Mauro Bolognini nato a Pistoia in una famiglia di estrazione contadina, da Alduino Bolognini, un ricco commerciante di bestiame. La madre era Natalina Giovannini, originaria di Montecatini, Mauro la descriveva come una donna di grande saggezza istintiva. Mauro è stato un celebre regista e sceneggiatore italiano, suo fratello minore Manolo, era un produttore cinematografico e calciatore. Mauro si trasferì prima a Firenze per l’università e poi a Roma, dove la sua casa era frequentata da intellettuali e collaboratori. Ha sempre difeso la sua vita privata, rimanendo nell’ombra e lontano dai riflettori. Donatella Baglivo: Mauro, sei uno dei grandi Maestri del cinema italiano. Che ricordi hai della tua infanzia e della tua città? M.B.: I ricordi sono quelli di una città di provincia da cui si vuol fuggire: io ho dei ricordi malinconici, non ho dei ricordi allegri… D.B.: Come mai hai dei ricordi malinconici? M.B.: La provincia… la piazza di Pistoia è bellissima, io l’attraversavo lentamente, con rispetto, perché, ero legato a quei monumenti con lo spirito e col corpo, però sono cose che si capiscono tardi. I ricordi son quelli di giochi sbagliati, di amici che non ci sono più, poi c’era il fascismo, per cui non ero molto legato ai ragazzi che andavano alle adunate. Avevo un grande amico, il mio compagno di banco che poi fu partigiano che mi diceva: “Tu non sei fatto per fare la guerra, stattene a casa”, lui è morto e io sono qua …lui ha una strada a suo nome, si chiama Silvano Fedi ..queste sono le cose che mi legano di più a Pistoia … la guerra … il resto l’ho dimenticato. D.B.: Che ricordi hai della guerra? M.B.: La guerra fino a un certo momento è stata qualcosa di lontano, ho dei ricordi minimi, di altoparlanti che annunciavano bollettini di guerra, poi gli amici sono diventati partigiani. D.B.: Che tipo di studi hai fatto? M.B.: Io ho fatto architettura e non ho finito, sono venuto a Roma per laurearmi e non mi sono mai laureato perché sono andato al Centro Sperimentale e ho cominciato a fare l’aiuto regista. D.B.: Come sei entrato al Centro Sperimentale? M.B.: Per caso, nella pensione dove sono capitato a Roma, con Franco Zeffirelli che era anche lui compagno di scuola, avevo portato con me i progetti, squadre, libri, facevo l’ultimo anno di architettura e lungo queste strade molto squassate ho perso dal finestrino le squadre, le riviste, i libri. Sono arrivato a Piazza del Popolo, c’era rimasta solo una rivista, “Domus”, e ho capito che non avrei mai finito l’università, e in questa pensione, c’era un professore, un grande maestro Gino Senzani, costumista, che insegnava al Centro Sperimentale. A tavola, parlando, ha sentito che sia io che Zeffirelli eravamo preparati sul cinema e ci ha detto: “Ma perché non venite al Centro?” E allora sono andato come uditore e ho cominciato a fare l’aiuto regista. D.B.: A questo punto hai capito che la tua strada era il cinema… M.B.: Sì, sì. D.B.: Come avviene l’incontro con Luigi Zampa? M.B.: E’ stata una cosa avventurosa, perché una zia di Zeffirelli era legata allo sceneggiatore Piero Tellini, che collaborava con Zampa. Dopo che me lo ha presentato gli ho detto: “Voglio far l’aiuto con lei” Luigi Zampa: “Va bene, vieni però guarda che non ci sono soldi, devi venire a tue spese e devi seguire il film” Mauro: “Sì, sì, vengo senz’altro.” Tanto se mi potevo mantenere a Roma, mi potevo mantenere anche in Sicilia, dove si girava il film, che era un film di Vitaliano Brancati, scrittore, sceneggiatore, drammaturgo, giornalista e docente italiano, nato in Sicilia, marito di Anna