Atomica: ricordare o dimenticare?

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di Tommaso Chimenti

Ci sono dei colori che è impossibile non registrare e non mettere su carta. Le vigne verdi mentre saliamo su alla Tenuta dello Scompiglio (siamo a Vorno, dalle parti di Lucca), ad esempio. La grande casa rossa – fienile che ci accoglie. La casa gialla dove invece si volgono le attività culturali. Il livido dell’installazione “Danse Macabre” di Hans Op de Beeck (a cura di Angel Moya Garcia) che tra bidoni fumanti e stradine tortuose ci conduce ad una giostra della morte dove, tra chiaroscuri inquietanti, voli di corvi e avanzi dell’ultima cena, scheletri stanno su carrozze per l’estremo eterno viaggio, ossa agghindate a festa, carcasse di cavalieri che sembrano sorridere alle stupidità dell’esistenza, alla sua futilità, nullità, leggerezza, e infine una bambina, occhi infossati, mandibola pronunciata, denti come una morsa, con al guinzaglio una foca, animale che sempre ci suscita sentimenti positivi e dolcezza, che qui sferra un ghigno e un ringhio paradossale che ci fa sobbalzare. Sembra di stare al cimitero delle Fontanelle di Napoli o alle Catacombe dei Cappuccini di Palermo, un ballo estremo come immersi nella Sacra Muerte messicana. Passando dall’esplosione dei colori dei Macchiaioli dell’esterno al grigio cupo dell’opera d’arte, anche il teatro si rivela in bianco e nero, identificativo del fatto che l’“Atomica” a cura dei Muta Imago (prod. Index, TPE, ERT, ATCL, Mab, Spazio Diamante), il tema portante, rende tutto piatto, smorto, senza più linfa né la vitalità propria dei cromatismi accesi.

In una situazione di stallo, come una partita a scacchi a distanza, come in una sovrapposizione di idee senza contatti fisici e condizioni temporali lontane, un match dialettico a ping pong tra la scienza e la filosofia, tra la guerra e la morale, mettendo sul piatto tesi e antitesi, un confronto tra chi ha sganciato la bomba atomica su Hiroshima e un pensatore a cercare le crepe, le falle del sistema, le cadute, le giustificazioni di un ragionamento basato chi sull’odio, chi sull’amore e sul rispetto. Forse uno di quei dialoghi impossibili che sarebbero così piaciuti ad Arbasino, Calvino, Ceronetti. Due facce della stesa medaglia, incancrenita, purulenta, marcia del nostro secolo breve, del nostro contemporaneo, nel nostro incedere tra futuro e progresso e voglia intima di autodistruzione. Da una parte il militare Claude Eatherly, dall’altra il saggio Gunther Anders in un botta e risposta che fu il reale carteggio tra le due figure durato due anni (il volume fu pubblicato da Einaudi) nei quali entrambi, con amicizia, raziocinio e un forte desiderio di umanità, sviscerano, mettono a nudo ed espongono le ragioni dell’una e dell’altra parte cercando una impraticabile sintesi. Sulla scena Alessandro Berti e Gabriele Portoghese in un inevitabile scontro e frizione di accelerazione e decelerazione, di attrazione e repulsione, di ricerca di contatto e di disapprovazione, di solidarietà (per la sorte occorsa ad uno dei due), di inavvicinabilità, temporale e spaziale, che rende il tutto più straziante, performante, squilibrante.

Ecco, il sentimento che più si avverte (grande è l’alchimia e la padronanza della scena condivisa senza soverchiarsi, l’amalgama, la complicità tra i due interpreti che già in passato abbiamo apprezzato in altre rappresentazioni), è questa straordinaria tensione verso l’altro, però abortita, questo affetto, se non proprio amore, dilaniante, per raggiungere l’altro, per toccare l’altro, per salvare l’altro dal mondo esterno e soprattutto da se stesso. Il suono squassa le viscere, il terreno e le coscienze, una branda ci mette davanti la condizione di immobilità nella quale questo evento, deflagrante, devastante, immenso, li ha uniti e immersi, impantanati e folgorati, questo accadimento che necessariamente non potrà più vederli vergini e puliti di fronte al ragionamento stesso, ora corroso e corrucciato, corrotto e cospirato. Si ha una sensazione di vertigine, di caduta nell’abisso della depressione, di essere inghiottiti nell’infinito delle possibilità del pensiero umano, quello che ti fagocita fino ad arrivare all’annientamento, alla dissoluzione dell’uomo in quanto effimero, irrazionale, ondivago, deleterio, superficiale granello di un tutto incomprensibile. Come essere tirati in ballo tra due forze ugualmente potenti che ti squarciano: da una parte il ricordare, dall’altra il dimenticare. Sta tutto in questa irrequietezza ed ansia, emotiva e cerebrale, tra luci accecanti e quel buio dell’anima che ci avvolge, non ci fa stare comodi, ci aggroviglia e attanaglia, ci morde in un abbraccio caldo che diventa costrizione e soffocamento, senza scampo, senza via d’uscita, senza salvezza.

Fortissimi e struggenti i racconti dei corpi in fiamme, dei capelli che si staccano a manciate, del sangue che gronda come fontane, della pelle che cade a brandelli. Siamo ingranaggi che eseguono ordini senza responsabilità o dobbiamo essere consapevoli delle nostre azioni anche se queste rientrano in un disegno collettivo e non più individuale? E’ in questo fascinoso dilemma che l’uomo, che vuole controllare l’incontrollabile dell’Universo, viene schiacciato tra il desiderio di governare l’imponderabile e la sua innata voglia di immortalità scoprendosi piccolo, misero, inutile passaggio polverizzato nel flusso della materia in continua trasformazione nei miliardi di anni prima e dopo di noi. Siamo pulviscolo, quello stesso che pare bucare il sipario, come fori di proiettili (immagine potentissima) illuminando a buchi e piccoli coni di luce, gran bell’effetto semplice ma estremamente efficace, i due interpreti ormai volatilizzati, come le loro parole, svaniti, dileguati, inceneriti, sminuzzati, dissolti, evaporati, eclissati. Come il pensiero, come la ragione, come l’intelletto. “Il sonno della ragione genera mostri”, questa potrebbe essere il compendio di questa “Atomica”, così furente, così bisognosa di pace.

Foto Eleonora Mattozzi, Maria Giovanna Sodero

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