Territori di Bellinzona: la fame, la guerra, l’ansia (seconda parte)

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di Tommaso Chimenti

Dopo aver combattuto, e vinto, contro i mostri, aver sconfitto le droghe, e slacciato il nodo del cuoio (qui la prima parte del resoconto dal Festival Territori di Bellinzona: https://www.corrieredellospettacolo.net/2026/06/08/a-bellinzona-i-territori-sono-frizzanti-droghe-cuoio-e-mostri-prima-parte/) adesso ci immergeremo nella guerra, nell’ansia di stare al mondo, nella fame. Temi leggeri.

Un Paese del quale ultimamente sentiamo parlare poco, a livello dei media, è la Georgia. Uno dei tanti paesi usciti nell’89 dall’egemonia sovietica che adesso, in un modo o nell’altro (come l’Armenia, la Bielorussia, l’Ucraina), sono tornati sotto il cappello governativo putiniano o con le elezioni taroccate o con le forniture di gas o con lo strapotere delle forze armate. Il Pil della Georgia sta crescendo in modo molto alto, anomalo direbbe qualcuno, attestandosi sul 6%. La popolazione è in subbuglio e in costante contestazione di piazza dalle elezioni del 2020 e Kaladze, arcigno difensore del Milan dei primi dieci anni del terzo millennio, è diventato sindaco della capitale Tblisi con il partito Sogno Georgiano che respira aria moscovita. In questo clima affatto sereno però il teatro, pur avendo fondi dimezzati, continua a proporre i suoi spettacoli, che spesso trattano temi caldi come questo “Maro”, a cura della Compagnia Hoi e prodotto dalla Tumanishvili Film Actors Theatre, che hanno vinto in patria un concorso ideato e promosso da Gianni Forte (ex direttore della Biennale Teatro, insieme a Stefano Ricci) e Michele Panella (operatore internazionale e direttore della sezione Focus all’interno del Festival Gift georgiano). L’argomento di fondo è la guerra, un conflitto in particolare; qui si parla degli scontri civili del 1920 tra i patrioti e le forze supportate da Mosca. Come a dire: non possiamo parlare del 2020 parliamo di cento anni prima, tanto la storia non è cambiata. Il governo georgiano sembra tollerare questo tipo di teatro, producendolo e dandogli la possibilità di circuitare anche all’estero dimostrando così di essere permissivi, affatto restrittivi o punitivi, anzi aperti di vedute anche con chi la pensa in maniera differente rispetto a chi ha vinto le elezioni. Si tratta di teatro fisico, una performance intensa di danza contemporanea che ci ha fatto respirare quell’atmosfera di morte, di devastazione, di sangue e macerie. Sulle scalette salendo sul palcoscenico erano stati allestiti tanti piccoli vasi con fiori di campo come un ricordo, come un cimitero, mentre una striscia rossa al led sul fondale tagliava la visuale come una lama, come una ferita ancora, e sempre, lacerata e grondante. In alto tanti vestiti come corpi impiccati a penzolare. Maro è la leggendaria eroina georgiana morta in battaglia, sacrificandosi per la libertà del suo Paese. Un’ora di lotte e rincorse, di corpi martoriati e abbandonati sul campo e ammassati, del fronte, di massacri, di esecuzioni: straziante, commovente, delicato e atroce. Lo spettacolo però non ha cambi di passo né la drammaturgia-coreografia muta ed evolve, dalla prima scena all’ultima solo corpi dilaniati, abbattuti, sventrati a terra. Il manichino-pupazzo, che raffigura la ragazza che dà il titolo alla pièce, risulta essere un doppione, poco utilizzato e lasciato lì in fondo in attesa del finale. Bravi e conturbanti i sei performer come tremendamente potente l’artificio di grandi anelli che al posto delle chiavi impilate (la chiave dà sempre quel senso di protezione, di caldo, di rifugio e tana, il contrario del freddo della guerra, delle trincee, del fango e della morte) hanno grandi veri bossoli di artiglieria spaventosi soltanto nell’osservarne le dimensioni pensando ai danni che possono fare incontrando un corpo umano. Un elemento scenico questo, spiazzante che poteva fare più “rumore”, da utilizzare maggiormente e meglio, per l’effetto sorpresa, invece che uscire nell’ultimo quadro per fare velocemente capolino prima del buio finale.

