Nella sontuosa cornice del Teatro Ponchielli riportato a primitivo splendore con rinnovati velluti della platea, si è tenuto il Concerto Cantami, O Diva recital del mezzosoprano Cecilia Bartoli cui è toccato l’onore di aprire il Monteverdi Festival 2026. Artista che non ha bisogno di presentazioni, balzata alla ribalta dopo che grandi direttori d’orchestra del calibro di Herbert von Karajan e Daniel Barenboim, ne intuirono il profondo talento e le innate capacità musicali. La sua carriera internazionale dura da oltre trent’anni scandita da passione oltre che per il canto, per la continua ricerca riportando alla luce compositori e partiture completamente dimenticati. Contagiosa nel febbrile entusiasmo che sprigiona in ogni sua apparizione, la poliedrica personalità dell’artista romana tutta si ritrova nei suoi Recital, occasione per apprezzarne la musicalità, il senso del teatro, il carisma unito a un caldo temperamento. È quello che è accaduto agli spettatori che hanno affollato il Ponchielli, nel trascinante Concerto cremonese. La serata inizia con la monteverdiana Toccata d’Orfeo, resa con piglio dal direttore Gianluca Capuano in rutilante efficacia di suono turgido e tondo, è teatrale introduzione della voce della cantante che, Dal mio permesso amato, in brevissimo assaggio esemplifica quel che significhi il canto: evocazione e languore che avvolge chi ascolta, con innato senso della parola. Capuano sparge raffinatezza con la Sinfonia del Parnaso di Händel, anticipo che riporta al centro la voce sirena con V’adoro pupille da “Giulio Cesare in Egitto” eseguito con punte di coquetterie, intriso di suadente sensualità in sottofondo di lunare malinconia, con una ripresa dell’aria con elaborata variazione, quasi estenuata, sostenuta da un filo vocale che ingemma il brano di preziosa intensità emotiva. E il direttore rende lo strumentale quasi in riverbero, in eco. Un soffio, un prezioso ricamo. Di verde smeraldo vestita, con “cleopatreggiante” cappa alla Cecil B. DeMille, non si limita a cantare ma cattura e ammalia con gli sguardi, agendo il personaggio – anche se in forma di concerto – contando dopo oltre trent’anni di carriera su un invidiabile legato e un’omogeneità dei registri. Ouverture dal Rinaldo händeliano in sfrecciante energia. E’ la volta di virare verso Antonio Vivaldi: Sovente il sole da “Andromeda liberata“ brano infarcito di mezze voci che dipingono lo stupore in andamento lento e quasi vena nostalgica, aria che riposa sull’intrigante fascino dell’ordito vivaldiano e del rapinoso andamento del violino solista. Un turbine orchestrale si scatena con la Sinfonia della “battaglia” dal Giulio Cesare di Händel: frenetica l’orchestra de Les Musiciens du Prince-Monaco in travolgente guerresco andamento, febbrile quasi e inusitate scaramucce di “bacchette” fra percussionisti di tamburi in orchestra. Mordente anticipazione del marziale ingresso della cantante – sguardo fiero e imperioso – foriero della competizione che si scatenerà nell’aria A facile vittoria dall’opera “Tassilone” d’Agostino Steffani, primo saggio di pirotecnica e acrobatica coloratura, raddoppiata in guerreggiar di bravura con la tromba che del pari si esibisce in virtuosismi. Cecilia Bartoli, vestita a mo’ di “guerriera dark”, s’impegna allo spasimo spingendo un poco sulla voce per superare il volume orchestrale (e gli acuti ne risentono). Si lancia vorticosa in rapidi vocalizzi, tipico esempio di agilità di “forza”, esibita in spettacolare coloratura perfettamente sgranata e impeccabile tenuta di fiati: travolgente il finale, a provarsi l’un l’altro i due solisti in imitazioni vocal-strumentali, esibendo tenute e riprese di fiati eclatanti, in divertito “teatrino” col trombettista, suscitante ilarità, per trasformare in gioco la drammaticità dell’aria. Il