Ci sono figure che appartengono al teatro molto più che alla storia. Figure che attraversano il tempo senza mai perdere la capacità di interrogare il presente. Pulcinella è una di queste. Maschera popolare e insieme archetipica, irriverente e saggia, continua a parlarci di libertà, potere, dignità e contraddizioni umane con una sorprendente attualità.
Da questa materia antica e ancora viva nasce Pulcinella e l’Imperatore, spettacolo di teatrodanza firmato da Obliquo – MDA Produzioni Danza, in scena domani 13 giugno, alle ore 21.00, nell’area del Mausoleo di Cecilia Metella e della Chiesa di San Nicola, nell’ambito di Attraversamenti – La Via Appia tra pietra e visione. Il Festival, organizzato da Teatri di Pietra e promosso dal Parco Archeologico dell’Appia Antica, prosegue fino al 4 luglio, trasformando uno dei paesaggi più carichi di memoria di Roma, in un luogo di incontro tra arti performative, pensiero contemporaneo e patrimonio storico.
Ispirato a fonti che spaziano da Svetonio a Virgilio e Strabone, con drammaturgia di Sebastiano Tringali e musiche originali di Marcello Fiorini intrecciate alla tradizione popolare, lo spettacolo vede in scena Carlotta Bruni, Rosa Merlino, Paola Saribas, Mario Brancaccio e Gianluca Erria. Al centro, il confronto tra Pulcinella e l’Imperatore Ottaviano Augusto diventa una riflessione sul rapporto tra individuo e potere, tra corpo e storia.
Attore, regista, autore e studioso delle arti performative, Mario Brancaccio è da anni una presenza significativa nel percorso di Teatri di Pietra. La sua ricerca che intreccia danza, antropologia teatrale e influenze orientali, trova nella figura di Pulcinella una lente privilegiata per osservare il nostro tempo. In questa intervista ci accompagna tra mito e contemporaneità, tra Napoli e l’Appia Antica, tra maschera e verità, per riflettere sul senso del teatro oggi e sul valore di quegli attraversamenti che, da sempre, trasformano il viaggio in conoscenza.
Ci presenta Pulcinella e l’Imperatore?
Il tema centrale di questa performance di musica, teatro e danza è quello della libertà e della dignità intese come valori universali. Da un lato c’è Pulcinella, che chiede all’Imperatore il riconoscimento della propria dignità di uomo libero, emancipato dalla condizione di schiavitù. Dall’altro c’è l’Imperatore stesso, che aspira a essere riconosciuto immortale in virtù del proprio valore.
Pulcinella attraversa i secoli senza perdere la propria forza. È una figura popolare, ma anche filosofica e politica. Cosa la rende ancora necessaria al nostro presente?
Pulcinella ha attraversato millenni di storia. Le sue radici affondano nei rituali funerari legati al culto di Persefone, dove la gallina e i gallinacei — antichi animali sacri del Mediterraneo — avevano una forte valenza simbolica. Intorno al Cinquecento questa figura approda sulla scena e si trasforma progressivamente nell’anima naturale che conosciamo. Negli ultimi tre secoli, per esigenze drammaturgiche e di efficacia teatrale, è diventato il “tipo” napoletano per eccellenza: ironico, contraddittorio, talvolta sciocco, talvolta fannullone, capace però di suscitare il riso e, insieme, la riflessione.
In Pulcinella e l’Imperatore il rapporto tra maschera e potere è centrale. Oggi il potere è spesso meno visibile che in passato: si nasconde nei linguaggi, nelle immagini, negli algoritmi. Quale “imperatore” incontra Pulcinella nel XXI secolo?
Lo stesso di sempre. Cambiano le forme, i linguaggi e gli strumenti attraverso cui il potere si manifesta, ma non cambia l’essenza delle inclinazioni umane che lo generano.
La maschera, nella sua funzione originaria, non serve a nascondere ma a rivelare. Che cosa riesce a raccontare Pulcinella dell’essere umano che un personaggio realistico non potrebbe dire?
Rivelare significa, in un certo senso, velare nuovamente: non svelare mai del tutto. È questa, almeno per come la intendo io, una delle funzioni più profonde dell’arte. L’arte è metafora della vita e dei suoi accadimenti, e Pulcinella non sfugge a questa regola.
Nelle sue performance il movimento non appare mai come un semplice elemento espressivo, ma come una forma di pensiero incarnato. Qual è il rapporto tra corpo e pensiero nel suo processo creativo?
Separare corpo e pensiero sarebbe come separare l’uomo dalla natura. Se la teoria del Big Bang dovesse diventare una certezza scientifica, dovremmo riconoscere che siamo tutti parte della stessa originaria “deflagrazione”.
Lei ha attraversato esperienze artistiche molto diverse. Nella sua pratica come convivono tradizione e ricerca contemporanea?
La tradizione, per sua natura, è ricerca continua. Non è una riproposizione museale o pedissequa del passato. Del resto, il termine stesso “tradizione” contiene anche l’idea del tradimento: ogni trasmissione autentica implica una trasformazione.
Oltre alla formazione teatrale italiana, ha approfondito lo studio delle arti sceniche in Giappone. In che modo l’incontro con la cultura e le tecniche performative giapponesi hanno trasformato il suo sguardo artistico?
L’esperienza con la cultura e l’arte performativa orientale ha rappresentato per me una svolta decisiva. Mi ha permesso di scoprire profonde affinità con la nostra tradizione occidentale, soprattutto nell’uso della maschera. Mi ha insegnato una diversa concezione dell’armonia tra corpo e mente, privilegiando la dimensione intuitiva rispetto a quella puramente concettuale e razionale.
Pulcinella e l’Imperatore come dialoga con l’idea di “attraversamento” del Festival?
L’arte performativa è sempre un attraversamento. È un viaggio condiviso tra chi agisce sulla scena e la comunità che assiste. In quel momento si genera un “terzo luogo”, che non appartiene alla storia né al quotidiano. Uno spazio altro, in cui la realtà viene sospesa e restituita allo spettatore soltanto al termine della rappresentazione.
I luoghi dell’Appia Antica rappresentano da secoli un riferimento identitario per Roma e per la sua memoria collettiva. Lei è nato a Napoli: quali sono i luoghi, fisici o simbolici, che considera i suoi punti di riferimento?
I miei luoghi di riferimento sono quelli che la tradizione medievale ha attribuito alla figura di Virgilio mago: Piedigrotta, Montevergine, Castel dell’Ovo, la Pietra del Pesce a San Giovanni e il Duomo di Napoli. Sono luoghi che custodiscono una dimensione mitica prima ancora che geografica.
Viviamo in un tempo dominato dalla velocità, dalla comunicazione istantanea e dalla smaterializzazione delle relazioni. Il teatro continua invece a fondarsi sulla presenza, sull’ascolto e sull’attesa. Che forma di resistenza culturale rappresenta oggi l’esperienza teatrale?
Nel corso dei secoli il teatro è stato più volte considerato marginale, superato da altre forme di comunicazione artistica, spesso anch’esse importanti e meritevoli. Eppure è sempre tornato al centro dell’esperienza culturale, perché lo spettacolo dal vivo possiede una forza unica: coinvolge simultaneamente tutti i sensi, il corpo e la psiche dello spettatore.
Dopo tanti anni di ricerca, che cosa continua a cercare nel teatro?
Cerco quello che intuitivamente mi suggerisce il tempo che stiamo “attraversando”.
Livia Filippi