La palma per il titolo più performante e illuminato va assolutamente a “Se volevo vivere sotto pressione nascevo pentola” di Camilla Parini (prod. FIT Festival di Lugano). Lo diciamo subito: è più una restituzione di un progetto sociale che uno spettacolo teatrale e alcuni percorsi forse dovrebbero rimanere nell’ambito privato di chi li ha attraversati senza la spettacolarizzazione finale. Detto questo, dopo tanti anni ci siamo ritrovati nuovamente sui banchi di scuola con la Parini alla lavagna e in lettura (peccato perché crea sempre una distanza, una barriera, una lontananza in chi ascolta senza la fluidità del racconto, dell’oralità diretta e spontanea) che accompagnava i suoi studenti (noi) tra le righe dei suoi “Sentieri Selvaggi”, incontri con gruppi di adolescenti in balia del cambiamento, delle trasformazioni, personali e globali, attanagliati dall’ansia di vivere, corrosi dai social, dalla regole degli adulti, immersi in grandi tematiche mondiali che non riescono a maneggiare, a capire, a digerire, venendone schiacciati. Su ogni banco c’è un diario di un alunno-partecipante, che ovviamente ha dato il consenso perché sconosciuti lo potessero leggere e sfogliare. E’ una scrittura condivisa di ragazzi tra i diciassette e i ventidue anni che cola di “non ce la faccio”, “non riesco”, le paure del fallimento constante, le aspettative dei genitori e della società che li logorano, le infinite ambizioni che si scontrano con la realtà, il futuro che li spaventa, il timore di deludere sempre qualcuno. E c’è la voglia di essere visti e ascoltati, accolti e abbracciati, capiti, anche se è come se un palloncino tentasse di stringere un cactus. Chi ha abbandonato la scuola perché la sente troppo distante dal mondo che là fuori macina, chi vuole solo ribellarsi e forse non sa neanche contro chi, chi piange, chi ha subito bullismo, chi ha bisogno di urlare, chi pensa di non avere via d’uscita, chi non pensa di meritarsi le cose che ha, chi ha pensato di farla finita. Ferite, cicatrici e pochi strumenti per poter affrontare il dolore, i rifiuti, i no, i tradimenti, le sconfitte, le cadute. Ognuno sta combattendo la sua battaglia personale nell’incoerenza, nelle contraddizioni, nelle incertezze, nelle insicurezze, nell’inadeguatezza, nella rabbia, nelle fragilità, nella ricerca della propria identità. Toccante di dolcezza.

Leggendo il romanzo “Fame” del norvegese Knut Hamsun, vissuto a cavallo tra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento, si ha come l’impressione di una volontaria discesa agli inferi, quasi di una autopunizione, arrivare al limite, raschiare il barile. Quella fame del titolo è una condizione scelta per non abdicare ai propri sogni di scrittore-artista, il suo non cedere di fronte all’impossibilità di vivere del tuo intelletto e talento. E allora è un lento scivolare, un costante cadere, pagina dopo pagina, in questa morsa, fisica e metaforica, che attacca e attanaglia, che non permette di pensare lucidamente, senza forze, impotente, immobile, una sorta di flemmatica morte. Nella sua negazione del buon senso e delle convenzioni sociali borghesi lo paragonerei al “Preferirei di no” di bartlebiana memoria, quel lasciarsi andare senza scendere nell’agorà, senza competizione, ridursi al limite e forse morirne, come simbolo, come eremita, come coerenza. Nella messinscena di Armando Punzo invece (prod. Carte Blanche, Compagnia della Fortezza, Teatro della Toscana) intanto si è investiti da un’atmosfera circense dai colori forti ma allegri, di stampo felliniano. E già qui c’è uno scarto importante con la cupezza, la depressione, quella calma scomparsa dell’individuo, quel perdersi. Sulla scena uno dei suoi attori-ex detenuti Paul Cocian che immette nell’arena tanta energia, fino a sudarne copiosamente, in corse funamboliche e furibonde attorno ad un podio da leone. Questa postura e impostazione non collima, anzi cozza e fa frizione, tutta questa voglia di spaccare il mondo, questo corpo agile e atletico, questa massa vigorosa e vitale si scontra con l’idea di fondo di scomparire, di annientarsi, di liquefarsi, di sgretolarsi. Le frasi reiterate e i giochi con gli spettatori (sono state tolte le sedute e siamo attore e pubblico giù in platea) non creano empatia, questa fame non si sente, non si percepisce, non ci arriva, la sofferenza, il mal nutrimento, il dolore, il contorcersi proprio non arriva a toccarci, non riesce a passare dalle sue parole che sono tutte guerriere, di rivolta e rivoluzione, di cambiamento e testardaggine nel voler riuscire ad emergere, a farcela (forse più adatte alla vita di redenzione di Cocian che a quelle del volume di Hamsun). Cocian (bravissimo e febbrile nelle due esecuzioni al pianoforte) ci parla di fame di vita, di desiderio smisurato, di mettersi alla prova, di non arrendersi, e ce lo dice con grinta ostinata e occhi guizzanti di conquista mentre spazza l’aria con la frusta da domatore. Quando dice “Ho fame” (inevitabile pensare a Giancarlo Cauteruccio e al suo “Mi fa fame” dagli slanci beckettiani) non gli crediamo abbastanza perché l’intenzione del corpo ci sta dicendo altro nell’esplosione della forza, delle vene, delle braccia a mulinare. Quando ci racconta della fame atroce abbiamo visualizzato Pinocchio e i torsoli di pera. Il partire finale che nel libro è una nave che lo salva per portarlo altrove e ricondurlo alla vita, qui invece sembra essere una pietra tombale perché, sempre sorridendo con un altro evidente scostamento e scollamento, il protagonista si rifugia in una cassapanca che ai nostri occhi diventa catafalco, bara e sarcofago. La conclusione positiva del romanzo con la liberazione e un nuovo rifiorire, in questa messinscena diventa chiusura, termine della corsa, silenzio imperituro. Manca il pericolo, manca l’angoscia. Il circo non ha aiutato l’allestimento.

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