Polverigi Festival: bike, pianoforte, nudi, lingua

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di Tommaso Chimenti

A Polverigi, nelle Marche, a venti chilometri nell’interno da Ancona, abbiamo imparato un termine nuovo: “polleggio”. Certo, la radice è quella del pollo ma non è assolutamente una parola denigratoria o ridicolizzante, tutt’altro. Anzi. Ha a che fare invece con un concetto labile e fluido tra il relax e la movida placida, una sorta di mix tra lo sciallarsi degli anni ’90 e il chill contemporaneo, lo stare bene con se stessi senza esagerazioni, forse con una birretta in mano, prendendo il fresco, la musica giusta in sottofondo, in pace, finalmente, con il mondo. Detto questo, l’anno prossimo, essendo stato fondato nel 1977, saranno cinquant’anni, tra varie vicissitudini, dell’Inteatro Festival appunto a Polverigi, borgo tra dolci campagne ordinate dove arriva l’odore di salmastro che sale dal mare. In tempi recenti il festival, diretto da due anni dall’attrice Viola Graziosi, gravita sotto l’ala protettrice di Marche Teatro (a proposito, il Teatro delle Muse di Ancona è una “gioiosa macchina da guerra” polifunzionale e produttiva perfetta per lavorare per la prosa, la lirica, la danza) da due anni diretto dal regista Giuseppe Dipasquale, già direttore dello Stabile di Catania. Villa Nappi è il suo cuore nevralgico, tra il bosco, i vari palchi dislocati, la foresteria, il sottostante Teatro della Luna con la sua calotta. Il 3 luglio alle Muse saranno presentati tutti i palinsesti della prossima stagione Rai mentre proprio il capoluogo di regione (città sottovalutata: troppi italiani la conoscono soltanto come imbarco per la Grecia) è stata designata quale Capitale della Cultura Italiana per il 2028 ed è già in fermento. Importante, in questo periodo, sempre nelle Marche, il Macerata Opera Festival nel luogo magico dello Sferisterio. E poi come dimenticare Recanati e Leopardi, il CT Roberto Mancini da Jesi, il saltatore in alto Tamberi da Civitanova, Neri Marcorè di Porto Sant’Elpidio, Valentino Rossi di Tavullia. Le Marche sorprendono, stupiscono, affascinano. Dentro Inteatro convivono più anime: il racconto teatrale, la performance, la danza contemporanea, il circo.

Il problema, annoso e pare insuperabile e insormontabile, per le compagnie di teatro di strada o circensi (ma sembra che non sia un quesito da affrontare e risolvere) è che al gesto, al momento, al movimento, al numero, alla gag non si riesca ad abbinare una qualsivoglia drammaturgia, una trama, una storia seppur semplice che leghi i vari quadri. Ci troviamo spesso, ci sono alcune eccezioni è bene ricordarlo, di fronte ad una serie di passaggi, di colpi di bravura che però svaniscono se non si è tracciata una linea, un percorso. Chi sono i personaggi in scena? Che cosa fanno al di là della giocoleria? Dove stanno andando? Quali le loro intenzioni? Invece ci troviamo spesso davanti a professionisti che , seppur bravi, capaci e talentuosi, non riescono proprio a tessere una trama. Eppure a volte basterebbe davvero poco, forse avere la lungimiranza di non bastarsi da soli, la modestia di avere uno sguardo esterno, una regia che con qualche piccolo segno, dettaglio, accorgimento, riesca nel tentativo di dare una forma più armoniosa e un costrutto più ampio dove inserire le varie scenette di abilità che altrimenti rimangono scisse, lontane, disunite, distaccate come isole senza ponti ad unirle in un unico discorso omogeneo. E’ quello che abbiamo riscontrato anche in questo “Time to loop” del Duo Kaos che pone al centro della loro visione, realizzazione e impianto una bicicletta e altre ruote (una ricorda la celebre opera di Duchamp “Ruota di bicicletta” del 1913). Un lui, tornito muscolare, una Lei, minuta volante leggiadra, per un classico incrocio sentimentale. Ad unire, e far litigare, i due è una chiave inglese poggiata sulla forca come fosse un fiore. La chiave per stringere, oltre che i bulloni, anche un amore, la stessa chiave per allentare dadi e viti e distruggere la macchina, la creazione, il lavoro certosino dell’uomo. Dispetti. Qui finisce (senza essere nemmeno cominciata) la drammaturgia, con quell’oggetto iconico che viene evocato senza però che venga utilizzato e sottolineato per raccontarci, spiegarci, farci entrare nelle pieghe di questa coppia, le loro dinamiche e discussioni, acredini e liti, le loro pacificazioni dopo la tempesta. Seguono corse in bike, volteggi pericolosi in stile rock’n’roll acrobatico, per una summa di esercizi ben eseguiti ai quali manca collante, una struttura, un cuore.