Proclemer. D.B.: Nel 1952 inizi a fare l’aiuto regista in Francia con importanti registi francesi dell’epoca, come Jean Delannoy e Yves Allégret. Cosa ricordi di quel periodo? M.B.: Un periodo bellissimo, sono andato come aiuto regista italiano e ho imparato il rapporto con gli attori, io ho lavorato in un film dove c’erano dei miti: Jean Gabin, Michèle Morgan, Jean Marais, e altri. In Francia ho visto quello che non succedeva in Italia, cioè lì il rapporto col regista era anche d’amore, di dialogo, non si urlava mai, nei set francesi c’era sempre silenzio perché il regista la mattina diceva: “Silence du mort” e lì ho capito il rispetto per gli attori … D.B.: Qual’è stato il momento più importante della tua vita? M.B.: Quando ho girato il primo film, forse, era un giorno molto difficile. Abitavamo in una casa vicino Piazza di Spagna con Piero Tosi e Franco Zeffirelli, eravamo tre studenti, io fui il primo a debuttare. Mi ricordo che la mattina presto, loro dormivano, al momento di uscire mi guardai allo specchio… la mia tenuta da regista e mentre uscivo sentii come una bomba, mi voltai e l’enorme specchio era crollato. Io mi sono seduto e mi sono detto: “Non vado, che vado a fare ormai, questa è una maledizione …” poi sono andato sul set e ho raccontato l’accaduto alla sarta, la quale, senza essere una psicologa, aveva capito che questo incidente mi aveva turbato, allora mi disse: “Ma Bolognini! Lei non sa com’è fortunato, lei ha lasciato alle spalle tutte le sue disgrazie, da questo momento inizierà la sua fortuna”…e infatti così è stato. D.B.: La tua prima regia “Ci troviamo in galleria (1953)”, lavori con Alberto Sordi e Sophia Loren. M.B.: Erano debuttanti: Sordi aveva già un pò di esperienza, però faceva una partecipazione, Sofia era al secondo film l’avevo avuta come comparsa in un film dove facevo l’aiuto con Zampa, in “E’ più facile che un cammello…” (1950), la feci truccare, e mentre la guardavo dicevo: “Ma questa è vera una star” Claudia Cardinale:…con Bolognini c’era un feeling, non abbiamo mai avuto bisogno di molte parole, con lui. D.B.: Cominciano i tuoi film di impegno sociale, fai “Arrangiatevi!”(1959), su un tema molto scottante all’epoca, quello delle “case chiuse”, con Totò, Peppino De Filippo, Franca Valeri e altri. M.B.: Sì, impegno sociale, il mio impegno era andare contro quel manierismo, cioè in quel periodo la famiglia italiana era sacra, quindi mi piaceva dissacrare. Giravamo in una ex “casa chiusa”, c’era un via vai di tutta l’aristocrazia nera romana che voleva venire a vedere com’era fatto un casino … D.B.: Cosa pensi di Totò, dell’uomo e dell’attore? Come ti sei trovato con lui? M.B.: Totò era un angelo, io ero ingiusto nei suoi riguardi perché lui veniva da una serie di film, faceva un film alla settimana e quindi noi vedevamo tutto, le sue gag, i suoi lazzi, e quindi io gli dicevo sempre: “No, questo non lo faccia, no, la prego, questo no” finché un giorno mi disse: “Ma Bolognini lei mi taglia tutti i lazzi!” Era dolcissimo, io e Peppino ridevamo come dei matti. D.B.: Stringi rapporti con gli intellettuali italiani: nel 1958 conosci Moravia e Pasolini. Sono certamente le premesse per una collaborazione professionale, ma nasce anche un gruppo, un pensatoio… M.B.: Pasolini l’avevo incontrato già prima, attraverso lui avevo conosciuto Alberto Moravia e Elsa Morante. Stavamo quasi ogni sera a cena insieme, era una lezione di vita perché i dialoghi tra Pasolini, Moravia, e la Morante, -che era il giudice a capotavola e aveva sempre ragione- era veramente un gioco indimenticabile, si