“Ero l’ultima luce”. Intervistiamo l’attore e regista Graziano Germano Piazza e l’attrice protagonista Melania Fiore

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In occasione del prossimo debutto di “ERO L’ULTIMA LUCE” dopo aver intervistato l’autore Alessandro Pertosa incontriamo l’attore e regista Graziano Germano Piazza e l’attrice protagonista Melania Fiore. Dopo il successo riscosso con l’interpretazione di Tiresia nell’Antigone di Robert Carsen al Teatro Greco di Siracusa, Graziano Piazza dirigerà quest’opera la cui prima nazionale sarà a luglio, cui seguirà tournèe.

Graziano Germano Piazza. Attore, regista, scultore dal curriculum straordinario e una lunga carriera teatrale ma anche numerose partecipazioni televisive e cinematografiche. Hai lavorato con grandi maestri della scena nazionale e internazionale, come Peter Stein, Benno Besson, Luca Ronconi, Anatolij Vassiliev, Massimo Castri, Federico Tiezzi, Giancarlo Sepe. Nel 2000 sei protagonista al Teatro Greco di Siracusa con Oreste per la regia di Piero Maccarinelli e nel 2025 sei Achille nella Pentesilea di Peter Stein ad Epidauro in Grecia ma anche allOdeon di Parigi e al Teatro Argentina di Roma. Alterni spettacoli classici a personaggi dalla forte connotazione sociale, a monologhi che indagano lessere femminile: il tuo è un percorso davvero significativo nella scena teatrale italiana. Da anni poi porti avanti unintensa attività di scultore, un aspetto molto affascinante del tuo essere artista. Come questa attività si integra e si sposa col tuo mestiere dattore?

Ritengo la manualità sempre creativa se finalizzata ad una certa tendenza all’armonia. La scultura, l’attenzione alle forme che dalle mie mani si potevano creare col ferro, è cominciata insieme alla pratica della recitazione e al palcoscenico. Dopo aver fatto la mia prima esperienza televisiva con Vittorio Gassman nel marzo dell’83, in luglio vedo una mostra meravigliosa di Alexander Calder, il giorno prima dell’esame di maturità, ne sono talmente coinvolto che cerco di ricreare ciò che ho visto e poi nel tempo svilupparlo secondo le mie percezioni creative. Continuiamo ad esprimere, in ogni nostra manifestazione, il nostro impulso creativo, la parola come il gesto, consapevole o no, il suono della voce come la linea del ferro che prende spazio tridimensionale, lasciano traiettorie invisibili della nostra manifestazione. Non si può fare “tutto”, certo, ma il “tutto” compone la sintesi del nostro respiro, della nostra aspirazione, così che si trae linfa da una cosa o dall’altra per nutrire l’anima. Manca a volte il Tempo, ma è solo un illusione!

In questo periodo stai interpretando Tiresia nellapplauditissima Antigone” di Robert Carsen, al Teatro Greco di Siracusa. Che significa interpretare un personaggio così emblematico e cosa ti sta dando come attore?

Tiresia è un canale! Un medium tra Alto e Basso. E’ come gli uomini privo del Sapere, ma è “parlato” dagli Dei. Gli Dei parlano attraverso di lui. E’ un personaggio che contiene i due generi del maschile e del femminile, le loro energie integrate in un corpo che “vede” oltre. E’ un esperienza sensoriale che amplifica i suoni, le relazioni con lo spazio, per questo non ha tempo, può essere di ogni epoca e di ogni condizione sociale, un Re o un Reietto, lascia sempre in noi qualcosa che ci appartiene, che riconosciamo perché è la nostra umanità. Ho portato a termine l’arco iniziato proprio con Carsen nell’Edipo Re e conclusosi qui in questa Antigone. Robert Carsen mi ha indicato una Via per attraversare il dolore e la gioia insieme che Tiresia contiene al suo interno. Carsen è un regista geniale e si pone anche lui come tramite per rendere la classicità la nostra visione contemporanea.

Perché secondo te questa tragedia può esser definita moderna?

Credo di aver già risposto sommariamente. Cercando di approfondire direi che non solo i temi trattati del diritto naturale e quello giuridico, della gestione del potere da parte dei capi, del conflitto tra popoli, sono sotto i nostri occhi contemporanei, ma la richiesta implicita che t’impone la tragedia è “la scelta”, la nostra posizione, la presa di posizione che non può lasciarci indifferenti. Antigone ci chiede dove ci mettiamo, ci chiede una partecipazione, una compromissione. Oggi tutto continua a chiederci da che parte siamo, profondamente, non possiamo essere indifferenti, questo sarà sempre contemporaneo!

Il tuo prossimo impegno sarà la regia di Ero, lultima luce” con protagonista Melania Fiore, artista poliedrica e bravissima attrice formatasi con Mario Scaccia. Com’è nata questa collaborazione? Avevate già lavorato insieme?