Una grande T di ferro battuto che ci ricorda delle architetture in stile Liberty (il costruttore non a caso è francese: Julien Lett), una sorta di T-bone, la bistecca per gli americani, o un’altalena è la struttura che ci accoglie in questo magico, poetico esperimento di dolcezza e sensibilità, di apertura all’ascolto e allo slow, alla pazienza, alla meditazione. Si chiama “La Dinamica del Controvento” (prod. Teatro Necessario) ed è una costruzione gioiosa e giocosa che sta fissa al festival “Tutti matti per Colorno” oltre a viaggiare e regalare momenti sublimi in altre occasioni teatrali. Da una parte sta una pianista volante (in questo caso Francesca Orlandini) mentre dall’altra, su un tappeto volante vengono fatte sedere e accomodare alcune persone. Il gioco è proprio quello di volteggiare, dopo un’accurata e attenta analisi dei pesi e dei contrappesi da apporre, insieme alla musica, insieme a quest’organo, insieme a quest’argano. Come il Sole e la Luna a rincorrersi senza prendersi mai. Al centro un pilone formato da libri, cibo per l’anima, come a dire che la cultura sorregge, supporta, aiuta, fa volare, sostiene, fa girare la testa. E’ un vero e proprio Luna Park culturale dove si possono sentire brani (ogni giro dura una decina di minuti), un viaggio delicato, carezzevole, leggero, una pennellata. Piano piano la ragazza comincia a suonare, l’aria intorno si ferma, si attiva un ventilatore (la macchineria sa di laboratorio ed esperimenti, di tubature e alchimie tra catene e carrucole) che dà la spinta per iniziare questo viaggio in rotazione attorno al fulcro, l’ammasso di ferraglia lentamente, ma sempre più velocemente, prende ritmo e andatura e vortica costante. Sopra le due postazioni stanno due cisterne da trenta litri, un’ampolla con un liquido azzurro al suo interno, forse la conoscenza, forse l’elisir di lunga vita o ancora il liquore della felicità. La musicista (che suonerà Schubert, Prokofiev, Bach, Beethoven) controlla i pesi e quando i due pianali si sono alzati da terra, la macchina può partire ed emozionare chi sta sopra e chi guarda da fuori. Per fermare il cammino (particolare questo ancora più trasognante) la pianista dal suo sgabello getta a terra un’ancora marinara che striscia sulla ghiaia prima di aggrapparsi ai pallet-piedistalli e creare un’altra frizione emotiva tra il mare e le sue onde e la musica portandoci direttamente da Braccio di Ferro o dentro le pagine di Novecento. Una stadera di alta ingegneria meccanica che guida il nostro sguardo ipnotizzandoci, un congegno da ascoltare, da sognare, che ci ha ricordato, in qualche modo, la casa volante del nonno del film “Up”.

