“Ero, l’ultima luce”: intervista all’autore Alessandro Pertosa

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Tra meno di un mese debutterà in prima nazionale lo spettacolo “ERO, L’ULTIMA LUCE”, con protagonista Melania Fiore e la regia di Graziano Piazza. L’opera, basata sul mito greco di Ero e Leandro e il loro struggente amore impossibile è una riscrittura del mito stesso dal punto di vista di Ero di grande attualità: non un’eroina, non una dea. Semplicemente una donna. Per parlarne più approfonditamente abbiamo incontrato l’autore, Alessandro Pertosa.

Alessandro Pertosa: scrittore, poeta, drammaturgo e operatore culturale. I tuoi interessi spaziano tra la filosofia, il teatro e la poesia. Insegni Filosofia teoretica e Antropologia filosofica all’ISSR di Ancona e Drammaturgia e scrittura teatrale in varie Scuole e Accademie. Scrivi sull’Osservatore Romano e varie altre riviste culturali, collabori con attori, registi numerose realtà teatrali in Italia e anche in Europa. Dove inizia il filosofo e dove finisce il drammaturgo?

La mia drammaturgia si alimenta continuamente di riflessioni sul linguaggio e di fatto nasce dall’indagine filosofica, o potrei dir meglio, dalla domanda radicale di senso. Ogni testo, prima ancora di diventare parola scenica, è per me un’interrogazione sull’uomo, sul dolore, sull’amore, sul destino e sul mistero che abita il vivere. Il teatro diventa così uno spazio rituale e poetico in cui il pensiero prende corpo e voce, non per spiegare – anche perché non c’è niente da spiegare – ma per mostrare l’umano in ogni sua forma.

Per quanto, come si vede dalla tua biografia, le tue opere abbiano spesso valicato i confini della tua regione e anche nazionali, sei molto attivo nel territorio marchigiano. Sei molto legato alla tua terra?

Credo che ognuno si porti dentro la terra da cui proviene, come una lingua segreta dell’anima. Le Marche, con i loro paesaggi sospesi tra mare e colline, hanno profondamente segnato il mio immaginario poetico e umano. Anche quando il mio lavoro mi porta in giro per l’Europa e attraversa altri territori e altri contesti culturali, sento di appartenere visceralmente a questa dimensione originaria. La provincia, il silenzio, certi ritmi lenti e antichi continuano ad abitare irrimediabilmente la mia scrittura e il mio modo di guardare il mondo.

Ero, l’ultima luce” è il titolo della tua nuova opera teatrale, con protagonista Melania Fiore e la regia di Graziano Piazza. Lo spettacolo debutterà quest’estate in prima nazionale al Festival Rete dei Teatri in Piemonte e poi proseguirà la sua tournée in vari festival importanti. Raccontaci la storia di questa tua drammaturgia, basata sul mito greco di Ero e Leandro e la loro struggente storia d’amore.

Volevo raccontare la contraddizione profonda dell’amore. Nella vicenda di Ero e Leandro il mare è insieme distanza e desiderio, ostacolo e richiamo. Lo stretto dell’Ellesponto divide gli amanti, ma proprio quella separazione accende una tensione assoluta verso l’altro che spinge Leandro a rischiare la morte ogni notte. Questa vicenda ci racconta il segreto dell’amore. L’amore autentico nasce dalla mancanza, da qualcosa che sfugge e non può essere posseduto del tutto. Ero e Leandro vivono questa lacerazione fino all’estremo: il mare diventa simbolo dell’impossibilità dell’amore e, nello stesso tempo, della sua forza invincibile. In un mondo che ha perduto il senso del limite e quindi del desiderio, parlare di Ero e Leandro è un gesto che oserei definire rivoluzionario.

Quanto la tua ricerca poetica ha influito e influisce su questo testo?

