Domenica 7 giugno, nella cornice del Mausoleo di Cecilia Metella e della Chiesa di San Nicola su l’Appia Antica di Roma, Beatrice Boni e Lorenzo Mattei daranno voce a Botanica Fantastica: un dialogo che intreccia arte, ecologia, immaginazione, progettazione culturale e pratiche del vivente.
Madre e figlio, ma anche interpreti di due percorsi differenti e complementari: da una parte l’esperienza di Beatrice Boni, agronoma, ex amministratrice pubblica e ideatrice di numerosi progetti dedicati alla comunità, all’educazione e al benessere territoriale. Dall’altra quella di Lorenzo Mattei, fondatore di Dreaming Plants, che da anni esplora il rapporto tra cura delle piante, ecosistemi, paesaggio e immaginario botanico.
In un tempo che fatica a distinguere il naturale dall’artificiale e che considera la natura come sfondo più che come presenza, Botanica Fantastica propone uno sguardo diverso. Le piante non come oggetti, ma come soggetti di relazione. Il fantastico non come evasione dalla realtà, ma come strumento per tornare a vederla con maggiore profondità.
Sul fondo affiora il pensiero di Giordano Bruno e la sua intuizione degli infiniti mondi: una visione capace ancora oggi di mettere in discussione l’antropocentrismo e di restituire centralità alle relazioni invisibili che legano esseri umani, paesaggi e forme di vita.
Moderato dalla giornalista Daniela Bartolini, l’incontro si inserisce perfettamente nella filosofia di Attraversamenti: il festival organizzato da Teatri di Pietra che prova a ricomporre legami tra discipline, linguaggi e visioni del presente.
Abbiamo incontrato Beatrice Boni e Lorenzo Mattei per parlare di comunità, immaginazione, cura e di quella “botanica fantastica” che continua silenziosamente ad abitare il mondo e noi stessi.
Il titolo del vostro talk accosta scienza e immaginazione. Lorenzo, oggi il “fantastico” è forse uno dei modi più profondi per tornare a guardare la botanica?
Credo di sì. Nel mio lavoro provo a ricreare piccoli mondi, micro-ecosistemi nei quali si genera una magia: una riproduzione, in scala ridotta, delle dinamiche fondamentali della vita terrestre. Questi ecosistemi riflettono quello che accade sulla Terra. Se osserviamo il nostro pianeta dalla prospettiva dell’universo, anche la Terra non è altro che un ecosistema minuscolo, un granello quasi invisibile nel cosmo. I mondi vegetali che costruisco cercano di riportare l’attenzione proprio su questo aspetto. C’è qualcosa di apparentemente magico nel vedere funzionare questi equilibri viventi, ma forse quella magia non è altro che la possibilità di osservare, più da vicino, ciò che accade continuamente intorno a noi e di cui spesso non ci accorgiamo più.
Botanica fantastica unisce arte, ecologia, cura, filosofia e pratiche del vivente. Beatrice, cosa significa costruire uno spazio in cui questi linguaggi dialogano senza gerarchie?
Credo che il luogo in cui tutte queste dimensioni possano realmente incontrarsi sia la comunità. È nello spazio della relazione che smettono di essere ambiti separati e trovano un senso comune. Il significato più profondo sta proprio nella possibilità di dialogare, di condividere visioni, suggestioni, esperienze con gli altri, con i propri simili. Ma comunicare non significa soltanto usare le parole: significa soprattutto agire, testimoniare attraverso ciò che si fa concretamente. In fondo, costruire uno spazio senza gerarchie tra discipline vuol dire questo: creare contesti in cui il sapere diventa esperienza condivisa, pratica vissuta e possibilità di relazione.
Madre e figlio, ma anche due percorsi apparentemente molto diversi: da una parte l’amministrazione pubblica, la progettazione culturale e la costruzione di comunità territoriali; dall’altra il lavoro di Dreaming Plants, l’immaginario botanico e la relazione quotidiana con il mondo vegetale. Beatrice, dove si incontrano davvero i vostri percorsi?
