In occasione dello spettacolo FAUSTINA, STORIA DI FAUSTINA MARATTI, andato in scena a Roma il 30 maggio presso lo Spazio45 di Testaccio abbiamo incontrato Melania Fiore, protagonista dello spettacolo e il regista Andrea Anconetani.
Melania Fiore, vincitrice di numerosi premi e riconoscimenti teatrali, attrice di teatro e cinema, drammaturga, pianista, insegnante di dizione, recitazione e storia del teatro in varie scuole. Laureata con lode in letteratura teatrale al DAMS, laureanda in italianistica presso LETTERE E FILOSOFIA di ROMA3, scrittrice e collaboratrice di numerose riviste di spettacolo, nonché fondatrice di un blog “Cultura in Parole” nel quale affronti diverse tematiche legate all’attualità, alla cultura e al teatro. Leggendo il tuo curriculum e ripercorrendo la tua carriera artistica, oltre che il tuo estro e la tua versatilità emergono la solidità della tua formazione — dalla danza classica agli studi di pianoforte, dal lavoro decennale con il Maestro Mario Scaccia alla prestigiosa collaborazione con Paolo Sorrentino— e la coerenza di un percorso che ti ha portata a essere oggi un’artista poliedrica e molto ricercata. Come descriveresti la tua identità artistica attuale e cosa ha forgiato questa tua peculiare maturità?
Ciao e grazie di cuore intanto per questa presentazione. Non so se sono giunta ad una maturità… Direi anzi che ancora mi manca molto per raggiungerla. Certamente ciò che ho raggiunto è una buona consapevolezza, e guardarmi indietro è un po’ come guardare un mosaico che, dopo anni di paziente costruzione, sta pian piano rivelando il suo disegno. Quando ho mosso i primi passi, il teatro era per me una forma di scoperta quasi mistica: studiare per oltre un decennio fianco a fianco con il Maestro Mario Scaccia è stato un privilegio immenso, che ha segnato profondamente il mio DNA artistico: lui mi ha insegnato a recitare attraverso la Poesia, perché è nella poesia la matrice del ritmo e della gestione degli spazi e dei silenzi, spesso la parte più interessante della recitazione. Grazie all’intenso studio e mise en scene di testi poetici e del grande teatro classico da Shakespeare a Moliere, ho pian piano maturato un rigore etico, un’attenzione estrema per la Parola e un rispetto sacro per il palcoscenico che mi sforzo a mantenere sempre, in qualsiasi circostanza. Come ho sempre detto per me recitare è un atto d’amore, e dunque un atto sacro. Gli anni di formazione teatrale e musicale si sono intrecciati in modo naturale con la mia formazione accademica in Lettere e con il Master in Critica Giornalistica, strumenti che mi hanno fornito l’intelaiatura teorica necessaria per comprendere il teatro non solo come atto interpretativo, ma come fenomenologia culturale. Quando Paolo Sorrentino mi ha scelta per La Grande Bellezza, ho avuto la conferma che la verità attoriale non conosce confini: stare davanti alla sua macchina da presa, osservare un regista capace di una visione così totalizzante, mi ha insegnato la potenza del “non detto”, della sottrazione, del valore millimetrico dello sguardo. La mia identità odierna è il risultato di questa stratificazione: sono un’attrice che si lascia plasmare come la creta ma in modo consapevole, perché tante anime mi abitano, tra cui quella di autrice che comprende l’architettura profonda di un testo. Per me scrivere è davvero un complemento irrinunciabile al mio essere attrice: il mio blog “Cultura in Parole” è per me una forma di resistenza artistica, consapevole che il Teatro e l’Arte in generale sono un atto di responsabilità intellettuale verso chi ci guarda.
La tua cifra stilistica è profondamente legata al teatro civile, un impegno che va oltre la semplice interpretazione. In che modo riesci a trasformare temi sociali densi, come quelli affrontati nella tua “Trilogia d’Amore e Teatro Civile”, in un’esperienza viva per il pubblico?
Non ho mai vissuto alcuna contraddizione tra la formazione classica e l’impegno civile; anzi, ritengo che il teatro civile sia, come il teatro antico, la forma più pura di teatro, perché interroga l’umano nel suo stato di crisi estrema, esattamente come facevano i tragici greci. Quando ho scritto e portato in scena Tutto il mio amore, L’Amore in guerra e Partigiana, il mio obiettivo era raccontare fatti realmente accaduti di storia, attualità, spesso tematiche forti e scottanti, attraverso la lente poetica ed emozionante del Teatro: fatti di cronaca da me studiati e indagati per la scena, spesso anche filtrati attraverso la mia esperienza personale, in modo che lo spettatore li potesse sentire vivi sotto la pelle. Anche per questo per me il teatro è come un atto sacro: perché è il luogo dove la sofferenza collettiva viene trasmutata in conoscenza condivisa. Ho fatto centinaia di repliche di questi spettacoli, e quasi mai nelle ricorrenze specifiche: questo perché non racconto fatti solo per dovere di memoria, ma perché sento che quella memoria deve rivivere nel presente, deve bruciare. È un lavoro di scavo che diventa una cassa di risonanza per le voci di chi non ha più voce, cercando quella parola e quel silenzio che rendano il dramma universale una ferita o una speranza che lo spettatore possa sentire propria.
