“Poppea” nuovamente incoronata a Cremona

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Il Monteverdi Festival – la più importante e storica rassegna di musica barocca in Italia – gloriandosi di essere giunta alla 43ª edizione richiama una folla di specialisti e appassionati che sono il miglior riconoscimento per un Festival di alto spessore culturale e scientifico. L’edizione 2026 promette di essere un’ulteriore occasione per scoprire e riscoprire infinitamente l’arte del grande compositore cremonese Monteverdi, padre dell’opera lirica, e più in generale la poliedrica e raffinata ricchezza del repertorio musicale italiano cinque-seicentesco. “Cantami o Diva”, è il fil rouge che serpeggia carsicamente nel cartellone di quest’anno, incentrato su figure femminili di spicco, dive immortali che sono state artefici del mutato corso di propri e altrui destini, miscelando alle mire di potere, grandi passioni amorose. Tra i titoli spicca la rarità di Le nozze di Teti e Peleo di Francesco Cavalli, prima ripresa in epoca moderna, accanto a un nuovo lavoro contemporaneo, Teodora imperatrice, commissionata a Mauro Montalbetti. Da rimarcare il resto degli appuntamenti, 30 tra concerti, opere e incontri a ulteriore scandaglio sul genio creativo del Genius loci. L’inaugurazione del Monteverdi Festival 2026 è toccata alla nuova produzione de L’incoronazione di Poppea, ultimo titolo operistico uscito dalla mano e dal genio creativo nonché poetico, del divino Claudio. Sono trascorsi quasi quattrocento anni dalla prima esecuzione, e quest’opera riesce sempre ad appassionare per la trama vivida e avvincente, intessuta di figure sanguigne e a tutto tondo. Per la prima volta nella storia del teatro in musica sono narrati eventi presi dalla storia e non puramente mitologici. Gian Francesco Busenello, scrive un libretto dai forti contenuti etici, tratteggiando con sintetiche pennellate le ambizioni, la sfrenata sensualità priva di regole, ordimenti di delitti su un sottofondo di sorprendente amoralità e resistenza ai vani richiami del filosofo Seneca. Un testo di profonda riflessione per gli inevitabili confronti cui ci obbliga con i nostri miserandi tempi che desta indicibile stupore, pur tenendo conto delle idee e costumi della Venezia del ‘600.  Il cast riunito per questa nuova Incoronazione di Poppea era molto omogeneo e basato su un’imprescindibile attenzione alla messa in rilievo del fraseggio e alla perfetta fonazione italiana, rendendo un pallido ricordo le edizioni delle opere monteverdiane dei primordi, in cui era d’uso far ricorso a voci straniere che mal si confacevano alla rotondità del nostro canto e alla piena valorizzazione della parola. Poppea era Benedetta Torre: pregnante strumento vocale usato in modo sagace, timbro dai riflessi ambrati (che suona a volte più scuro di quella di Nerone) che concorre nei duetti a una fascinante fusione con quella del controtenore. Sicura nella coloratura, mostra proprietà nella dinamica e nell’emissione; voce sempre ben proiettata, traducendosi in preziosi smorzandi e mezze voci, piani e pianissimi che sfaccettano e arricchiscono l’interpretazione, anche se dissemina il canto di qualche fissità di suono. Sensuale e bella in scena, in flessuoso costume e fluente capigliatura che sfrutta come una seconda voce per avvolgere e irretire lo spasimante imperatore nei lussureggianti duetti. Maayan Licht, prestava a Nerone espressiva voce di sopranista, squillante e sonora in alto, sicuro e velocissimo nella vocalizzazione, crea con il soprano lungo tutto il corso dell’opera momenti di bellezza musicale eterea e sospesa: le voci si fondono perfettamente in un mix di sensualità e fascino che irretisce. La duplicità della carica sensuale (che il secolo