mettevano uno contro l’altro come in una sfida serale per allenarsi, erano meravigliosi. Pasolini è l’unico genio che ho conosciuto e Moravia era l’uomo, lo scrittore e l’intellettuale più preparato, il critico più onesto che io abbia mai incontrato nella mia vita. Con Pier Paolo ho imparato anche l’odio per la borghesia. Io non ho mai fatto dei manifesti politici, ero sempre in polemica con lui, perché a me interessavano i drammi di un operaio, di una prostituta, non perché dovevo risolvere i problemi del sindacato, comunque nasce questo rapporto con Pier Paolo che è durato quasi per tutta la vita. Poi credevo molto a quello che diceva il pittore Pablo Picasso: E’ più rivoluzionaria una rosa ben dipinta che un manifesto politico.” … D.B.: 1959: “La notte brava” e nel 1960 “La giornata balorda” , sceneggiati da Pasolini. M.B.: Quelle sono cose proprio sue, a cui sono più legato. E’ stato, direi, proprio il momento in cui mi sono sentito di collaborare insieme e di comune accordo con Pasolini. Però mentre “La giornata balorda” a Pier Paolo piaceva e a me no, “La notte brava” a Pier Paolo non piaceva. D.B.: 1960: “Il bellAntonio” con Claudia Cardinale e Marcello Mastroianni che sigilla l’epoca d’oro del cinema italiano. Finalmente ottieni l’attenzione della critica, ti definiscono: regista impegnato, colto e raffinato. Alla sceneggiatura collabora ancora Pasolini…. M.B.: Sì, quella è stata una delle collaborazioni profonde, credo che la sceneggiatura de “Il bellAntonio” sia molto importante, c’era una lettura più psicologica, cioè il dramma dell’impotenza in un paese di maschilisti … D.B.: Come ti sei trovato con Mastroianni? M.B.: Con Marcello benissimo, eravamo amici da prima, è stata una scelta sofferta perché tutti mi dicevano: “Tu sei matto, ma che c’entra Mastroianni?” Per creare il personaggio, Marcello si sottoponeva ogni mattina a un trucco, come Greta Garbo. Mi ricordo, quando vedemmo insieme il film c’era una scena con la Morelli, lui c’aveva le lacrime e disse: “io quando vedo attrici così devo fuggire”, era pazzo d’amore per la bravura degli altri. D.B.: Tu sei Maestro della ricostruzione d’ambiente, avverti l’influenza di Visconti? M.B.: Io ho usato collaboratori come Piero Tosi, che hanno lavorato molto con Visconti. Visconti certo è un grande maestro, però io ho fatto sempre film di prostitute, di operai … Visconti ha fatto film d’ambiente aristocratico, mentre la mia è un’ambientazione molto più legata a personaggi maledetti. D.B.: 1962: “Agostino”, tratto dal celebre romanzo di Moravia, hai avuto la sua approvazione una volta ultimato il film? M.B.: Sì, non solo ho avuto l’approvazione, ma ultimamente lui m’ha telefonato e m’ha detto: “Bolognini? Ho rivisto per caso “Agostino”, le volevo dire che m’è piaciuto molto, immagino le faccia piacere”- D.B.: Mauro, hai conosciuto Roberto Rossellini, com’è avvenuto il vostro incontro? M.B.: L’ho conosciuto una sera meravigliosa perché ero insieme a Dino De Laurentiis e Age & Scarpelli, a una cena. Ci hanno detto: “C’è la Bergman a casa Rossellini, andiamo a trovarla”, così li ho conosciuti. Qualche tempo dopo mi ha chiamato Roberto e m’ha chiesto di girare una scena per lui del film “Vanina Vanini” perche lui era malato. Sono andato nella villa sull’Appia Antica e c’erano tutti: Isabella, Renzino, la prima moglie, Marcella e lui al centro, sembrava l’O.N.U. … e m’ha detto: “Mi devi girare questa scena”,M.B.: “Ma Roberto, io non posso, io” Rossellini: “Tu devi… ti dico che devi. T’insegno io, poi mi sarai grato”. D.B.: Chi riconosci come tuo Maestro in