Un’indulgenza plenaria in piena regola. Me la sono ritrovata tra le mani prima ancora di varcare la soglia del Teatro di Tor Bella Monaca, consegnata con solennità da grottesche figure incappucciate. Un gesto di un’eleganza beffarda che introduce lo spettatore nel cuore nel pieno della storia e nel cinismo machiavelliano prima ancora che le luci in sala calino in favore dell’oscurità, da dove emergono “questi fantasmi” per dirla alla Eduardo. Ma i fantasmi siamo noi.
Niccolò Machiavelli scrisse la Mandragola nel 1518. Firenze, la Chiesa che vende la salvezza ed un guazzabuglio di personaggi e situazioni, Callimaco che vuole Lucrezia a qualunque costo, Ligurio che orchestra tutto con la scaltrezza di chi non si è mai fatto illusioni sugli esseri umani, Fra’ Timoteo che benedice l’inganno in cambio del giusto compenso, Sostrata che collabora all’inganno ai danni della figlia, Messer Nicia che -forse neppure troppo ingenuamente- contribuisce alla propria rovina senza saperlo, Lucrezia che rinuncia facilmente alla sua innocenza. Quando il sipario calerà su questi personaggi e le loro bassezze, nessuno avrò pagato le sue malefatte. Machiavelli non moralizza, non consola, non punisce. Osserva, con uno sguardo cinico e scevro da ogni giudizio.
Con La Mandragola ho pensato inevitabilmente al mio grande Maestro Mario Scaccia. Al suo Fra’ Timoteo, splendidamente tratteggiato in un’edizione memorabile, una delle sue massime interpretazioni e con lui, tra gli altri, ad Edoardo Sala, tra gli interpreti di quella versione e regista di una riduzione cinematografica girata all’Abbazia di Farfa che meriterebbe di essere riscoperta.
In questa versione della commedia vista al Teatro Tor bella Monaca, il regista Nicasio Anzelmo, anche autore dell’adattamento a mio parere molto riuscito e rispettoso della “ferocia” dell’originale, ha scelto di cavalcare quell’aspetto che della Mandragola machiavelliana è assai evidente, e cioè la farsa, la facezia, anche con l’ausilio delle splendide musiche originali di Giovanni Zappalorto. Ma lo fa con equilibrio sapiente, senza mai andare oltre, e seppur talvolta i personaggi cantano e danzano non ho mai avuto l’impressione che fosse troppo, anzi che fosse perfettamente funzionale all’azione scenica e la colorasse di una fresca modernità che non stonava mai con il resto. Avendo studiato molte opere di Machiavelli all’università, ben conoscevo quel suo linguaggio aspro, ostico e per nulla consolatorio, tra l’altro molto complesso da recitare. E vedere come Anzelmo è riuscito a fondere tale linguaggio spesso barocco e ampolloso con uno stile recitativo spontaneo e di grande impatto è stato molto bello, certamente sostenuto in questo dal gruppo di validissimi interpreti, completamente in parte.
Le luci costruiscono un’atmosfera sospesa rivelata anche dai costumi molto belli di Susanna Proietti che parlano di una storia senza tempo e al contempo rispecchiano perfettamente il carattere e l’essere di ogni personaggio.
Domenico Pantano, protagonista e produttore, costruisce un Messer Nicia straordinariamente credibile: gli conferisce con sapienza nel corpo e nella voce quella rustichezza un po’ selvatica, quella goffaggine del campagnolo convinto di essere furbo, e persino quella punta di dolcezza che restituisce al personaggio una sua dignità. L’interpretazione di Pantano va oltre la semplice caratterizzazione comica: vi è nel suo Nicia una sorta di malinconica rassegnazione, ma al contempo un desiderio di non darla vinta alle angherie del destino, tanto che alla fine si guarda a lui con tenerezza e comprensione.
Nicolò Giacalone che interpreta Ligurio è stata forse la prova più bella d’attore che in tanti anni, ho visto in questo ruolo: l’allegra spavalderia con cui abita il personaggio, la naturalezza nel maneggiare un linguaggio arcaico senza che suoni mai da museo (qualità che ho apprezzato in tutto il cast), la fisicità precisa ed impeccabile, quel suo sguardo alla Buster Keaton, che ride senza ridere, con l’amarezza di chi ormai ha visto tutto e ha capito che la vita non è nient’altro che una beffa…Era talmente autentico da sembrare quasi reale.
Alessandro D’Ambrosi sostiene il ruolo di Callimaco con energia travolgente e carisma invidiabile: di lui ho trovato veramente notevole la gamma di sentimenti che sa esprimere del personaggio, senza mai scadere nell’eccesso, con una consapevolezza e una tenuta scenica capace di reggere il peso emotivo dell’intera commedia. È come se ciò che gli accade gli accade in quel momento, e ogni azione è consequenziale: non è da tutti gli attori rendere questo qui-e-ora. Alessandro Giova nei panni di Siro, deliziosa maschera della Commedia dell’Arte quasi, un servo “servizievole” ma abbastanza scaltro da saperne una più del diavolo. Laura Garofoli, perfetta nel ruolo, percorre con credibilità e sensibilità psicologica la traiettoria di Lucrezia, dall’ingenuità alla consapevolezza finale; Anna Lisa Amodio nei panni di Sostrata, madre di Lucrezia, un personaggio “politicamente scorretto” e importante ai fini dello scioglimento del plot, è bravissima nel tratteggiare quell’arguzia, quel finto perbenismo nato da un certo tipo di “religiosità meschina”, in una parola la consapevolezza che “il fine giustifica i mezzi”. Antonio Bandiera è un Fra’ Timoteo dai tempi comici ben calibrati — notevole anche come cantante — che restituisce con efficacia la doppiezza del prete che vende la salvezza al miglior offerente. La scena del dialogo con la donna del popolo, uno dei vertici satirici del testo, funziona perfettamente.
Vale la pena fermarsi un momento su quello che questa commedia racconta davvero. Al centro c’è un atto di violenza — il corpo di una donna negoziato da suo marito, dal suo confessore, da uno sconosciuto che la desidera. Forse è proprio per questo che, uscendo, quell’indulgenza plenaria in mano mi pesava un poco di più di quando me l’avevano consegnata. Eppure si ride. Si ride perché Machiavelli è abbastanza grande da non chiedere mai la nostra indignazione — la aggira, la seduce, la rende complice. È questo il suo gesto più perturbante: non la denuncia, ma la risata che le cresce intorno. Quella risata dice qualcosa di noi che nessuna morale esplicita potrebbe dire con altrettanta precisione e perché come diceva Bergson nel suo memorabile “Saggio sul riso”, nulla disarma più di una risata.
Melania Fiore

