Paolo Cevoli e il suo Enea errante…

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Nel suo nuovo monologo, Figli di Troia Paolo Cevoli affronta l’Eneide come se fosse un grande manuale di sopravvivenza contemporanea. Non la parodia, non la riduce: la traduce. La porta nel suo territorio naturale, quello dove l’epica incontra la quotidianità, e dove il mito diventa un dialetto possibile.

Cevoli costruisce un Enea che non è l’eroe marmoreo dei libri di scuola, ma un uomo che inciampa, che fugge con ciò che può salvare: un padre sulle spalle, un figlio per mano, e le sue divinità in tasca. In questa immagine, che l’attore restituisce con un’ironia tenera, quasi domestica, si condensa il cuore dello spettacolo: le radici come peso e come ancora, la speranza come gesto ostinato.

Il viaggio dell’eroe troiano diventa così un grande contenitore narrativo in cui Cevoli inserisce altre migrazioni, altri smarrimenti, altre partenze: Cristoforo Colombo che sbaglia strada e scopre un continente, Cappuccetto Rosso che attraversa il bosco come una piccola profuga, il principe vichingo Ragnar che affronta il mare come un imprenditore del rischio, e soprattutto Luciano, il padre dell’attore, emigrato in Australia negli anni Cinquanta. È in questo innesto biografico che il monologo trova la sua vibrazione più autentica: il mito si fa genealogia, la storia diventa famiglia.

La comicità di Cevoli non è mai gratuita: è un modo per sdrammatizzare senza sminuire, per rendere accessibile ciò che è antico senza tradirne la grandezza. Così anche l’arrivo alla foce del Tevere, con la scrofa che allatta, il sacrificio rituale, le focacce delle donne troiane, si trasforma in un finale sorprendente e irresistibile: il picnic fondativo di Roma, a base di panini alla porchetta. Una riscrittura che non deride il mito, ma lo riporta alla sua natura originaria: un racconto comunitario, condiviso, fatto per essere tramandato attorno a un fuoco… o a una tavola.

Figli di Troia di Paolo Cevoli è un monologo che è una lezione di leggerezza ed un atto d’amore verso le storie. Il comico romagnolo dimostra che l’epica non è solo un genere letterario, ma un modo di guardare un viaggio che se raccontato bene, può diventare fondativo. E ogni eroe, anche il più sconfitto, può trovare la sua Roma, magari dopo aver addentato un panino.

Giuliano Angeletti

Figli di Troia
Di e con Paolo Cevoli
regia Paolo Cevoli

 

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