Alessio Longoni e il coraggio delle domande senza risposta

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Con “Un motivo non c’è”, Alessio Longoni torna con un brano che sceglie di abitare l’incertezza senza cercare scorciatoie emotive. Una canzone sospesa, essenziale, che rinuncia volutamente a spiegare tutto per lasciare spazio al silenzio, alle interpretazioni e a quella sensazione di vuoto che spesso accompagna le relazioni e le assenze più difficili da comprendere.

In questa intervista Alessio Longoni racconta la nascita del singolo, il lavoro di sottrazione che ha definito il titolo e l’equilibrio tra scrittura istintiva e consapevolezza maturata negli anni. Un dialogo che attraversa il suo modo di intendere la musica: non come risposta definitiva, ma come spazio aperto in cui chi ascolta può riconoscersi.


Intervista ad Alessio Longoni

In “Un motivo non c’è” sembra emergere una forma di accettazione del vuoto e dell’assenza di spiegazioni: quanto è stato difficile arrivare a raccontare questa condizione senza cercare per forza una chiusura narrativa o emotiva?

È stato probabilmente l’aspetto più delicato del brano. Spesso, quando si scrive, viene naturale cercare una spiegazione, una risoluzione, quasi una forma di consolazione. In questo caso, invece, ho sentito l’esigenza di fermarmi prima, di restare dentro quella sospensione. “Un motivo non c’è” nasce proprio dall’idea che non tutto debba necessariamente avere una risposta chiara o una conclusione rassicurante. A volte la verità più autentica è accettare che alcune assenze restino tali, senza doverle riempire per forza di significato.

Nel tuo percorso hai spesso bilanciato scrittura cantautorale e arrangiamenti più moderni e stratificati: questo nuovo singolo da quale delle due direzioni è nato inizialmente?

Questo brano è nato prima di tutto da una suggestione melodica e da una frase molto essenziale, quasi spoglia. La matrice iniziale è stata decisamente cantautorale, molto intima. Solo successivamente ho sentito il bisogno di costruirgli attorno una veste sonora più contemporanea e per questo motivo è stato fondamentale collaborare con Vincenzo Messina, arrangiatore e musicista di Francesco Renga, il quale è stato capace di amplificare quella sensazione di sospensione emotiva che il testo racconta. Mi interessa sempre che arrangiamento e parole si sostengano a vicenda, senza che uno prevalga sull’altro.

Il titolo “Un motivo non c’è” è molto diretto e quasi disarmante: è sempre stato chiaro fin dall’inizio o è arrivato dopo un lavoro di sottrazione sul testo e sul significato del brano?

È arrivato abbastanza presto, ma ha assunto il suo peso definitivo dopo un lavoro di sottrazione. All’inizio c’erano immagini e frasi più esplicite, poi ho sentito che tutto convergeva verso quella semplice constatazione. Mi piaceva la sua nudità, il fatto che non cercasse di spiegare troppo. È un titolo che lascia uno spazio aperto, e credo che proprio in quella mancanza di spiegazione stia la sua forza.

Nella tua scrittura torna spesso una dimensione intima e riflessiva: in questo singolo hai cercato di mantenere lo stesso immaginario oppure hai provato a spostarti verso una narrazione più aperta o diversa rispetto al passato?

Credo ci sia continuità con il mio modo di scrivere, perché l’introspezione resta una parte naturale del mio linguaggio. Però in questo brano ho cercato di rendere quella dimensione meno autobiografica e più universale. Mi interessava raccontare una condizione emotiva che potesse essere sentita da chi ascolta senza dover necessariamente passare dalla mia esperienza personale. È forse uno dei miei brani più aperti all’interpretazione.

Dopo diversi anni di percorso musicale, come senti cambiato il tuo approccio alla scrittura: oggi parti più dall’istinto o da una maggiore consapevolezza strutturale dei brani?

Direi da un equilibrio tra le due cose. L’istinto resta fondamentale, perché è il momento più vero, quello in cui nasce qualcosa di autentico. Ancora oggi compongo con una chitarra tra le mani. Però con il tempo è cresciuta una consapevolezza maggiore rispetto alla struttura, al peso delle parole, ai silenzi, al modo in cui una canzone respira. Oggi cerco di fidarmi dell’istinto, ma con una capacità più lucida di riconoscere cosa serve davvero al brano e cosa invece va tolto.

“Un motivo non c’è” lascia volutamente spazio all’interpretazione dell’ascoltatore: quanto per te è importante oggi non spiegare troppo e lasciare che siano gli altri a completare il significato del brano?

Per me è fondamentale. Credo che una canzone smetta di appartenere completamente a chi la scrive nel momento in cui viene ascoltata. Se spieghi tutto, togli a chi ascolta la possibilità di entrarci davvero. Mi interessa molto di più suggerire che definire, lasciare degli spazi vuoti che possano essere riempiti dalle esperienze, dai ricordi e dalla sensibilità di ciascuno. È lì che, secondo me, avviene la connessione più vera.

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