In scena il 30 maggio 2026 alla Chiesa dei Santi Sebastiano e Maria Assunta di Vezzano Ligure.
Nel panorama del teatro di narrazione italiano, La terra degli ulivi di Pino Petruzzelli si distingue come un dispositivo scenico che non si limita a raccontare: riattiva genealogie, convoca antenati, restituisce dignità a un mondo contadino che rischia di sopravvivere solo come immagine folklorica. Petruzzelli costruisce il suo monologo come un attraversamento: non un semplice viaggio biografico, ma un passaggio di soglie, un lento discendere nelle radici materiali e simboliche dell’ulivo mediterraneo.
La struttura narrativa nasce da un lavoro di ascolto sul campo (interviste, incontri, camminate tra uliveti liguri e pugliesi) ma ciò che arriva in scena non è un reportage: è un corpo che porta dentro di sé tutte le voci raccolte, come se la memoria orale si fosse depositata nella carne dell’attore. La ricerca documentaria diventa così materia poetica, e la scena si trasforma in un luogo di trasmissione intergenerazionale.
Il protagonista, volutamente anonimo, non è un personaggio ma una figura‑ponte: un uomo che attraversa la fame, la migrazione interna, la fatica dei campi, e che nel finale si rivela come il nonno del narratore. Questo slittamento identitario non è un colpo di scena, ma un gesto politico: la storia individuale si apre, si decostruisce, si offre come memoria comune. È un modo per dire che ciò che chiamiamo “storia familiare” è in realtà storia collettiva, sedimentata nei gesti quotidiani di chi ha lavorato la terra.
La lingua di Petruzzelli è stratificata: alterna registri, dialetti, ritmi. Non cerca la mimesi, ma la risonanza. Ogni frase sembra portare con sé un odore, un colore, una temperatura. La parola non descrive: fa accadere. È una lingua che non teme la concretezza (la zolla, il sudore, la pietra) ma che sa aprirsi a un lirismo asciutto, mai decorativo. In questo senso, il monologo si colloca in una linea che dialoga con il teatro di narrazione più rigoroso, ma introduce una componente mediterranea più fisica, più sensoriale, quasi rituale.
La scelta di presentare lo spettacolo in spazi non convenzionali (chiese, giardini, luoghi naturali) amplifica la dimensione del racconto. In questi contesti, la scena non è un contenitore ma un ecosistema: la luce naturale, il vento, gli alberi diventano parte della drammaturgia. L’ulivo evocato non è metafora, ma presenza. La natura non è sfondo, è interlocutrice.
Il cuore dello spettacolo è il rapporto tra uomo e terra, non come idillio ma come patto di sopravvivenza. L’ulivo, pianta millenaria, diventa figura di resistenza: non eroica, ma quotidiana. È la resistenza di chi ha trasformato pendii scoscesi in terrazzamenti, di chi ha creduto che la cura della terra fosse un gesto di responsabilità verso chi sarebbe venuto dopo. In questo senso, La terra degli ulivi è anche un atto civico: un omaggio a una comunità che ha costruito il proprio futuro con le mani, non con le parole.
Dal punto di vista estetico, Petruzzelli lavora su una presenza scenica essenziale: pochi oggetti, nessun artificio, una voce che si fa strumento musicale. Il ritmo è lento, sedimentato, come se ogni parola dovesse emergere da un terreno profondo. La narrazione procede per accumulo, per stratificazione, come un uliveto che cresce per innesti successivi. Non c’è climax tradizionale: c’è un respiro che si allarga, un mondo che si apre progressivamente allo spettatore.
Ciò che rende lo spettacolo necessario è la sua capacità di trasformare la memoria agricola in una riflessione sul presente. Non c’è nostalgia, non c’è idealizzazione: c’è la consapevolezza che il passato non è un luogo da rimpiangere, ma un serbatoio di senso da cui attingere per comprendere chi siamo. La terra degli ulivi non racconta solo una storia: interroga il nostro rapporto con le radici, con il lavoro, con la cura.
La terra degli ulivi di Pino Petruzzelli si impone come un esempio maturo di teatro di narrazione contemporaneo: rigoroso nella ricerca, poetico nella forma, reale nel contenuto. Un teatro che non chiede di credere, ma di ricordare. Non di guardare, ma di riconoscersi.
Giuliano Angeletti
La terra degli ulivi
Di e con Pino Petruzzelli