E’ la prima volta. Anche se nel tempo più volte abbiamo manifestato l’interesse reciproco di una collaborazione. E’ arrivata una bella occasione di cominciare a conoscerci e mettere in gioco l’esperienza reciproca e l’aspirazione gioiosa del Teatro di Parola con questo testo che ho trovato molto interessante. Attrice sensibile, intelligente, preparata, dotata di svariati mezzi affinati da mille esperienze e grandi partner, saprà rispondere alle mie suggestioni con Cura e sarà un bel modo di lasciarsi stimolare reciprocamente.

Lo spettacolo debutterà in Piemonte al Festival Rete Teatri, direttore artistico Paolo La Farina, una rete di oltre 30 medi e piccoli Comuni piemontesi e liguri con un cartellone di spettacoli di alta qualità. Ero” sarà in scena presso il Monastero di Bormida e nellAnfiteatro di Acquiterme poi nel prestigioso Festival di Gualdo Tadino, con la direzione artistica di Melania Giglio per poi proseguire la sua tournée in numerosi festival e teatri italiani tra il 2026 e il 2027. Cosa vi ha portato a mettere in scena questopera? Cosa ti ha colpito di questo personaggio?

La scrittura di Alessandro Pertosa è drammaturgicamente molto densa. Continui riferimenti letterari in un ritmo incalzante di parole e sospensioni. Leggendolo la prima volta sono rimasto stupito di come mi si sia svelato il personaggio di Ero, che conoscevo solo in stretto rapporto con Leandro. La forza della sua pratica d’amore invece nell’attesa, nella sua solitudine soltanto apparente, di questa assenza dell’amato, ci racconta con cruda necessità la violenza e la poesia insieme dell’amore, “come chi annega desidera l’aria”, ed è un’immagine piuttosto confacente. Perlustrare queste dinamiche interne del bisogno d’amore credo sia un’emergenza, guardare da vicino la nostra ferita d’amore da cui può trasparire la luce che ci guida. Può essere doloroso, ma ci rende consapevoli del maggiore atto creativo che ci fa vicini agli Dei.

Cosa consiglierebbe un grande attore e regista come te a chi si affaccia alla carriera teatrale?

Lavorare su sé stessi, vivere dell’attitudine necessaria ad essere nel luogo giusto, al momento giusto ed essere pronti. Stare nella relazione con gli altri e nutrirsi delle giuste componenti che ti rendano sensibile all’atto creativo. E poi vuotare il canale del proprio ego e lasciare andare, affidandosi al Tempo.

Un grazie speciale a Graziano Piazza e ora qualche domanda anche a Melania Fiore. Melania, in un’intervista di qualche giorno fa abbiamo parlato diffusamente della tua carriera artistica e della tua collaborazione con Nuovi Linguaggi. A partire da quest’estate sarai presente in opere molto importanti legate al teatro greco antico. Quali sono e qual è il tuo rapporto con questo tipo di Teatro?

Il mio rapporto col teatro antico è una ri-scoperta viscerale: al liceo avevo voti alti in greco, lo amavo particolarmente, non solo il teatro o la letteratura, proprio il greco come lingua antica. Il mio stesso nome deriva dal termine greco antico Μελανία (Melanía), tratto dall’aggettivo μέλαινα il cui significato letterale è “nera” o “scura”. Ho iniziato a vent’anni al Teatro Ateneo della Sapienza con ANTIGONE, regia di Judith Malina del Living Theatre, per proseguire con vari laboratori con Melania Giglio e Daniele Salvo che poi mi ha diretto in PILADE, di Pier Paolo Pasolini, andato in scena al Teatro Vascello di Roma nel 2016: un’esperienza forte e splendida, dove ho imparato a cesellare la Parola e a vivere il Teatro ancor più come un rito sacro, un respiro collettivo dell’anima che ci connette con l’archetipo umano. Tale incontro, sebbene la mia formazione affondi le radici nella prosa, ha ridefinito la mia identità di attrice. Ho già parlato in precedenza di quanto è stato importante interpretare ANTIGONE, prodotto da Nuovi Linguaggi: una vera e propria sfida corporea e vocale, che mi ha richiesto un dispendio energetico ed emotivo notevole.

Una svolta è stata l’incontro con il drammaturgo e regista Giuseppe Argirò, che ringrazio di cuore per avermi chiamato ad interpretare con altri bravissimi attori e attrici, alcune opere assai significative del Teatro antico: RUDENS, BACCANTI, EDIPO A COLONO, ELETTRA. Grazie alla sua visione e al lavoro condiviso ho riscoperto ancor più a fondo il Classico come materia viva, pulsante e tragicamente contemporanea. ELETTRA, drammaturgia e regia di Giuseppe Argirò, prodotta dal Centro Teatrale Meridionale, dove interpreto Crisotemi, sarà ancora in scena quest’estate presso il Teatro Cortesi di Sirolo.