campo cinematografico? M.B.: Io direi tutti, anche i più piccoli che ho avvicinato, ma il mio mito, quello che cerco di studiare, di capire è Rossellini ….. e solo Rossellini, lui per me è il genio D.B.: Qual’è il film più bello di Rossellini secondo te? M.B.: “San Francesco” e “Roma città aperta”, ma tutto mi piace. D.B.: Peccato che non è nato un nuovo Rossellini. M.B.: No, non è nato. Purtroppo nei giovani manca proprio questo coraggio, cioè i giovani sono bravi, sanno girare, sanno pensare, però hanno paura perché sono stati abituati a credere che bisogna piacere alla critica, alla mamma, al papà, agli amici, al pubblico che deve andare al cinema. Insomma io debbo dire la verità: non ho mai avuto la preoccupazione di dover piacere a qualcuno. D.B.: Che consiglio daresti ai giovani autori di oggi? M.B.: Coraggio, coraggio e poi coraggio, e sbagliare, anche sbagliare, non c’è bisogno di fare dei film perfetti, per esempio il film di Tornatore, l’ultimo, non è certo perfetto, però ci sono delle sequenze meravigliose, basta una sequenza come quella del funerale per dire: “Ecco un grande regista.” … D.B.: 1964: “La Mia Signora” con Silvana Mangano, la signora del cinema italiano e 1967: “Le streghe”. M.B.: Silvana è stata veramente, come Rossellini, il quale per me è il mito nel campo della regia, così Silvana è il mito nel campo degli attori. D.B.: Che cos’è la donna per te? M.B.: Ma la donna … adesso, così di colpo, posso dire la madre prima di tutto, però è l’amica, è l’amante, per me la donna prima di essere amante è una compagna, D.B.: Che rapporto hai con l’amore? Cos’è l’amore per te? M.B.: L’amore è un vizio, una malattia, non credo a questi amori eterni. Credo all’amore come un grande dolore, credo all’amore del rispetto, all’amore della fiducia, all’amore fatto di stima, di ideali comuni. Secondo me -è terribile quello che dico-, il matrimonio è un’illusione, cioè il matrimonio per l’eternità.Il rapporto invece tra due persone che si amano, nel senso che si stimano, in quello ci credo moltissimo. D.B.: Sei molto legato all’800, nei tuoi film ricostruisci le architetture di un mondo scomparso e la fotografia è sempre in concorrenza con la pittura. M.B.: Questo può essere, perché ho fatto architettura, sono toscano, sono legato a queste cose, credo molto che la sceneggiatura sia come un libretto d’opera: le immagini sono la musica, non posso pensare a delle inquadrature vuote, ci sono dei film non brutti, con delle inquadrature in cui non c’è niente, ma un quadro deve avere il suo spazio riempito con delle cose, deve arrivare, deve toccare. Quando io giro, rubo, sto sulla faccia di un’attrice e aspetto che accada qualcosa. Sono un ladro, rubo, rubo qualcosa che ho dentro lo stomaco, certo, qualche volta accade, qualche volta no, ma quando accade è meraviglioso. D.B.: La maggior parte dei tuoi copioni è di derivazione letteraria, o comunque frutto di collaborazione con grandi intellettuali… M.B.: Ti dirò, io ho sempre avuto un po’ l’idea che le nostre storie stanno dappertutto, stanno qui, forse davanti a me ci sarebbe una storia o lì in biblioteca o sul giornale di oggi: non ho mai avuto questo problema, le prendo dove le trovo, le storie. D.B.: 1969: “Un bellissimo novembre”, con Gina Lollobrigida, un’altra grande star italiana. M.B.: Sì, avevo già lavorato con lei, avevamo affrontato un processo per delle scene osé. E’ stato un film molto contrastato, comunque è andato molto bene in Francia. D.B.: 1970: “Metello” fu un grande successo di pubblico, tratto dal romanzo di Vasco Pratolini. M.B. Sì, Pratolini