Giunto alla sua terza edizione, il festival Attraversamenti – La Via Appia tra pietra e visione, organizzato da Teatri di Pietra e promosso dal Parco Archeologico dell’Appia Antica di Roma, fino al 4 luglio, torna a trasformare la Chiesa di San Nicola, in un crocevia di arti, pensiero e immaginazione contemporanea. È qui che tocca terra Versus Dante, lo spettacolo di Paolo Pasquini. Una rilettura della Divina Commedia che interroga il presente attraverso il mistero, la crisi del divino e le contraddizioni dell’umano.
In questa conversazione, Pasquini racconta un Dante riportato “dal paradiso alla selva”, attraversato dal corpo, dai giovani interpreti, dalla scena e dalle inquietudini del nostro tempo: un poeta ancora capace di parlare del male e, al tempo stesso, di raccontare la gioia; di interrogare la nostra fragilità, il rapporto con il sacro e ciò che ne sopravvive nel presente.
Attraversamenti è un festival che parla di passaggio, trasformazione, esperienza della conoscenza. In fondo la Divina Commedia è uno dei più grandi “attraversamenti” della cultura occidentale. Cosa accade nel portare Versus Dante sull’Appia Antica?
Accade che Dante venga riattraversato secondo una prospettiva contemporanea, che mette in gioco soprattutto il rapporto fra l’umano e il divino: un divino che si sottrae, o forse si è estinto, lasciando appena un’ombra di sé, nel paesaggio dell’uomo secolarizzato del presente.
In un’unica serata, dalle ore 19 alle 22.30, ma con tre modalità diverse, viaggiamo nell’opera dantesca. Alle 19, apriamo con un talk tra me e il professor Giulio Ferroni, di cui ho l’onore di essere stato allievo, dedicata al suo libro L’Italia di Dante. Si tratta di un’opera grandissima, enciclopedica, una ricognizione totalizzante della penisola italiana sulle orme di Dante. Sarà un prologo dedicato ai luoghi italiani di Dante: non soltanto quelli abitati o attraversati fisicamente dal Dante storico, ma anche quelli toccati dal poema e dall’intera sua opera.
Alle 21 andrà in scena Versus Dante: l’attraversamento che oggi i giovani compiono del testo dantesco. La serata si apre infatti con due corti teatrali realizzati da ragazzi under 20, vincitori ex aequo del concorso Teatro Under 20, della XVI edizione del Festival Dantesco Internazionale, svolta in diverse città italiane e conclusa al Teatro Palladium in collaborazione con l’Università Roma Tre.
In che modo uno spazio scenico può influenzare la costruzione di un lavoro teatrale?
Sono felicissimo che Versus Dante si terrà in uno dei luoghi che considero più belli di Roma.
Lo spettacolo ha avuto molte vite: lo abbiamo portato in scena all’aperto e al chiuso, in Italia e all’estero, in piazze, parchi e contesti tra i più diversi. Qui, però, c’è un elemento che dialoga profondamente con il percorso che proponiamo: il fatto di trovarsi in una chiesa laicizzata, secolarizzata.
In fondo, anche il nostro Dante compie un movimento simile: viene riportato dal cielo alla terra, dal paradiso alla selva. Essere in uno spazio che non è più pienamente una chiesa, in una sorta di architettura sacra rimasta aperta al cielo, si accorda perfettamente con il nostro tentativo di interrogare ciò che oggi può sopravvivere della dimensione spirituale del viaggio dantesco, ciò che ne resta nel presente.
Attraversamenti chiede allo spettatore non soltanto di assistere, ma di lasciarsi attraversare. Si tratta di una postura molto dantesca: nessuno legge davvero la Divina Commedia restando immobile.
L’esperienza maturata in tanti anni di Festival Dantesco ci ha insegnato che proporre Dante attraverso il coinvolgimento del corpo permette al poeta di diventare amatissimo anche dai giovani, e perfino da segmenti di pubblico inizialmente molto lontani dal poema.
