando la nostra frustrazione, il nostro sentirci inutili, senza speranza, impostori che sopravvivono invece che vivere. Questi monologhi ai quali abbiamo assistito ci dicono che stiamo in un equilibrio precario su di un mondo in pezzi, in frantumi che sta venendo giù e non ci stiamo più preoccupando di quando questo accadrà, la nostra unica apprensione è arrivare a domani con il minor numero di danni collaterali subiti mentre il mondo che prospettavano per noi i nostri genitori, che ci hanno fatto studiare per avere un lavoro e uno stipendio migliore del loro e quindi più felicità, viaggi, possibilità, si è dissolto tra gli anni ’80, quelli del falso boom, e i Duemila dove i nodi sono venuti al pettine. Se poi, ai problemi economici ci aggiungi anche le incertezze globali prodotte dalle guerre, Ucraina, Israele, allora il piatto è servito, la frittata è completata.

In questo solco è molto interessante la scrittura di Buonarota/Pisci che per raccontarci del caporalato pugliese che vessa i raccoglitori di pomodori crea un doppio binario, che si fa anche dialogo metaforico e metafisico, impossibile e irreale quanto sentimentale, tra un frutto rosso e il lavoratore arrivato da terre lontane. L’ironia si fa cupa amarezza negli occhi del “Pomodoro”, il titolo del monologo, che vede e interpreta il mondo appunto con i suoi parametri confondendo la realtà dei fatti con tutta l’ingenuità che può avere la Natura in mezzo alle faccende sporche e laide degli umani. Da una parte c’è la crescita del pomodoro, da verde a giallo a finalmente rosso, dall’altra ci sono i sogni e le speranze, sempre raccontate dal pomo, di questo ragazzo che dopo essersi spezzato la schiena nei campi con orari impensabili e una paga da fame, aver dormito in baracche sovraffollate, alla fine del mese il kapò lo picchia senza dargli i soldi pattuiti. Il pomodoro ogni mattina studia le mosse del “suo” lavoratore preferito, lo coccola a distanza, capisce empaticamente come è andata ieri e come sarà l’umore di oggi; è una sorta di innamoramento a distanza, come a dirci che la Natura che usiamo e sfruttiamo forse ha un’anima, è senziente, prova emozioni, si affeziona mentre noi uomini in essa vediamo soltanto merce da vendere. Le violenze e le barbarie perpetrate ai danni del ragazzo indiano scorticano. I diserbanti dopanti per far crescere più velocemente i pomodori con i loro additivi chimici che li rendono fintamente più belli e infinitamente meno buoni, sia per la salute che al gusto, ci danno un affresco della valle di lacrime dove si è infilato l’Uomo sempre alla ricerca, in qualsiasi campo, della scorciatoia, del profitto ai danni degli altri, della furberia, della velocità, dell’uso e dell’abuso dell’intorno facendo tabula rasa, distruggendo, violentando, stuprando piante, animali, altri simili in un gioco al massacro senza fine, sicuramente senza pace né per la vittima ma neanche per il carnefice. Tra le cassette della frutta ci racconta del gioco de “La grande caccia” una sorta di safari tra gli italiani e gli indiani che hanno appena ricevuto la paga che se riescono a scappare in bicicletta inseguiti da una macchina si tengono il misero stipendio altrimenti, dopo le “meritate” botte, gli viene requisito proprio perché hanno perso il “gioco”. Il finale ci dona una chiusa circolare e minimamente pacificata: il pomodoro messo nelle cassette di plastica comincia il suo giro tra furgoni per raggiungere i vari mercati (come ha fatto il migrante stipato su qualche mezzo di locomozione di (s)fortuna) e una volta esposto sul banco viene comperato dal ragazzo che nel frattempo è scappato e si è messo a vendere le rose, per un ricongiungimento, immigrato e pomodoro nel sacchetto che si incamminano verso casa per farsi amore e sostentamento, finalmente una minima pace, o quiete, e sapore, sostanza, cibo per il cuore e l’anima.