era un autore adorabile, io amo gli scrittori, quindi gli sceneggiatori non mi hanno amato mai perché ho sempre preferito lavorare alle sceneggiature con scrittori, Lo scrittore è più attento alla psicologia del personaggio. Quando giravo “Metello” essendo in costume, dovevo costruire una città, un’epoca, dei costumi, ma per me Metello era un operaio di oggi. D.B.: 1974: “Fatti di gente perbene” e lavori con la splendida: Catherine Deneuve… M.B. sai, secondo me le attrici che passano per essere difficili sono quelle facili, Catherine sa quello che può fare, se gli si chiede di fare una nota che lei sa di non avere, non la fa, quindi diventa anche facile lavorare con le attrici così professioniste, così attente e belle. Paolo Bonacelli: Bolognini mi fece fare, nel film “Fatti di gente perbene”, il Conte Bommartini con Giancarlo Giannini … e lì capii che potevo fare il cinema, lo capii perché Bolognini mi disse: “Guarda quando tu hai un cappello in testa e fai così, è già il cinema.” D.B.: lavori ancora con Claudia Cardinale in “Libera, amore mio” (1975) , una ricostruzione dell’ambiente anarchico in piena era fascista. M.B. Quella è la storia vera della madre di Luciano Vincenzoni, lo sceneggiatore, è stato un film amato da Claudia e da me. Abbiamo fatto un po’ i partigiani su quest’opera. E’ un lavoro che descrive il fascismo con una certa violenza, Luchino Visconti aveva inviato un telegramma che diceva che aveva amato molto il film .… D.B.: Adriana, lavori spessissimo con Mauro Bolognini, cosa ti lega professionalmente a questo regista? Adriana Asti Siamo molto amici intanto, e poi è un bravissimo regista raffinato, che mi ha diretto molto bene, ho preso un sacco di premi finché ho lavorato con lui. D.B.: Che rapporto hai con la solitudine? Preferisci stare solo o in compagnia? M.B. No, mai, mai solo, e non amo riempire la solitudine con un canino o con un gattino la mia solitudine la riempio con gli amici, cerco anche gli amici dell’ultimo momento, non voglio stare da solo … D.B.: Cosa pensi ti sia maggiormente mancato nella vita?M.B. Un pochino più d’ambizione, m’avrebbe dato di più, non ho mai avuto stima di me, avrei dovuto stimarmi un po’ di più …D.B.: Come mai non hai stima di te? Ci hai mai pensato? M.B. Non ho stima, forse dipende, chissà, dalla mia infanzia, dal non sentirmi mai preparato abbastanza, questo anche a scuola, cioè non è modestia. Adriana Asti, quando a volte mi domanda: “Ma com’è il tuo film?” Dico: “Brutto, brutto, brutto.” E lei mi dice: “Guarda, Mauro non è modestia questa. Freud l’ha già definita, si chiama disturbo d’ambizione.” …M.B.: forse c’è questa ricerca di perfezione che mi fa essere sempre scontento. D.B.: Dirigi Ugo Tognazzi e Stefania Sandrelli nell’episodio ”Sarò tutta per te” tratto dal film “Dove vai in vacanza?” (1978) . Racconta le vicende di un uomo che, rimasto solo, cerca di riconquistare la moglie, ma la situazione precipita in modo tragicomico. M.B. Sì, è stata una parentesi allegrissima, un gioco. Tognazzi era un uomo simpaticissimo, c’era anche la Sandrelli che giocava in maniera così leggera che persino Tognazzi era preoccupato e diceva: “questo è il primo film che faccio con lei, ma è brava?” M.B.: “Attento Ugo, perché questa ti mangerà tutte le scene”, e infatti fu così. sai è imbattibile la Sandrelli, non c’è nessuno che la può fregare, D.B.: 1980: “La vera storia della signora dalle camelie” con la splendida Isabelle Huppert. M.B:. Questo è stato l’ultimo amore, Isabelle. Siamo rimasti molto amici, è un’attrice che io ho amato e amo moltissimo, farei