Nel leggere la Divina Commedia soltanto con gli occhi della mente si rischia di evocare ricordi faticosi, riportando con sé, ad esempio, il peso delle note a piè di pagina, come zavorre che appesantiscono il testo. Noi lavoriamo nella direzione opposta. Ferroni su questo punto ha scritto pagine straordinarie: la Commedia possiede nel suo DNA una fortissima vocazione teatrale, legata anche all’epoca in cui è stata concepita, quando pubblicare un testo significava anzitutto pronunciarlo ad alta voce, farlo esistere nell’aria, nel corpo, nella presenza.
È proprio su questa natura performativa che insistiamo. Ma c’è anche una componente cinematografica: nel libro Lezioni Americane, di Italo Calvino, si legge la Commedia come una continua, potenziale sceneggiatura di un’opera visiva e cinematografica. Non a caso il Festival Dantesco comprende anche un concorso cinema under 20 e under 30.
Insomma, Dante continua a parlarci a patto che non ci si limiti a leggerlo: occorre “somatizzarlo”.
Ha definito Versus Dante come uno spettacolo “dedicato al mistero”, alla partita tra mistero e nulla, tra divino e selva. Oggi però il mistero è una parola quasi sospetta: viviamo nel tempo dell’iper-spiegazione e dell’immediata leggibilità. Che cosa significa difendere il mistero attraverso Dante?
Siamo tutti costantemente a nostro agio; proprio l’altra sera facevo un elogio della timidezza. Abbiamo elegantemente rimosso la morte e ci illudiamo che tutto sia, almeno relativamente, sotto controllo. Eppure viviamo immersi, dalla testa ai piedi, in una condizione di radicale non sapere: ignoriamo il nostro contesto, la nostra origine, il nostro destino.
Per questo la parola mistero, magari con la “m” minuscola, per non indulgere troppo alla nostalgia del sacro, resta per me fondamentale. È il non luogo che abitiamo. E forse dovremmo custodirlo costantemente dentro di noi, per riappropriarci dei nostri limiti e della nostra fragilità.
Parlare di mistero significa parlare della consapevolezza del non sapere, del dubbio, di un’apertura delle prospettive. È la condizione di chi si trova davanti a un oceano immenso, del quale non vede la fine e rispetto al quale non pretende di conoscere maree, venti e correnti. Da questa consapevolezza nasce anche la necessità di commisurare la propria imbarcazione con qualcosa di infinitamente più grande di noi: quell’orizzonte ignoto entro cui si consumano le nostre brevi apparizioni.
Ha scelto di attraversare tre grandi crisi presenti nella Commedia, in cui il rapporto fra umano e divino si incrina, si scandalizza, si ribella. L’invettiva di San Pietro in Paradiso, le domande scandalose dell’apostrofe all’Italia in Purgatorio e infine Capaneo, tra i bestemmiatori, in Inferno. Perché queste ferite parlano così fortemente al nostro presente?
Se Dio è morto ad Auschwitz, queste crisi continuano inevitabilmente a parlarci. E lo fanno grazie alle geniali contraddizioni che Dante non teme di inscrivere nel proprio testo.
Sono contraddizioni che attraversano tutta la Commedia. Da Francesca, punita all’Inferno per il suo adulterio, fino ad altre figure che, pur avendo amato in modo persino più generoso del suo, si trovano beate in Paradiso. Come anche il caso di Catone, suicida posto a guardia del Purgatorio, mentre i suicidi hanno un loro canto e una loro selva nell’Inferno.
Le contraddizioni di Dante investono soprattutto la domanda delle domande: perché esiste il male? Pur all’interno di un viaggio che rappresenta una grandiosa affermazione della verità di Dio e del senso del tutto, dunque un percorso costruito sulle certezze, emergono, specialmente nei tre luoghi che lei cita, lacerazioni profondissime fra umano e divino.
È Dante che, alla fine dell’apostrofe all’Italia, arriva a chiedere a Dio: “Ma non vedi tutto questo male? Sei forse distratto?” Domande scandalose, quasi blasfeme. È ancora Dante che mette in bocca a San Pietro l’interrogativo radicale: perché Dio non interviene di fronte a tutto questo?