Il primo punto d’incontro è naturalmente il nostro essere madre e figlio. C’è sicuramente una componente caratteriale, forse persino genetica, che ci accomuna e che fa sì che, pur seguendo strade differenti, ci ritroviamo spesso a condividere uno stesso sguardo.
Credo che Lorenzo abbia assorbito molto del contesto in cui è cresciuto. Attraverso il mio lavoro pubblico ha osservato da vicino l’importanza del dialogo, della relazione con gli altri, della costruzione di percorsi condivisi. Oggi lui traduce questa sensibilità in un ambito diverso, attraverso la creazione di ecosistemi che mettono al centro la relazione tra gli esseri viventi.
Per quanto mi riguarda, avere un figlio come Lorenzo significa vivere ogni giorno uno scambio continuo, quasi osmotico. C’è una reciproca contaminazione che, pur portandoci a operare in contesti differenti, ci conduce spesso a parlare lo stesso linguaggio.
Lorenzo, quando una pianta smette di essere un semplice elemento decorativo e diventa una presenza con cui instaurare una relazione?
Per me questa relazione nasce molto presto. Mi viene in mente un episodio che sicuramente farà sorridere mia madre: da bambino ero solito “saccheggiare” gli scaffali di casa, prendendo contenitori di ogni tipo per riempirli di terra, piante e tutto ciò che trovavo.
Senza sapere davvero cosa stessi facendo, costruivo piccoli terrari, ricreavo ambienti in miniatura e raccoglievo perfino le lumache che incontravo per strada, cercando di farle vivere e riprodurre all’interno di quei microcosmi. Ripensandoci oggi, credo che quella fosse già una prima forma di connessione con ciò che faccio adesso e, forse, uno dei legami più profondi con il mondo in cui sono cresciuto.
Nei miei lavori non ci sono soltanto piante: inserisco anche altri organismi viventi che contribuiscono all’equilibrio complessivo dell’ambiente. Ogni elemento sostiene l’altro e trova senso all’interno di una rete di relazioni. In questo modo la pianta smette di essere un oggetto decorativo e diventa parte di un ecosistema vivo, in cui tutto funziona in relazione reciproca.
Anche all’interno delle case le piante non dovrebbero essere considerate semplici complementi d’arredo. Possono svolgere funzioni concrete nella vita quotidiana e, soprattutto, rappresentano una presenza che ci riconnette a qualcosa di più profondo. Viviamo sempre più lontani dal verde, soprattutto nelle città e nei ritmi frenetici della contemporaneità. Avere delle piante in casa significa recuperare un legame che, in qualche modo, appartiene alla nostra natura più ancestrale.
Per questo credo che il loro valore vada ben oltre l’aspetto estetico. Entrano in gioco molti altri fattori: il benessere, la relazione, l’equilibrio e soprattutto la cura. Forse è proprio la cura il tema centrale. Prendersi cura di una pianta significa rallentare, osservare, assumersi una responsabilità quotidiana. Ed è in quel momento che la pianta smette definitivamente di essere un oggetto e diventa una presenza.
Beatrice, in un tempo segnato dall’individualismo, la cura può ancora essere una pratica pubblica, politica e culturale, oltre che privata?
Ne sono profondamente convinta. A mio avviso, il linguaggio politico e più in generale quello pubblico dovrebbero essere molto più centrati sul tema della cura. Parliamo spesso della cura di sé, ma credo sia fondamentale allargare lo sguardo e recuperare la cura dell’altro. È una prospettiva più ampia, che riguarda le relazioni, le comunità e il modo in cui scegliamo di stare insieme.
Prendersi cura degli altri non è soltanto un gesto etico: è una condizione necessaria per il benessere collettivo e, in definitiva, anche per il nostro benessere personale. Se manca la cura per l’altro, alla fine viene meno anche la possibilità di stare bene noi stessi. Non sempre ne siamo consapevoli, ma è un legame molto profondo.