Dei quattro movimenti di danza (da dieci minuti l’uno) che hanno germogliato dentro il progetto arcuato “Panopticon” (concept e design di Roberto Zappalà) parleremo soltanto di “A vista”, quello che ha generato in noi il maggior numero di riflessioni, il più aperto oltre la cortina della danza, l’affresco con più colori e più didascalie da enunciare. Intanto il luogo: il Teatro della Luna, una sorta di calotta astronomica (ricorda anche il Teatro Dimora di Mondaino in Romagna) costruito diverse edizioni passate del festival per una messinscena di Cesare Ronconi e poi rimasta, strutturata e migliorata, sul territorio. All’interno la semisfera bianca presenta in alto decine e decine di pannelli neri, immaginiamo per una giusta sonorizzazione dell’ambiente. E se alzi gli occhi a cercare il cielo ti trafiggono, sembra di vedere tante navicelle spaziali rettangolari pronte all’atterraggio o all’allunaggio. Questa è sia un’esperienza collettiva che, allo stesso tempo, individuale e singolare, che prende corpo e respiro durante e post periodo pandemico. Il palco ha una parte centrale e rotonda mentre ai lati si aprono come tanti spicchi di arancia segmenti, frazioni, sezioni, dove ogni spettatore, nel suo spazio in solitaria nel buio dedicato a cono (come un palchetto privilegiato in un teatro all’italiana o meglio come all’interno di un peep show in un locale di Amsterdam) a guardare quello che accade, dalla propria finestra, dentro questa agorà, questo cerchio delimitato, questo ring, questa arena. La visuale, la vista però non è limpida e pulita, anzi è lievemente ostacolata da un velatino che obnubila, offusca, protegge, copre leggermente, sfuma le figure che dentro si agitano e animano come gladiatori. Dal nostro scranno a scrigno però non guardiamo soltanto i danzatori nelle loro evoluzioni e performance ma scorgiamo anche gli altri spettatori vicendevolmente (siamo una ventina dentro queste celle d’alveare) che a ventaglio hanno preso posizione e postazione negli spicchi (ricorda anche un pallone da basket) di fronte e di lato al nostro. Quindi vediamo la scena e ci vediamo riflessi negli occhi degli altri spettatori per una doppia visione. “A vista” è il pezzo più composito e variegato, il più curato, il più riuscito. Un uomo e una donna stanno vicinissimi in un ballo, forse un tango ancestrale, qualcosa che sa di terapia, di dipendenza, di bramosità, la pelle allacciata, le mani a cingersi, le braccia a tenersi per non sfuggirsi. Luce, frammenti da rimanere impressi nelle iridi, buio come fa la palla stroboscopica in discoteca che elimina delle immagini facendoci credere che gli altri siano impercettibilmente bloccati in una slow motion continua. Luce, nero, luce. I due sono vestiti, dopo pochissimi secondi di assenza di fari, li ritroviamo nudi, novelli Adamo ed Eva in questo Paradiso Perduto con l’unico sforzo di restare impigliati, impagliati, abbarbicati, aggrappati come scimmie alle liane. Mina intanto canta “Se stasera sono qui” come inno d’amore, di scelta, di condivisione, di volontà a non mollarsi, di supporto, di domani, di due corpi dei quali non si intravedono più i contorni, i confini dell’uno che spariscono debordando, inglobati nell’altro creando un unico ammasso di carne e respiro con due cuori che hanno però un solo battito e un’unica pelle.