E poi c’è Capaneo, tra i bestemmiatori: il personaggio che rifiuta di offrire soddisfazione alla vendetta divina, che non accetta che la macchina infernale trionfi sadicamente sulle proprie vittime. Sotto la pioggia di fuoco, si leva per dire: non ti concederò la soddisfazione della tua potenza punitiva. Dante affida questa bestemmia estrema, il rifiuto stesso della logica della punizione, a un re della tradizione classica, Capaneo. La sua reazione contro l’ordine infernale è così oscena, così destabilizzante, che Dante mostra Virgilio turbato e furioso come mai prima: Virgilio comprende che Capaneo tocca un punto realmente scandaloso e reagisce con violenza.
Proprio queste contraddizioni dantesche mi hanno permesso di rovesciare il cammino verso questo testo sacro, nonché il testo che più amo in tutta la letteratura che conosco, in modo deliberatamente irriverente, persino presuntuoso. Mi sono concesso questo rovesciamento facendo leva sulle splendide contraddizioni interne dell’uomo Dante e dello scrittore Dante.
Lo spettacolo nasce anche dall’incontro con giovani attori provenienti dal Festival Dantesco Nazionale. Lavorare su Dante con interpreti giovani significa confrontarsi con una distanza da colmare, ma anche con un’energia molto potente.
Versus Dante è un lavoro che viaggia da molto tempo, assumendo forme diverse, attraversando luoghi differenti e rinnovando di volta in volta i propri interpreti.
Il cast attuale, composto da quattro attori trentenni, tutti passati e premiati in diverse edizioni del Festival Dantesco Internazionale, mi convince in modo particolare per una ragione precisa: Dante è un giovane. Non è il grande scrittore consacrato a compiere e a inventare quel viaggio, ma un uomo “nel cuore della vita”.
Mi sembrava dunque importante restituire alla voce che attraversa il poema una dimensione anagrafica vicina a quella del trentacinquenne che intraprende il viaggio dantesco. È anche un modo per sottrarre Dante al piedistallo della classicità: quella dimensione spesso percepita come lontana, distante nel tempo, già rigidamente definita, come talvolta rischiamo di essere noi stessi di una certa generazione, ad una certa età. Mi interessava invece riportarlo a quella fluidità aperta, inquieta e drammatica che appartiene a un trentenne.
C’è un insegnamento in particolare del professor emerito Giulio Ferroni, che continua ad accompagnarla quando lavora su Dante?
Il suo libro L’Italia di Dante, al centro della nostra conversazione, è un lavoro relativamente recente, nato da anni di viaggi e riflessioni sulla Commedia. A lui devo soprattutto alcuni corsi monografici dedicati alla presenza di Dante nel Novecento, che sono stati per me la premessa fondamentale per avvicinarmi al poeta da una prospettiva contemporanea. La prima versione di Versus Dante risale addirittura al 2000: il Novecento era appena alle nostre spalle, ma già operava come lente interpretativa.
Qual’è la sua idea di responsabilità culturale?
Per me la responsabilità culturale si declina in due ambiti complementari. Il primo è quello del regista e dell’artista. In questo ambito la mia scelta consiste quasi sempre nel partire da testi classici, da opere che possiedono già un riconoscimento e un peso nel dibattito culturale, per poi riattraversarle secondo una mia prospettiva e farne strumenti di lettura del presente. Anche i testi più lontani, dunque, devono essere ricondotti il più possibile all’oggi.
Il secondo ambito è quello della formazione. Attraverso il Festival Dantesco abbiamo infatti una responsabilità educativa nei confronti di una platea ormai molto ampia di under 20 e under 30. Qui, per me, essere un punto di riferimento significa anzitutto restare il più possibile liberi: offrire libertà di espressione ai giovani e non nascondere il profondo affetto, direi l’amore autentico, che nutro personalmente per quella fascia d’età.