Il 30 maggio a Roma sei stata in scena con “FAUSTINA” scritto da Alessandro Pertosa con la regia di Andrea Anconetani: un personaggio che sembra incarnare perfettamente questo tuo desiderio di dare voce a figure che hanno sfidato il silenzio. Cosa significa per te questa Faustina e quanto è stato determinante il lavoro con il regista Andrea Anconetani?
Faustina Maratti è una figura che sento profondamente nelle mie corde, perché rappresenta l’emblema del coraggio femminile contro un sistema che pretendeva il silenzio. In un’epoca che confinava le donne, in ruoli imposti o di contorno, Faustina ha scelto di usare la penna come arma di emancipazione intellettuale. Già il suo nome d’arte, Aglauro Cidonia, mi ha conquistata! Dare corpo e anima a una figura di donna dalla grande vivacità intellettuale, poco conosciuta rispetto ad altre artiste coeve e con una storia personale e giudiziaria difficile- è stata una bella sfida. Mi hanno certamente aiutata il testo denso e sensibile di Alessandro Pertosa e la guida di Andrea Anconetani, che è stata, e continua a essere, un pilastro. Con Andrea c’è una visione del teatro che va oltre lo spettacolo: è un’indagine sulla natura umana. Andrea possiede quella rara capacità di non imporre una visione dall’alto, ma di spingere l’interprete a superare il proprio limite, a scovare nel personaggio quelle sfumature che altrimenti resterebbero latenti. Lavorare con lui significa avere la certezza di come dirigere lo sguardo, di comprendere e comprendersi, strumenti necessari per chiunque faccia questo mestiere con passione e rigore (accosto due termini che non sono ossimorici come sembrano).
A proposito di “Nuovi Linguaggi”, quale valore aggiunto ha rappresentato per te questa collaborazione continuativa nel panorama teatrale odierno?
Nuovi Linguaggi rappresenta per me l’idea stessa di teatro che vorrei difendere. In un mondo dello spettacolo che spinge verso la frammentazione, la velocità e il precariato creativo, aver trovato una simile realtà diretta da un artista della sensibilità di Anconetani è stato importante. Nuovi Linguaggi non è solo un centro di produzione e formazione: è un’officina, una bottega, una fucina, una sfida costante. Con Andrea Anconetani abbiamo costruito, anno dopo anno, una bella collaborazione artistica fatta di stima e di visioni condivise. Tanti sono stati i progetti portati in scena con Nuovi Linguaggi: ANTIGONE, riscrittura di Alessandro Pertosa con la regia di Andrea Anconetani, è stato il primo spettacolo a cui sono particolarmente legata perché lo spettacolo nasce in una bellissima residenza artistica presso il Centro de Danza, Mùsica y Teatro DAMTE a Mairena de Aljarafe in Spagna, dove abbiamo lavorato a stretto contatto con attori spagnoli molto bravi: un’esperienza splendida. Altrettanto emozionante è stato poi portare in scena ISABEL, da me scritto e interpretato con la regia e le musiche di Andrea Anconetani, basato appunto sulla regina spagnola Isabella La Cattolica, un personaggio che stavo studiando da ben quattro anni, e su cui avevo raccolto materiale da tutte le biblioteche possibili, ma la cui ricerca è giunta al suo culmine proprio in Spagna, a Siviglia. E poi UN VIAGGIO CHIAMATO AMORE, basato sul carteggio di Dino Campana e Sibilla Aleramo, scritto e diretto da Anconetani, e appunto FAUSTINA. Forse il valore aggiunto di questa esperienza con Nuovi Linguaggi è stato il continuo arricchimento culturale, il fatto di essere una realtà in continua evoluzione, e non imbrigliata da logiche di potere.
Melania, guardando a chi oggi vorrebbe intraprendere il tuo percorso in un mercato così complesso, quale consiglio daresti per non perdere la propria anima artistica?
