Il ritorno come scelta, la memoria come bussola e un nuovo album che guarda al mondo del lavoro
C’è una parola che attraversa in profondità Il Piccione Viaggiatore e gran parte della poetica di Daniele Meneghin: appartenenza. Non soltanto quella verso un luogo fisico, ma anche quella che ci lega alle persone, alle esperienze e alle passioni che contribuiscono a definire chi siamo. Nel nuovo singolo, il ritorno diventa così molto più di un semplice movimento nello spazio: è un gesto identitario, la ricerca di qualcosa che continua a chiamarci anche dopo lunghi viaggi e cambiamenti.
Nel suo caso quel luogo coincide con la musica, presenza costante di una vita vissuta tra lavoro, scrittura e osservazione del quotidiano. Attraverso l’immagine del piccione viaggiatore, Meneghin costruisce una riflessione sul significato del ritorno, sulla forza delle radici e sulla necessità di trovare una direzione in un mondo sempre più veloce e frammentato. In questa parte dell’intervista il cantautore racconta le influenze che hanno orientato il suo percorso, il rapporto con il simbolismo animale e le anticipazioni del nuovo album, un progetto che affonderà le proprie radici nell’esperienza concreta del lavoro e della vita di tutti i giorni.
Intervista a Daniele Meneghin
Hai raccontato che Il Piccione Viaggiatore parla del ritorno ai luoghi in cui ci sentiamo al sicuro. Nel tuo caso quel luogo è la musica: c’è stato un momento preciso in cui hai capito che, nonostante tutto, saresti sempre tornato lì?
L’appartenenza è un sentimento che percepisco molto. Penso sia anche una questione culturale. Io sento di appartenere alla mia famiglia, al mio lavoro, al mio paese, alla mia regione, a tutto quello che mi ha fatto crescere e che mi dà la possibilità di continuare a farlo. Per questo diventa ovvio che appartengo anche alla musica, che fa parte del mio essere da sempre.
Il simbolo del piccione viaggiatore richiama l’idea dell’orientamento e del ritorno a casa. Quali sono stati i riferimenti, le persone o le esperienze che hanno continuato a fare da bussola nel tuo percorso artistico?
Fin da piccolo a casa si ascoltavano i cantautori degli anni Sessanta e Settanta, tutto quel movimento che scriveva canzoni a sostegno della coscienza sociale. Ma anche le sigle dei cartoni animati facevano parte degli ascolti che mi emozionavano e, con il tempo, tutta la musica che esprimeva un concetto vicino al mio modo di sentire è stata formativa per me.
Questo brano nasce da una canzone già esistente ma oggi assume un significato diverso grazie al nuovo arrangiamento. C’è qualche verso che senti di aver “riscoperto” dopo gli anni trascorsi dalla sua prima pubblicazione?
“Viaggio pressoché per non andare” è la parte che ancora sento attuale. Questa forma di distacco dalla voglia di spostarsi è ancora mia. Forse è una dichiarazione di pigrizia mentale, oppure la consapevolezza che il vero viaggio lo fai dentro di te e che la vera meta irraggiungibile sei proprio tu, quello autentico.
Nelle tue canzoni emerge spesso una dimensione molto umana e quotidiana, ma filtrata attraverso immagini simboliche. Perché hai scelto proprio la figura del piccione viaggiatore per raccontare questo bisogno di ritorno?
Gli animali hanno sempre fatto parte della mia vita, direttamente o indirettamente. Per un periodo ho avuto una squadra di piccioni viaggiatori, un mondo che vale davvero la pena conoscere e che consiglio a tutti di scoprire. Quell’esperienza mi ha fatto nascere una domanda: “Ritornare per trovare il mangiare è una cosa intelligente o stupida?”.
Hai definito questo singolo come un passaggio verso il prossimo album. Se Il Piccione Viaggiatore rappresenta il ritorno a casa, il disco che sta arrivando sarà invece un punto di arrivo o una nuova partenza?
Il disco a cui sto lavorando con Osvaldo Di Dio sarà sicuramente un nuovo punto di arrivo, partendo però dalla solidità del mio vivere quotidiano e dall’esperienza maturata in questi anni di lavoro e di vita. Sarà un disco che parlerà molto di lavoro, ovviamente dal mio punto di vista.