Pensavamo di imbatterci, quando abbiamo letto sul programma di sala il titolo “Madre-lingua” (prod. Teatro Stabile dell’Umbra), in una di quelle performance che ci parlano, alla Vera Gheno, forse anche prendendo a pretesto alcune questioni, delle trasformazioni, a volte bieche, della lingua italiana, gli inglesismi forzati da slang (ti lovvo, skillare), il “a tutti e a tutte” ormai divenuto insopportabile (ma se non lo dici si va incontro alla gogna mediatica), alle professioni declinate al femminile (sindaca, assessora) quando non ne sentivamo la mancanza e quando soprattutto, dopo aver coniato il neologismo di facciata, i diritti verso le minoranze o le donne (che sono la maggioranza sul Pianeta Terra) sono rimasti gli stessi. Invece lo spettacolo di Giulia Bartolini con in scena una sempre convincente Giulia Trippetta (ricordiamo il suo “La moglie perfetta” e le tante belle prove diretta da Arturo Cirillo) dopo un titolo fuorviante ci ha portato a spasso vagamente sul tema del politicamente corretto sparando cartucce al vento senza centrare focus né bersaglio. Tra barzellette scorrette e tanti vuoti, silenzi palpabili, l’ora di stand up (che già amiamo poco anche perché la Bartolini è drammaturga di razza e la Trippetta attrice che può dire la sua su qualsiasi registro) ci è parsa un’occasione persa. Alcuni momenti però si salvano: quando il termine “Assessora” viene smembrato, spolpato e sviscerato diventando “Ah sesso ora” che è, e rimane, uno dei momenti più alti dell’intero show. Tanto da proporlo come nuovo titolo dello spettacolo (non ce la sentiamo di chiamarlo pièce). Ci portiamo a casa anche la faccia truccata della protagonista, la Trippetta dipinta come il Joker di Joaquin Phoenix (che non a caso nella pellicola anche lui si dilettava ed era dedito, senza successo, alle serate di stand up) che ride per tutta la durata per poi alla fine farsi colare il trucco per le copiose lacrime. Ecco lì abbiamo visto non una maschera, non un’attrice, una donna (c’è tutta una parte scollata contro il maschio, nel caso specifico il tecnico silente e in un angolo in scena) bensì noi tutti, disarmati, disaffezionati, impauriti dal poter sbagliare parola, di non essere alla moda, cool, di non essere capiti, di non capire, di essere fraintesi e quindi giudicati, bollati per sempre con etichette ed epiteti, di sentirci inadeguati nelle relazioni, di sembrare vecchi e desueti, fuori contesto, inappropriati per una battuta che oggi qualcuno (chi? Dove sta questo tribunale se non nella voglia di censura?) ha deciso che non si può più fare e davanti alla quale non solo non si può più ridere ma bisogna pubblicamente prendere le distanze, disapprovare e indignarsi altrimenti passi come complice (il caso De Gregori e la vicenda Più libri più liberi insegnano). Ecco quelle lacrime sono le nostre di fronte a generazioni che hanno cancellato la lingua di Dante per ignoranza, che inneggiano a cantanti che non cantano e che hanno letto forse un libro in vita loro (forse pure scritto con l’Intelligenza Artificiale, quella stessa che gli scrive le canzoni), che ha pensato che cambiando una parolina potesse cambiare il mondo che invece è sempre più complesso. Lo spettacolo se doveva osare però non lo ha fatto, se doveva essere cattivo è rimasto invece catto-comunista borghese, se doveva spingere si è invece fermato, forse impaurito, dalle conseguenze. Se il tentativo era una sorta di “Insulti sul pubblico” di Peter Handke allora devi andarci giù pesante, provocatorio e pensante. Anche se rimaniamo fedeli e affezionati al buon caro vecchio teatro, quello della narrazione (senza microfono, please), quello che deve morire da duemila anni e quello che invece c’è e sopravvive. La stand up lasciamola (lasciatela) a chi non sa scrivere i testi (e che per questo ha bisogno di appigliarsi allo sbeffeggiamento del pubblico in sala) , a chi non sa recitare e sta lì sullo sgabello, con la birra in mano, a parlare con superficialità di Hitler, pedofilia e nani dicendoci e raccontandoci che loro sì sono liberi e non hanno paura di niente, soprattutto del famigerato politicamente corretto. Bestemmiare e dire atrocità in pubblico non è essere controcorrente e contro i poteri forti, è non avere altro da dire per attirare l’attenzione, e forse scandalizzare qualche educanda, proprio per mancanza di argomenti. Ma ripetiamo, questo non è il terreno della coppia Bartolini-Trippetta.

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