Diffido sempre di chi dà consigli e io sono la persona meno adatta perché sono la prima a non seguirli! Però sulla base della mia esperienza d’insegnante, forse direi di non cercare il consenso effimero dei social o la visibilità immediata, ma la propria Verità. Anzi più che Verità direi il proprio DAIMON, perché è quello che ci fa ardere e ci fa rimanere vivi. Il nostro è un mestiere che richiede una dedizione quasi monastica. Non basta il talento serve costruire una casa di cultura intorno a sé. Leggere i classici fino a consumare le pagine. Studiare la tecnica come nel solfeggio non per mostrarla ma per suonare meglio. Il mercato è volatile, la competenza è solida. Avere dunque la capacità di stare nella fatica: la bellezza del teatro risiede proprio in una lunga, estenuante, meravigliosa costruzione di sé. Non aspettare che qualcuno scriva il ruolo perfetto per voi: studiate, scrivete, create, diventate promotori del vostro percorso. Siate affamati, siate curiosi. E soprattutto, mi sento di dire: RENDETEVI INVISIBILI. Essere invisibili oggi è la vera rivoluzione. Sparite dietro i personaggi, dietro le parole, dentro le storie per rendervi paradossalmente ancora più visibili. E più umani.
Andrea Anconetani: regista e attore di lunga esperienza, musicista raffinato, organizzatore e presidente della compagnia Nuovi Linguaggi. Molto attivo nel territorio marchigiano, ma adesso operativo anche a Roma presso lo “Spazio45” a Testaccio e, potremo dire, cittadino del mondo. Lavori nel mondo del teatro e della formazione da molti anni e hai creato una realtà teatrale di tutto rispetto, che coniuga diverse caratteristiche assai peculiari: oltre ad un carnet ricco di spettacoli molti sono i workshop e i seminari che Nuovi Linguaggi offre, anche e soprattutto all’estero attraverso il programma Erasmus +. Puoi raccontarci qual è il tuo rapporto con il teatro e con l’insegnamento teatrale?
Ho scoperto il teatro un po’ tardivamente in realtà. Io nasco musicista e, benché comunque in gioventù, solo in un secondo momento mi ci sono avvicinato. L’ho fatto perché ho trovato nel teatro un modo di manifestare qualcosa di me, della mia intimità, in maniera ancora più intensa che non nella musica. E poi perché il teatro è intrinsecamente sociale. Voglio dire: uno può tranquillamente suonare il suo strumento da solo in casa e con grande soddisfazione ma non si può mai recitare da soli, solo per se stessi. L’insegnamento è arrivato come qualcosa di naturale. Il rapporto con l‘insegnamento è in realtà un po’ ambivalente per me. Nei primi tempi non era affatto mia intenzione insegnare alcunché. La mia idea era (e in fondo è rimasta) quella di trovare un gruppo di persone con le quali condividere un percorso d’arte. Solo che all’inizio (parlo di una trentina di anni fa nelle Marche) non c’erano e allora ho pensato di formarle direttamente io. Poi la cosa ha avuto un’evoluzione direi automatica. Oggi insegno pochissimo, a parte qualche masterclass, preferisco creare le condizioni perché le persone che lavorano con me possano trovare ambiti di alta formazione e di confronto con professionisti e realtà teatrali stimolanti. In questo i seminari che la mia associazione organizza all’estero grazie a Erasmus+ sono davvero fondamentali.
Dal 2023 hai instaurato una proficua collaborazione artistica con Melania Fiore, attrice poliedrica di grande talento. Come nasce questa sinergia creativa e quali sono i progetti presenti e futuri all’attivo?
Incontrare Melania è stata davvero una felice, fortunata situazione. Cercavo a quell’epoca un’attrice adatta ad interpretare il personaggio di Antigone per una riscrittura che avevamo pensato io e Alessandro Pertosa. Melania mi sembrò la persona più adatta, per capacità tecniche, attitudine ed esperienza nell’interpretare personaggi del teatro antico. Le consegnammo il testo a cena, dopo un suo spettacolo che avevo organizzato a Osimo, sperando che le piacesse e che accettasse la parte. Fu così, per fortuna. Da quel momento, oltre a quell’Antigone, abbiamo sviluppato molti altri progetti insieme. “Isabel”, per esempio, da un testo scritto da Melania stessa, dedicato a Isabella di Castiglia, “Un viaggio chiamato amore”, reading su Dino Campana e Sibilla Aleramo nel quale recitiamo insieme, e ovviamente, “Faustina”, un altro testo di Alessandro Pertosa. Naturalmente abbiamo dei progetti proiettati nel prossimo futuro. Anche se, per mia abitudine, prudenzialmente, tendo a non parlare di quello che ancora non è del tutto certo, però posso anticipare che sto lavorando a un monologo sulla figura di Cassandra disegnato su di lei. E poi c’è un progetto molto più ambizioso e difficile che riguarda “Elena” di Euripide per studiare la quale abbiamo anche fatto, insieme con Pino Calabrese e con un gruppo di giovani attori, un workshop ad Atene lo scorso anno. Vedremo.