seguente spazzerà via) è ben esemplificata nelle forti valenze omoerotiche espresse nel conturbante duetto Nerone/Lucano, a render perfettamente l’ambiguità sessuale – e la morale – che contraddistingueva la storia romana del periodo. Sempre eccellente nel duetto finale Pur ti miro, pur ti godo. Non così efficace nei momenti in cui l’imperatore assume toni imperativi, sembrando più un enfant gâté che un tiranno. E anche la linea di canto ne scapita, divenendo a tratti stridula e stimbrata. Ottavia (ma anche Virtù) di Mara Gaudenzi (tra i giovani vincitori del concorso Cavalli Monteverdi Competition) mostra bel timbro e corpo di voce. Riesce a trovare in Disprezzata regina note dolenti e patetismo di credibile interprete, pur tendendo a spingere i suoni per dare più espressione drammatica al fraseggio. Non riesce però commovente interprete nella celebre A Dio Roma. L’Ottone di Agustín Pennino, controtenore uruguayano di piacevole timbro e colore, mostra sicurezza di vocalizzazione. In E pur io torno dà raffinato saggio di canto legato, rendendo tutto il fascino del brano. Con sicurezza di interprete rende apprezzabile il suo innamorato languente e non certo decisionista. Convincente Seneca di Federico Domenico Eraldo Sacchi (già nella precedente edizione) a rendere, in Solitudine amata, con la ieraticità del timbro, la figura del filosofo; buona voce di basso, morbida e rotonda, è anche intenso interprete: amaro e lucido nel duetto con Nerone, in cui il librettista marca intera la potenza etica della scrittura. Arnalta la si è affidata, rispettando le convenzioni operistiche seicentesche, a un tenore, Luca Cervoni, che inizialmente usa bene il falsetto senza caricare il personaggio; quanto mai intrigante, a partir dalle mezze voci che precedono la bellissima aria che gli tocca, Oblivion soave, anche se non resa avvolgente da seducenti e sognanti accenti. Tende poi a strafare in scena, pigiando sul pedale del macchiettismo. Drusilla era una piacevole e teneramente appassionata Lucía Martín-Cartón mentre prestava bella voce a Lucano Jorge Navarro Colorado, rimarchevole soprattutto nel citato duetto con Nerone. Un efficace Liberto quello di Matteo Laconi dal piacevole timbro scuro e omogeneo. Mercurio era Giacomo Nanni. Pallida Nutrice quella di Alessandra Visentin, Fortuna aveva voce puntuta di Sarah Fleiss. Completavano il cast Amore di Sarah Hayashi e Pallade di Silvia Porcellini. Avvolgente, quanto ricca e variegata, la direzione del Maestro  Paul Agnew, ottimo concertatore, alla guida della scintillante compagine orchestrale de Les Arts Florissants. Nuovo allestimento della Fondazione Amilcare Ponchielli affidata al regista Roberto Catalano che mostra in scena gli esiti della personale sperimentazione e ricerca. Scene di Mariana Moreira, costumi di Ilaria Ariemme, light designer Oscar Frosio e coreografie di Marco Caudera. Uno spettacolo decisamente originale e innovativo, tra il simbolico e l’astratto, anche se non sempre di facile decifrazione. Efficace la regia, nel calcolato muovere dei personaggi e dei ballerini che facevano da sfondo alla vicenda. Ricercato nella sua essenzialità d’arredo, non sempre capace di dar vissuta plasticità alla vicenda, agita con movimenti che sbalzano lo stato d’animo dei personaggi pur centrando la fascinazione del bellissimo libretto del Busenello che solo un grandissimo compositore come Monteverdi poteva rendere fruibile in palcoscenico. Particolari i costumi. Successo calorosissimo, da parte di un pubblico attento che ha festeggiato lungamente tutta la compagnia e il Direttore. Ultima recita al Ponchielli di Cremona il 21 giugno prossimo.

gF. Previtali Rosti

Foto Lorenzo Gorini

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