Gli under 20 sono stati all’origine del Festival Dantesco; oggi il progetto si è esteso anche alla platea universitaria. Ma la mia idea di responsabilità si scioglie, in fondo, proprio in questo sentimento: sento di amare quella generazione più di ogni altra. Se è vera una delle frasi più belle del Vangelo “Ama e fa’ ciò che vuoi”, allora la responsabilità nasce proprio da lì e si traduce in una relazione fondata sulla libertà.
Con Teatri di Pietra e con il M° Aurelio Gatti esiste un dialogo artistico di lunga durata. Quest’anno avete lavorato insieme anche su La Decima Musa nei luoghi di pietra, progetto che mette in relazione patrimonio, immagine e creazione contemporanea. Cosa le interessa dell’incontro fra linguaggi audiovisivi, memoria dei luoghi e pratica teatrale?
Abbiamo realizzato dieci cortometraggi coinvolgendo cinque scuole: quattro nella provincia di Agrigento e una nella provincia di Messina. Siamo entrati nei “luoghi di pietra” insieme ai giovani: quattro degli istituti coinvolti erano comprensivi, dunque prevalentemente scuole medie e ultimi anni della primaria, mentre uno solo era una scuola secondaria di secondo grado.
Il lavoro è nato da una matrice teatrale. Alcuni gruppi hanno portato i corti teatrali che saranno presentati in scena proprio in questi ultimi giorni dell’anno scolastico, cogliendo l’occasione per testarli, verificarli e consolidarli attraverso una traduzione audiovisiva.
Abbiamo colto alcuni lavori teatrali ancora in itinere, a circa un mese dal loro debutto naturale sui palchi dei teatri scolastici, e li abbiamo trasferiti nei “luoghi di pietra” per realizzare dei video. L’idea era intrecciare la vocazione teatrale degli studenti, delle scuole e dei docenti, con il paesaggio classico e con il linguaggio audiovisivo.
In altri casi abbiamo lavorato su riletture di figure del mito. Penso, per esempio, ai progetti realizzati nel sito di Eraclea Minoa, dedicati a Cassandra e alla coppia Ulisse-Penelope. Anche qui, il punto di vista è rimasto profondamente contemporaneo: Cassandra è stata riletta attraverso una straordinaria poesia di Wisława Szymborska, una delle autrici che amo di più. Ulisse e Penelope invece sono stati reinterpretati a partire dal romanzo Itaca per sempre di Luigi Malerba.
Il video consente forme di abitazione dei luoghi complementari a quelle che il festival di Teatri di Pietra realizzerà durante l’estate attraverso la tradizione dello spettacolo dal vivo. Noi siamo stati, in qualche modo, il veicolo audiovisivo di un tentativo: avvicinare i più giovani alla classicità, ai “luoghi di pietra” e alle molteplici possibilità di abitarli, d’estate e non solo.
Se dovesse scegliere un verso della Divina Commedia quale sarebbe? E perché?
Forse sceglierei: “E vidi lume in forma di rivera / fulvido di fulgore, intra due rive / dipinte di mirabil primavera”. Paradossalmente il mio amore più profondo per Dante nasce dal Paradiso, che è la cantica più ostica. Per me il XXX canto del Paradiso è il più bello di tutti i cento.
Cito questa terzina perché racchiude una qualità rarissima: la capacità di dire il bello, il meraviglioso, il positivo. Ed è una delle sfide più difficili per un artista e forse anche per l’essere umano, attratto istintivamente dalla cronaca nera. Questi versi sono colmi di luce e di bellezza: il “fulvido di fulgore”, le rive di un fiume “dipinte di mirabil primavera”. In qualche modo vi si può intravedere persino un’anticipazione di un certo D’Annunzio visionario e paradisiaco, ma con la forza incomparabile di Dante. Li scelgo soprattutto per questo: per la capacità di raccontare la gioia, di scrivere addirittura trentatré canti che sono inni alla pienezza. Ed è forse proprio questo l’aspetto di Dante che continua a sconvolgermi di più, più dell’Inferno e del Purgatorio.
Livia Filippi