Impegnato è assolutamente anche “Senza un motivo apparente” (prod. Teatro della Cooperativa) che riporta a galla una vicenda forse sfuggita alla cronaca mainstream: fine anni ’80 un medico, direttore dell’allora USL di Saluzzo, profondo e alacre Nord piemontese, ucciso con colpi di pistola. Il refrain martellante che il sempre bravissimo e convincente Christian La Rosa dice è: “Ma qui non c’è la mafia”. In un continuo scavo giornalistico a ritroso tra le vicende, gli articoli di giornale, le dinamiche della politica cittadina, il grande scontro tra la Sanità pubblica e quella privata, ne esce fuori un affresco macchiato da tante ombre, punti interrogativi, dubbi, sospetti. La Rosa si muove avanti, nella luce, e indietro, nell’ombra opacizzata, un po’ un’indagine alla Report, un po’ Carlo Lucarelli in “Blu Notte” ora Enzo Tortora con puntiglio, adesso quasi una Iena, nel senso della trasmissione Mediaset. Scovare i mandanti, riesumare una coscienza che si è perduta, portare alla luce un fatto che il tempo si è mangiato e rosicchiato fino a perderne memoria. Potremmo dire che è un thriller avvincente e appassionante, una spy story tra corruzione, interessi, mala sanità, massoneria, illeciti, Democrazia Cristiana, in un’atmosfera che è un crescendo di pathos, adrenalina, pericolo. Il teatro dovrebbe sempre sollevare le coscienze. Un La Rosa atomico, sublime, imperturbabile, una storia tutta da rabbrividire perché la mafia è dappertutto, è in noi, è nel Sistema, è nella nostra omertà, è nel non vedere, è nel farsi gli affari propri, è nel girarsi dalla parte opposta per non avere problemi. Un testo tambureggiante che ci mette con le spalle al muro e ci dice: Tu da che parte vuoi stare?

E arriviamo agli ultimi che ci hanno colpito sia per tematiche, sia per attorialità che infine per esposizione e carisma in scena. Il primo è “Blasé” (prod. Officine Gorilla e Teatro della Juta) con un freschissimo e poliedrico Michele Puleio a incarnare più voci in un pezzo amarissimo anticapitalista senza voler insegnare, dare regole o avanzare tesi sociologiche ed economiche. La parabola di un ragazzo come tanti intrappolato nel “Sistema Amazon” ovvero in questa realtà che ti fa credere che tutto quello che vuoi lo puoi ottenere con un clic, con un semplice schiocco delle dita. Tutto ha un prezzo ma quando le infinite transazioni passano dalla carta di credito, dal cellulare, arrivare al rosso in banca, comprando per giunta cose che non useremo mai o inutili, allora cominciano i dolori. Allora ti rendi conto che il Volere è Potere è una bufala e che posto in questo mondo per i sogni ce n’è rimasto poco. Qui, alle nostre latitudini, puoi potenzialmente avere tutto ma praticamente siamo tutti poco sopra al livello di sussistenza. Questo ragazzo, il protagonista di questa pièce dove si ride a denti stretti, si rende conto di essere triturato quotidianamente da desideri a portata di mano ma ugualmente irrealizzabili schiacciato in una satira feroce che lo porta prima ad amare follemente Amazon, perché gli porta i suoi “regali”, poi ad odiare Amazon perché non si può più permettere i suoi oggetti inutili, ed infine a lavorare per Amazon chiudendo così causticamente e catarticamente il cerchio dell’esistenza. Qui iniziano le altre voci, ovvero tutti coloro che si interfacciano al ragazzo e sono tutte macchiette tanto realistiche quanto isteriche e irrazionali e ridicole: il responsabile delle risorse umane che gli fa il colloquio, il collega con il difetto fonetico da logopedista, la caporeparto acida, il direttore molto milanese sullo stereotipo Produco, Pago, Pretendo, un altro collega timido e impacciato, un altro romanesco. Dall’interno del Sistema, da dentro il vortice di uno stabilimento Amazon il nostro antieroe prende in ostaggio i dipendenti (ci ha in qualche modo ricordato Luigi Mangione che negli USA aveva sparato ad un assicuratore avendo buone attenuanti al suo odio…) per poi capire che neanche quella è la soluzione per poterne uscire. Tutti sono/siamo coinvolti, qualcuno se ne rende conto e tenta in ogni modo, anche il più discutibile e sguaiato, di scendere dal treno in corsa. Il nostro (il titolo in italiano significa indifferente, apatico) sul palco, ferito, sconfitto, è un Icaro illuso, è un Masaniello senza popolo disperso e disciolto nell’egoismo e nell’individualismo.