turbinio vocale si alterna nei due solisti, riprendendo variazioni, a volte in eco. Artista genialmente ironica in quelle espressioni del viso (che sole valgono), in felice stupore e sorpresa nell’ascoltare l’altro “virtuoso”, sempre divertita in agire teatralmente in scena: bravura e calamitazione del pubblico. Si riprende con il travolgente brio di Catalano nell’ouverture mozartiana de Le Nozze di Figaro, frizzante e vorticosa nei tempi, ancorché troppo pregnanti e sonori. Il clarinettista precede il soprano, nuovamente con mise “en jabot” con gran sagacia a scandisce Parto, parto (Mozart “La Clemenza di Tito”), ma Cecilia Bartoli ancor più la vivifica, esprimendo negli accenti determinazione e morbidezza nel fraseggio, impreziositi da una sapiente tenuta dei fiati. Imperativa nelle frasi, si mostra in abiti alla “Sesto” per meglio render il personaggio. Esegue attacchi in pianissimo, esibendo gran velocità di esecuzione, virtuosistica la coloratura e incursione nel registro basso solidamente ambrata. Intensa interpretazione, screziata da malinconiche sfumature. Attacchi imperativi in varietà di fraseggio e nelle dinamiche. Sfolgorando nel vivace finale di florida coloratura, con imploranti smorzando alternati a rapinosa velocità. Giunto alfine il momento del “suo” nume tutelare: Gioachino Rossini. Introdotto dal luccicante brillio della Sinfonia di La Cenerentola, la cantante romana entra, al mutar delle luci del fondo scena, in fasciante abito azzurro cielo per Assisa a piè d’un salice, dall’Otello. Mesti gli accenti, intrisi di lacerante e accorato rimpianto che infiamma e per la magnetica presenza scenica, trascende lo strazio in canto nostalgico ed evocativo. La parte finale è toccante implorazione, sublimazione della preghiera. Esattamente interpretando la poetica musicale del Pesarese. La cantante è ispirata, trasognata, quasi provata al termine dell’aria, tanta l’immedesimazione. E tuoni e lampi in orchestra ricreano la drammaticità del momento: non si rimpiange nessuna messinscena, evocata come spaccato di azione teatrale. Il punto più alto della serata. Il Barbiere di Siviglia, prima con la Sinfonia ricca di sottigliezze raffinate, poi con Una voce poco fa ci riporta sulla terra, a partir da quell’abito rosso (e ventaglio) nelle variazioni in “tinta” che sole si addicono a Rosina. E dal cilindro della sua esuberante fantasia, la Bartoli cava nuova astuzia e piquante malizia da un’aria ascoltata all’infinito, fresca furbizia giocando con i tempi e la dinamica del pezzo, con parche e saporose variazioni nella ripresa, con qualche sgranamento accusato in acuto. Un trionfo che termina quello che più che un Concerto è stato un vero e proprio one woman show, rappresentando nel panorama musicale internazionale una delle ultime vere punte di diamante. Non basta saper cantare, esasperando al parossismo il tecnicismo o la potenza vocale, bisogna innanzitutto essere un artista capace di trascinare e ipnotizzare lo spettatore. Con la solita ammaliante simpatia che la contraddistingue, marcata da una mimica facciale e gesti attoriali impagabili, la Bartoli ha iniziato la serie di bis: “Cara ti voglio tanto bene”, celebre canzone di Musiani, interpretata con tenerezza assieme alla mandolinista. Improvvisazione di Corinna (dal Viaggio a Reims) a graziosissimo omaggio al Ponchielli, in originalissima creatività. Una gioia che tracima in ogni suo Recital, sprizzante spontaneità nel reiterare bis, conclude con “Non ti scordar di me” lanciata da Beniamino Gigli, qui in una resa più stilizzata. Inutile dire del clima entusiastico che ha coronato la serata, con acclamazioni per Cecilia Bartoli e il Maestro Capuano, nonché per i soliti e l’intera compagine de Les Musiciens du Prince-Monaco. Al Teatro Ponchielli di Cremona.
gF. Previtali Rosti