Come per la filosofia, anche la poesia è fondamentale nel mio lavoro. Il mio approccio alla scrittura è sempre poetico e filosofico insieme. La poesia permette di dire ciò che il linguaggio ordinario non riesce a contenere: il mistero, l’assenza, il dolore, l’amore. Nella drammaturgia cerco continuamente una parola che non sia soltanto narrativa, ma evocativa, capace di aprire visioni e interrogativi. Anche il mito, in fondo, vive di questa dimensione poetica che attraversa il tempo e continua a parlarci intimamente.

Perché in un mondo dominato dalla tecnologia e dall’ansia di esserci e fare a tutti i costi i greci e le loro storie immortali continuano a parlarci così intimamente e ad essere necessarie.

Il mito tenta di spiegare le voragini di senso che l’uomo avverte dentro di sé da quando ha mosso i primi passi sulla terra. Le grandi narrazioni mitiche non servono a dare risposte definitive, ma a custodire domande essenziali: chi siamo, da dove veniamo, perché soffriamo, cosa significhi amare o morire. La tecnologia, invece, pur essendo uno strumento straordinario, non colma questa fame di senso. Ci insegna come fare le cose, accelera processi, connette distanze, ma non illumina il mistero dell’esistenza. I greci continuano a parlarci perché nei loro miti riconosciamo ancora le nostre paure, le passioni, le fragilità e i desideri più profondi. In questo senso il mito resta necessario: è una forma di conoscenza dell’umano che nessun progresso tecnico potrà sostituire.

Ero, l’ultima luce” oltre ad essere certamente un’opera di grande spessore ha un ottimo cast: Graziano Piazza, attore e regista di livello eccelso, attualmente impegnato al Teatro Greco di Siracusa nell’Antigone di Robert Carsen, dirigerà Melania Fiore, attrice di grande talento proveniente dalla scuola del Maestro Mario Scaccia. Con M. Fiore la collaborazione artistica è nata da alcuni anni: ha già interpretato Antigone e Faustina Maratti, tue drammaturgie dirette da Andrea Anconetani e prodotte da Nuovi Linguaggi. C’è un fil rouge che collega queste opere al femminile?

Il filo rosso che attraversa la mia ricerca e le mie opere è il mito. Mi interessa rintracciare quell’archetipo antropologico originario che continua ad abitare l’uomo contemporaneo. Nei miti riconosciamo ancora oggi debolezze e virtù, passioni, paure, slanci amorosi e conflitti interiori che appartengono a ogni epoca. Personaggi come Antigone, Edipo o Ero non sono figure lontane nel tempo: parlano ancora di noi, delle nostre contraddizioni e del nostro bisogno di verità, amore e giustizia. Sono davvero contento di aver proseguito la collaborazione artistica con Melania Fiore, bravissima attrice di forte intensità emotiva e lunga esperienza nel teatro classico. Questo testo l’ho scritto per lei, a mio avviso in grado di dare tutta la gamma di sfumature al personaggio di Ero. Felice e onorato poi che sia Graziano Piazza, un vero gigante della scena italiana, a dirigerla in questo mio testo e li ringrazio entrambi.

Ero è un personaggio di grande impatto emotivo. Credi possa essere apprezzato dai ragazzi nelle scuole? E, dato che sei anche un insegnante, che consiglio senti di dare alle generazioni future che vogliono fare teatro oggi?

Diffido sempre di chi pretende dare consigli, soprattutto ai giovani. L’unica cosa che mi sento di dire è di seguire fino in fondo il proprio desiderio, qualunque esso sia, perché è lì che spesso si nasconde la parte più autentica di noi stessi. Fare teatro oggi richiede coraggio, disciplina, studio e una profonda capacità di ascolto del mondo e degli altri. Per quanto riguarda Ero, credo che la sua vicenda possa parlare molto ai ragazzi. È la storia di un amore viscerale, radicale, capace di attraversare il dolore e superare ogni ostacolo. I giovani sentono ancora il bisogno di storie autentiche, non superficiali, che parlino di passioni assolute e di conflitti interiori. Il mito, quando viene restituito con verità e intensità, riesce ancora ad accendere domande profonde nelle nuove generazioni.

GRAZIE! CI VEDIAMO A TEATRO

Stefano Duranti Poccetti

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