A Bellinzona i Territori sono frizzanti: droghe, cuoio e mostri (prima parte)

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di Tommaso Chimenti

La lingua dei binari che passa dall’Italia alla Svizzera lambisce e bacia, e si fa bagnare, prima dal Lago di Como e poi da quello di Lugano riecheggiando prima le gesta calcistiche recenti di Fabregas e poi, inevitabilmente, Ivan Graziani. Bellinzona è nomen omen, una strada e due piazze in una vallata circondata dalle Alpi ancora in questa stagione innevate e protetta da tre castelli e da innumerevoli sculture disseminate tra le fortezze e i merli come in città, statue antropomorfe a punteggiare vie ed angoli. Davanti al Teatro Sociale invece una fontana espone centralmente una foca, chissà che non sia animale nazionale. Dopotutto se Annibale a queste latitudini passò con gli elefanti tutto è davvero possibile. Invece nello stemma della città del Canton Ticino, la Svizzera italiana, c’è un biscione, che ricorda Milano, ma con la testa di lupo, una sorta di patchwork che ci ha ricordato la Chimera etrusca. Ci si immagina sempre, da lontano, il Ticino come un qualcosa di provinciale, non proprio Brianza ma che potrebbe assomigliargli. Nessun veleno come cantava Battisti in “Una giornata uggiosa”, la gente qui è aperta, amichevole, l’atmosfera è rilassata. Non abbiamo visto nessun clochard, nessuno che chiedeva l’elemosina fuori dai negozi, nessun inutile scarabocchio sui muri cittadini e le proverbiali strade pulite. Abbiamo sentito l’aroma e il profumo del rispetto per l’altro e per la Natura con tutto quel verde che abbonda e sovrasta, appena si alzano gli occhi, Bellinzona. Gli abitanti la chiamano amichevolmente B’Zona che sembra uno schema del calcio totale di Zeman oppure di Oronzo Canà. E proprio giocando e invertendo l’ordine dei fattori, è nata l’associazione Zona B una piattaforma nata post Covid che raccoglie una decina di associazioni dedite agli spettacoli dal vivo con a capo due giovani donne energiche e con le idee ben chiare, Raissa Aviles e Margherita Saltamacchia: il Festival Territori è la loro massima espressione (insieme al Teatro Sociale) che ad inizio giugno invade le strade e gli spazi di Bellinzona portando arte, colori, vita. Oltre al Sociale le performance si sono svolte in altri due luoghi a loro modo curiosi e magici: una concessionaria, il Garage Ferrari, un bellissimo incrocio di tensioni tra gli spettacoli e le auto in sosta in vendita, l’Officina Nephos posto unico al mondo dove si fa la nebbia scenica con tecniche antiche, niente a che vedere con le macchine del ghiaccio teatrali, l’Istituto Santa Maria, dove per un’ora siamo ritornati sui banchi di scuola, e il Castello di Montebello che in notturna ha sprigionato tutti gli infiniti rimandi gotici. Pièce differenti, eterogenee, lontane ma che hanno toccato più modalità di stare in scena, di comunicare, di parlare.

In “Radio LSD” a cura di Flavio Stroppini con la Radiotelevisione Svizzera abbiamo apprezzato l’impianto, le sonorità viscerali, la costruzione registica del dispositivo, l’incastro di parole e sound: si raccontava la storia del chimico Albert Hofmann, l’inventore nel ’43 della droga sintetica LSD e del suo viaggio in bicicletta e casa. Un pianista eccezionale, un sintetizzatore, il regista e un attore funambolico Daniele Ornatelli che giocava, giostrava, si palleggiava tra tre microfoni differenti con echi e distorsioni diverse; uno dei tre è il famoso microfono a testa binaurale a 360 gradi che già vedemmo in azione, sempre alla RSI di Lugano, durante un Festival FIT in occasione dello spettacolo di Marco Baliani “E Johnny prese il fucile”. Immersi con le cuffie in un vero e proprio trip tra le musiche e una drammaturgia visionaria, eccentrica, assurda, in un radiodramma composito, efficace, che ci ha posto davanti a domande amletiche, interrogandoci su che cosa sia reale e che cosa si la verità e se quello che vediamo e la nostra percezione possa essere considerato comunque vero perché lo sentiamo anche se non tangibile: “Prima o poi ti accorgerai che i mostri sotto al letto siamo noi”. La voce di Ornatelli ha infiniti registri e li modula con grande maestria ed arte portandoci dentro un mondo d’Apocalisse, d’onde luce, nella dissoluzione di tutto quello che crediamo sia, e sia composto, il nostro universo. Un testo che destruttura le nostre convinzioni, le nostre piccole certezze e consuetudini, che sbaraglia il concetto di tempo come quello di spazio e ci fa essere, per un’ora, in balia, naufraghi senza più punti di riferimento. La follia si mischia alla paura: la realtà, quella che consideriamo come tale, è soltanto una tra le tante possibili e non lo dicono i filosofi ma gli scienziati. E’ per quello che ci prendiamo troppo sul serio tra odio e guerre quando non siamo nemmeno pulviscolo come specie animale, figuriamoci come singoli.