FAUSTINA, tornato a Roma allo “Spazio45” di Testaccio il 30 maggio 2026, è stato scritto dal drammaturgo Alessandro Pertosa, con cui hai un sodalizio artistico e intellettuale di lunga data. Ma chi è davvero Faustina Maratti e cosa vi ha spinto a portare la sua storia a teatro?
La scrittura di Faustina è stata un po’ un punto di arrivo, il naturale conchiudersi di una collaborazione che con Alessandro è nata ormai più di dieci anni fa. Abbiamo condiviso molto, è vero, in questo tempo, artisticamente e anche dal punto di vista amicale direi, cosa che per me va un po’ di pari passo, e penso che questo sia stato un bel modo per crescere tutti e due. In questo momento siamo entrambi impegnati in progetti differenti che ci vedono distanti ma non ci neghiamo la possibilità che in un futuro – prossimo o remoto, chissà – si possa tornare a concepire qualcosa insieme. Vedremo. Questo testo, nello specifico, è nato sotto la rara stella della commissione. È stato il Comune di Camerano, cittadina in provincia di Ancona dove è nato Carlo Maratti, padre di Faustina e pittore tra i maggiori del tardo barocco romano, a commissionarcelo, in occasione delle celebrazioni per i 400 anni dalla sua nascita. Ma questa commissione ci ha consentito di scoprire, noi per primi, una storia che valeva la pensa di raccontare. Credo che la vicenda di Faustina Maratti, sconosciuta ai più, sia però piena di elementi interessanti e attuali. Proprio il fatto che non fosse conosciuta è stato di particolare stimolo. Si trattava di vedere se questa storia poteva interessare il pubblico, avrebbe funzionato. Mi pare che ci siamo riusciti, anche grazie a Melania e alla sua intensità d’attrice.
Come regista quali sono le sfide nel dirigere un’opera così intima e storicamente densa?
Mettere in scena un testo nuovo rappresenta sempre una sfida. Non si ha esatta contezza di come possa funzionare. Io poi ho sempre bisogno di vedere e sentire il testo direttamente in bocca agli attori per accorgermi delle eventuali falle o dei punti di forza. In questo caso, c’è stato anche, come accennavo prima, il fatto che questa storia fosse per lo più sconosciuta così come questo personaggio. Abbiamo fatto particolare attenzione in ogni caso alla correttezza storica e all’aderenza alle fonti in modo da creare una figura convincente che certamente – e anche necessariamente è – un costrutto finzionale ma filologicamente credibile e corretto. È un monologo questo che oscilla di continuo tra la dimensione interiore e quella narrativa, tra la considerazione personale e il racconto pubblico. Questo gli conferisce una particolare consistenza. E costituisce anche, allo stesso momento, una difficoltà interpretativa da gestire. L’altra difficoltà sta nel fatto che il racconto che Faustina fa al pubblico è, a tratti, molto intenso perché tocca corde personali e dolorose. Bisogna quindi fare attenzione alla misura nella recitazione, per non sconfinare in pericolosi registri melodrammatici ma, al contempo, senza depotenziare troppo. Un bell’equilibrio, insomma da mantenere quasi costantemente.
Faustina Maratti- poetessa nota col nome di Aglauro Cidonia- è stata una donna colta che ha difeso la propria autonomia intellettuale. Cosa questa storia può raccontare d’importante alle donne di oggi ma anche a questa generazione?
È stata una donna dalla vita intensa. Non che lei lo volesse; probabilmente avrebbe preferito un’esistenza più semplice e dedicata esclusivamente all’arte e alla letteratura, cose nelle quali eccelleva. La sua sfortuna (e contemporaneamente fortuna) è stata, per paradosso, la sua avvenenza, la bellezza. L’essere desiderabile e desiderata. Questo l’accomuna ad alcune eroine antiche per le quali l’essere particolarmente belle genera, oltre alle fortune, anche drammatiche conseguenze. È stata una donna moderna, certamente capace di conquistarsi un posto di prestigio in un mondo molto più maschile, chiuso e sospettoso nei confronti del sesso femminile del nostro e questo è senza dubbio qualcosa che può essere di particolare significato anche per le donne della nostra generazione. Ha saputo lottare per sé, per i suoi figli e soprattutto per la verità, trasformando sempre ciò che accadeva in bellezza. Rovesciando nei suoi versi, in maniera quasi eroica, le esperienze più dolorose della sua esistenza. Resistendo: “Con alta fronte e con asciutto ciglio” alle sfide e alle insidie, anche le più infamanti, del suo difficile mondo.
Stefano Duranti Poccetti