Inoltre proprio quest’anno lo scrittore, regista e drammaturgo Enrico Bernard col quale collaboro da parecchi anni mi ha fatto un regalo: ha scritto per me “UNA CONTRO L’ALTRA: L’ODISSEA DELLE ASSENTI”, un magnifico assolo che fa luce sulla dualità psicologica femminile partendo però da due archetipi, due donne del mito che paiono in conflitto e in realtà sono in dialogo lirico e potente: Circe e Penelope.

Ti senti completamente nuda di fronte alla potenza del Tragico, che è irrazionale, che è umano, che è particolare e universale nel medesimo tempo: è bellissimo sia interpretare un personaggio sia esser parte di un Coro che diventa una cosa sola. Sono felice dunque di esser stata scelta per la Medea, regia di Nicasio Anselmo, che debutterà quest’estate prodotto dal Centro Teatrale Meridionale diretto da Domenico Pantano, dove sarò nel Coro delle Donne di Corinto e altrettanto felice di essere protagonista di “ERO L’ULTIMA LUCE”, scritto da Alessandro Pertosa con la regia di Graziano Piazza.

Parliamo di ERO: abbiamo ascoltato il drammaturgo e il regista. Qual è il punto di vista dell’attrice?

Conoscevo il mito di Ero e Leandro attraverso letture accademiche (l’opera di Museo Grammatico) ma questo testo di Alessandro Pertosa mi ha veramente colpita: non è solo un monologo o una riscrittura. La ritengo un’opera teatrale, ma anche letteraria di grande livello, perchè spoglia il mito classico di Ero e Leandro di ogni retorica. Racconta la contraddizione profonda dell’amore, che è passione ma anche distanza, luce ma anche oscurità: ha bisogno del fuoco per ardere, ma poi si alimenta con l’assenza. E tutto questo è raccontato dal punto di vista non di un’eroina intoccabile, non di una dea, ma semplicemente di una donna. Anzi di Ero, la sacerdotessa di Afrodite, votata alla castità, che si spoglia del suo ruolo per diventare una donna. Lo sguardo intimo di Ero è al centro del monologo, non la leggenda romantica- per quanto il testo sia ricco di immagini potenti, come “Ho acceso la mia voce come si accende un fuoco al crepuscolo, una luce piccola, fragile, ma ostinata. La farò ardere ancora, anche stanotte, anche se (….) il mare è nero come una bocca che inghiotte ogni cosa.” Non è il destino tragico fine a se stesso, qui si parla dell’umanità cruda di una donna che vive l’amore come attesa e che resiste come la Luce del titolo, che sta per spegnersi. In un mondo dove tutto crolla e si spegne, Ero incarna l’ultimo baluardo di calore, l’ultima torcia accesa sul vuoto del mare e dell’esistenza. Ringrazio con tutto il cuore A. Pertosa di aver scritto per me questo testo così intenso e viscerale e avermelo affidato: spero di esserne all’altezza, con la regia sapiente e sensibile di un artista del calibro di Graziano Piazza.

Mi pare che le premesse di un successo ci siano tutte. Avete già iniziato le prove?

Lo spero! Ad ogni modo questo viaggio si preannuncia davvero significativo per me. Si, le prove sono iniziate. Ero mi richiede come attrice di attingere a registri opposti: dalla forza titanica della passione alla fragilità assoluta della perdita, esplorando una partitura emotiva totale. L’essere fanciulla innocente, seguace del culto della dea Afrodite (quindi con tutta la devozione e l’abnegazione che il Culto comporta) e al contempo donna sensuale, soggetto desiderante e oggetto desiderato, richiede un’ampia tavolozza emotiva per esprimere al meglio l’estensione del personaggio. Lavorare con Graziano Piazza per questo è un vero privilegio, e lo ringrazio dal profondo del cuore perché continuamente mi sfida, mi mette alla prova con “abiti” che non mi sono comodi, mi fa andare oltre le mie zone di confort: con la sua competenza, l’ausilio della musica che sceglie lui stesso, con immagini e riferimenti letterari, mi fa andare oltre, offrendomi la libertà di destrutturare continuamente il personaggio e trovare una verità scenica nuova. Come lui ha detto avevamo già manifestato in passato il desiderio di lavorare insieme, e questo testo è stata davvero una magnifica occasione per farlo.

Grazie ai miei straordinari compagni di viaggio e grazie a voi.

GRAZIE DAVVERO A TUTTI E TRE PER QUESTO BELLISSIMO VIAGGIO. CI VEDIAMO A TEATRO!

Stefano Duranti Poccetti

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