Un’esperienza intensa, psichedelica, irrazionale, illogica, bellissima, che rimette in discussione i nostri piccoli parametri, talmente vivida che tocca i cinque sensi oltre all’intelletto.

Eroticissimo, al limite del pornografico, talmente viscerale ed esplicito ma allo stesso tempo pudico e per niente esagerato è stato “Cuir” a cura dei belgi Arno Ferrera e Giles Polet, che già dal titolo gioca sulla traduzione francese, cuoio, e la sua assonanza con la parola “queer” l’espressione del mondo LGBT. Siamo spettatori di una danza tra gladiatori nel Colosseo, immersi in Ben Hur, davanti a noi due lottatori in una guerriglia di schermaglie ancestrale e primitiva, possenti sul tatami, sudati nelle loro corazze con molti appigli e maniglie in pelle, quel latex che emana immediatamente un immaginario pruriginoso e scottante. Si cavalcano uno sopra l’altro come fossimo in un rodeo, adesso diventano una cosa sola, un centauro, il cavaliere che monta il suo destriero. E poi leve e sospensioni da lotta greco romana, ginocchiere e gomitiere e litri di sudore per un incontro stancante, affascinante, distruttivo per caviglie e ginocchia, schiena e cosce, polpacci e tendini d’Achille, sofferto, vibrante, eccessivo e doloroso. Come due animali preistorici e mitologici, gorilla ginnici che esplodono la loro potenza guizzante utilizzando gli appigli del corpetto come redini, “bestie” dentro un teatro fisico dirompente e ammaliante. C’è un padrone e un sottomesso, c’è uno che comanda e uno che esegue in un continuo rapporto sadomasochistico tra attrazione e repulsione, certamente violento ma anche connotato e imbrattato di quella rude tenerezza che diventa presenza di muscoli, di torture, di punizioni. Si sente palese la voglia delle mani addosso, di essere colpiti, dell’eccitazione nella passività, della contenzione come della costrizione, dello sprezzo e della simulazione di un amplesso in questo match di rugby, di lotta nel fango, di sumo e arti marziali, di mischia in stile Maori: massacrante e usurante. Si sentono echi scandalosi da Genet: si arrampicano sul corpo dell’altro, si scalano, si rotolano, si grugniscono, si abbaiano in faccia tra dominatore e sudditanza, in questo gioco perverso di amare chi ti fa del male.

La location ha avuto il suo bell’impatto nel confezionamento del “Frankenstein” di Margherita Saltamacchia all’aperto tra i merli del Castello, tra i chiaroscuri di un cielo bluastro, le nubi gonfie grigie e cariche che parevano di pastello. I suoni sono inquietanti e l’idea della Saltamacchia è quella di usare un distorsore della voce al suo microfono arrivando ad avere tre diverse tonalità: quella della narratrice-autrice, quella del dottore e quella del mostro. La musica dal vivo, con la chitarra elettrica di Robin Bressani e l’elettronica e le percussioni di Ali Salviani, insieme alle ombre allarmanti che si formavano tra le pietre della fortezza hanno reso il progetto unico, tagliente, preciso, un’operina rock gustosa e tremebonda. Ci sono i dubbi del dottore sulla creazione di questo nuovo essere, c’è il dolore di questo umanoide che sente il peso della diversità e della solitudine e infine c’è la ricerca, da parte del Mostro, di sentirsi accolto, abbracciato, amato. E’ qui che entra in campo la parte più struggente del romanzo, quella che spesso è castrata, che scivola via dalla narrazione: il dottore si mette all’opera per dare alla luce una Lady Frankenstein per ubbidire alla Bestia che vuole assolutamente una partner. E’ adesso che sorgono altri tipi di problemi e riflessioni: la femmina dell’Orco ancora non è venuta al mondo ma già soffre perché non avrà autonomia, libertà, indipendenza visto che la sua nascita è stata subordinata ai voleri del maschio che vuole tutta per sé una compagna, una moglie, un’amica, un’amante, come se fosse un oggetto, un gioco, un particolare per sopprimere una mancanza senza tenere conto delle voglie e desideri di questo nuovo individuo che ancora non esiste ma è già schiavizzato. La Saltamacchia padroneggia l’ambito drammatico cullandosi dentro le sonorità distorte, totalmente coinvolta e concentrata nel portare a galla tutte le sfumature, le pieghe nascoste, i contrasti, le contraddizioni umane, con delicatezza, fermezza, urgenza, capacità, azione, forza, aspirazione in un impasto magico tra parole e luogo difficilmente ricreabile altrove.

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