Scorre il tempo e la vita si complica passando dall’infanzia all’adolescenza all’età adulta e se prima tutto pareva avere un disegno, un destino e soprattutto una felicità, da grandi tutto appare assurdo, fuori scala, fuori regola e quasi sempre fuori dalla nostra portata ovvero incontrollabile. Potrebbe essere la storia di tutti quella raccontata da Sofia Longhini in “Tutte le cose più grandi di me” (prod. Fraternal Compagnia APS) che sembra abbia dentro un sapore alla Safran Foer. E’ uno sfogo al microfono, una sorta di stand up tra il tenero e l’arrabbiato, il deluso e il rassegnato scorrendo le varie tappe della vita in un’altalena di azioni morbide e piccole personali, mentre cresce comoda in un ambiente borghese, e i grandi avvenimenti mondiali sempre più catastrofici. Ricordi nostalgici quando il mondo erano il papà e la mamma, un divano, la scuola, i cartoni alla tv, la merenda, dopo si fa tutto più complicato e incomprensibile. “Quali lavori volevo fare da piccola? Ma quanta voglia avevamo di lavorare a cinque anni!”. Sale l’ansia con Bush e il Papa, Gheddafi, i soldi nuovi, gli euro, le Torri Gemelle, perché, insomma, ne sono successe di nefandezze in questi ultimi 20-30 anni. E mentre parla ci riconosciamo, ci riascoltiamo, ci risentiamo: la Lehman Brothers e il suo crollo, i primi scioperi e le manifestazioni, il Job’s Act, Charlie Hebdo, Giulio Regeni, Trump alla Casa Bianca, Greta Thumberg, Obama, Notre Dame de Paris in fiamme. E mentre il mondo va avanti e noi non riusciamo a stargli dietro, la nostra piccola vita deve affrontare esami e poi una laurea per trovare un lavoro redditizio o almeno retribuito decentemente. Un lavoro che non c’è, la casa dei tuoi sogni che non c’è, i tuoi sogni che si accartocciano. E allora babysitter, ripetizioni, spesa alla Lidl questo diventa il limite alla felicità, questo è il panorama e l’orizzonte quotidiano con il quale fare i conti senza avere la soluzione né sapere il modo per sfangarla e non essere travolti dal piattume. E poi la guerra tra la Russia e l’Ucraina così per innalzare il prezzo del gas e del petrolio e aumentare ancora un po’ l’inflazione. E allora l’“Uno su mille ce la fa” di Gianni Morandi non sembra più un inno generazionale ma una minaccia, una vendetta, un’ipotesi irrealizzabile o, almeno, sai già che quell’uno non sarai tu. La Longhini ha le spalle larghe, una scrittura che carezza ed arde, facendo sentire tutti perdenti in questo grande Gioco dell’Oca che è la vita, in questa ruota da criceti dove tutti corriamo senza sapere che in testa non c’è nessuno. Niente disimpegno, per fortuna, quest’anno al Torino Fringe.

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