Per questo ritengo che la cura debba tornare a essere una categoria centrale del pensiero politico e dell’azione pubblica. Nel mio piccolo, ho sempre cercato di lavorare in questa direzione.
Nel vostro dialogo emerge il pensiero di Giordano Bruno e la sua idea di “infiniti mondi”. Che cosa vi affascina di questa visione radicalmente antiantropocentrica e quanto può parlare al nostro presente, attraversato da crisi ecologiche, sociali e percettive?
Beatrice Boni:
Credo che il nodo centrale sia proprio il superamento dell’antropocentrismo. Dovremmo imparare a uscire dall’idea che tutto parta da noi e ruoti attorno a noi. Penso sia importante tornare a riflettere su alcune intuizioni filosofiche e culturali, studiarle nuovamente e riportarle nel dibattito contemporaneo. Sono temi che, pur appartenendo a una lunga tradizione di pensiero, si rivelano oggi più che mai attuali, perché le questioni ambientali, sociali e relazionali sono ormai parte integrante della nostra quotidianità.
Lorenzo Mattei:
Nel lavoro che svolgo con i piccoli ecosistemi, osservare un microcosmo vegetale significa rendersi conto che non siamo il centro di tutto. È affascinante vedere come un piccolo mondo, una volta creato, possa trovare i propri equilibri e continuare a vivere senza l’intervento costante dell’essere umano.
Questa esperienza ci invita a ridimensionare il nostro punto di vista e a riconoscere quanto la natura sia autonoma e straordinariamente complessa. Forse dovremmo imparare a considerarla non come qualcosa che ci appartiene o che dobbiamo governare, ma come il sistema più grande di cui facciamo parte. È una riflessione che cerco di condividere anche attraverso le installazioni e i progetti che realizzo: comprendere che la natura non è sullo sfondo della nostra esistenza, ma al centro di una rete di relazioni di cui siamo soltanto una componente.
Lorenzo, cosa perdiamo quando smettiamo di immaginare?
Perdiamo innanzitutto la capacità di sottrarci alla monotonia e all’alienazione che spesso caratterizzano la vita contemporanea. Viviamo immersi nella frenesia delle città, nei ritmi incessanti del lavoro e in una quotidianità che lascia sempre meno spazio allo stupore.
Quando smettiamo di immaginare, smettiamo anche di fermarci per una passeggiata in un bosco, di osservare una pianta, di lasciarci interrogare da ciò che ci circonda. In qualche modo perdiamo il legame con la terra e con le nostre radici più profonde.
Credo sia fondamentale riconoscere che esistono infinite forme di vita, relazioni e presenze che condividono il mondo con noi e che meritano la nostra attenzione.
Immaginare, sognare, coltivare la meraviglia sono capacità essenziali che dovremmo recuperare. Solo così possiamo tornare a guardare il reale con occhi più aperti e consapevoli.
Il vostro incontro avviene sull’Appia Antica, all’interno di un festival che ha fatto dell’attraversamento il proprio tema centrale. Beatrice, in che modo un luogo così carico di storia modifica il senso del dialogo?
Lo modifica profondamente poiché è il luogo stesso a partecipare al dialogo, a conferire profondità e significato all’esperienza. Trovarsi immersi nell’Appia Antica significa entrare in contatto con una forza evocativa straordinaria, difficile da definire. È un paesaggio di straordinaria bellezza, ma soprattutto un luogo che custodisce una memoria collettiva molto potente.
Credo che la storia dei luoghi, in qualche modo, continui ad abitare anche noi. Ce la portiamo dentro, quasi fosse parte del nostro DNA. Avere la possibilità di confrontarsi e dialogare in uno spazio come questo rappresenta un valore aggiunto enorme.
Viviamo in una società che fatica sempre più a distinguere il naturale dall’artificiale. Lorenzo, questo vale anche per le piante?
Durante gli eventi che organizziamo in tutta Italia mi capita spesso di osservare la reazione delle persone davanti alle piante. Una delle prime domande che ci rivolgono è: “Ma sono vere?”. E ogni volta questa cosa mi sorprende. C’è un crescente distacco dalla natura in quest’epoca in cui tutto appare filtrato, costruito, mediato dalla tecnologia; e diventa sempre più difficile distinguere ciò che è autentico da ciò che è artificiale.
Lorenzo, il suo lavoro si fonda su pratiche di lentezza, osservazione e relazione con forme di vita che sfuggono alla logica dell’immediatezza contemporanea. Continuiamo spesso a considerare il mondo vegetale come qualcosa di silenzioso, passivo, quasi privo di soggettività, a differenza di quello animale, il cui dolore ci è più immediatamente percepibile.
Le piante sono molto più complesse di quanto siamo abituati a pensare. Numerosi studi dimostrano come siano capaci di comunicare tra loro: attraverso le radici si scambiano informazioni, sostanze nutritive e segnali che permettono loro di interagire con l’ambiente circostante. Spesso una pianta cresce meglio proprio grazie alla presenza di altre piante vicine.
Dovremmo imparare a guardarle in modo diverso; sono organismi viventi che partecipano a reti di relazione estremamente sofisticate. Ci ricordano che esistono intelligenze e modalità di esistenza diverse dalle nostre, ma non per questo meno evolute o meno degne di attenzione.
Il talk sarà moderato da Daniela Bartolini di Italia Che Cambia, realtà che racconta trasformazioni già in atto nei territori. Vi riconoscete nell’idea che il cambiamento, prima ancora che politico o economico, sia una questione di immaginario?
Beatrice Boni:
Sicuramente sì. Il cambiamento appartiene alla natura stessa della vita e riguarda ogni essere vivente. Se pensiamo alle piante, che crescono e si trasformano continuamente, ci accorgiamo che lo stesso accade a noi. Siamo diversi da come eravamo ieri e saremo diversi domani. Per questo considero il cambiamento una dimensione fondamentale: è ciò che ci permette di cercare costantemente strade nuove e migliori.
Lorenzo Mattei:
Uno dei progetti a cui sto lavorando, The Butterfly Dome, incarna perfettamente il tema della trasformazione. Si tratta di un grande ecosistema vivente, molto più esteso di un terrario, all’interno del quale allevo farfalle provenienti dal Sud America.
La farfalla è forse uno dei simboli più potenti del cambiamento: attraversa una metamorfosi radicale, passando da una forma di vita a un’altra completamente diversa. Quando partecipo con questo progetto agli eventi pubblici, vedo quanto questa trasformazione continui ad affascinare le persone. Credo che proprio qui risieda la forza dell’immaginario: rendere visibile ciò che accade continuamente anche nelle nostre vite.
Se doveste scegliere una pianta come metafora del nostro tempo, fragile, resistente, contraddittorio e in continua trasformazione, quale sarebbe e perché?
Beatrice Boni:
Io sceglierei l’olivo. Al di là del valore simbolico che porta con sé essendo associato alla pace, l’olivo è anche una pianta resiliente, che nonostante tutto genera frutti preziosi che accompagnano da sempre la nostra cultura alimentare e le nostre tavole.
Lorenzo Mattei:
Io scelgo la Monstera, è una pianta che incarna molto bene il tema dell’adattamento. Le sue caratteristiche foglie forate sono il risultato di un’evoluzione che le ha permesso di resistere alle forti piogge tropicali e di lasciare filtrare la luce negli ambienti più fitti della foresta. Nel tempo, ha saputo trasformarsi per convivere con il proprio ambiente. In realtà tutte le piante lo fanno, ma nella Monstera questo processo è particolarmente evidente. E forse è anche per questo che è una delle mie piante preferite.
Livia Filippi