volentieri ancora un film con lei, chissà se ci riusciremo? Lei è la persona più attenta a stare nel personaggio, insomma è raro trovare un’attrice come Isabelle. D.B.: Hai periodicamente abbandonato la cinepresa per occuparti sia d’opera che d’operetta, come nasce questa passione per il Bel Canto? M.B: Sono un provinciale, nasce dalla mia città, il primo spettacolo che ho visto con mio padre dal loggione è stato un “Rigoletto” indimenticabile. l’opera riposa, cioè il cinema consuma terribilmente, bisogna metterci il sangue per fare un film, mentre il teatro, che sia opera lirica o no, t’aiuta anche ad arricchirti, con la musica, col testo di Shakespeare, con lo studio, quindi è anche intelligente ogni tanto rifugiarsi nel teatro per ricaricarsi. D.B.: Non hai mai tralasciato il teatro di prosa e i successi non sono mancati. M.B: Anche lì ho avuto fortuna perché ho cominciato con un lavoro di Harold Pinter, poi con uno Shakespeare e Pirandello, sono andati tutti bene gli spettacoli. D.B.: Comunque, il cinema costituisce la tua passione principale M.B: Sì, il fascino lo avverto, ma io sono un regista di cinema che cerca anche di portare la propria esperienza di cinema nel teatro. D.B.: 1984: “Mosca addio” e lavori con Liv Ullman…tu non hai mai sbagliato un attore nei tuoi film… M.B: Sì, sono stato fortunato con Liv perché -non so per quale motivo, vero o falso-, lei mi diceva: “Io mi trovo con te a mio agio come con Bergman” lei è un’attrice straordinaria, lo sai benissimo. D.B.: 1995: “La famiglia Ricordi”, sceneggiato per la televisione. Ti sei trovato a tuo agio a lavorare per la RAI? M.B: Sì, sì, molto, sono stato bene, tutto quello che riguarda l’opera mi appassiona e mi piace, siccome amo la musica, mi piace conquistare il pubblico. Adriana Asti: Amo molto lavorare con lui, ultimamente ho fatto “La famiglia Ricordi”, un film per la TV, è un regista molto acuto, ha un grande senso della ricostruzione dell’ambiente e del personaggio. D.B.: Riesci ad andare al cinema a vedere i film degli altri registi? M.B: Sì, vado, vado, non per divertirmi, raramente vado al cinema per divertirmi, vado perché sono interessato a quello che avviene nel cinema. I film di divertimento, mi annoiano. . D.B.: Qual’ è secondo te il destino del cinema italiano che ha mille crisi? Oggi sembra definitivamente minacciato dalla televisione. M.B: Io credo che se i giovani che si sono così bene organizzati unendosi fra di loro, regista, scrittore, attore, se decidono di avere più coraggio, se gridano più forte, il cinema è salvo. Quentin Tarantino, è un grande, ha capito che c’è la violenza nel mondo, bisogna rappresentarla, bisogna essere molto duri. D.B.: Hai mai mentito a te stesso nella vita? M.B: A me stesso no, agli altri sì. D.B.: Hai paura della vecchiaia? M.B: Sono già vecchio, non ho paura perché purtroppo ci si rende conto solo quando muoiono gli amici o i parenti e penso: “Quell’amico è già 10 anni che è morto ed era un mio compagno, con lui ho condiviso quasi tutta la mia vita … ” è molto triste, questo. D.B.: Che rimpianti hai? M.B: Quello di non aver fatto architettura fino in fondo. D.B.: Cosa sogni adesso? Hai qualche sogno che hai sempre tenuto nascosto? M.B: Sì, come al solito, c’è sempre un film che è rimasto indietro quello proprio che uno ama … D.B.: Mauro Bolognini, scenografo, sceneggiatore, raffinato regista cinematografico e teatrale, regista lirico, hai preso diversi premi tra cui il Pardo d’oro e il Davide di Donatello alla carriera: chi è oggi Mauro Bolognini? M.B: Io, siccome so di non aver fatto niente, ma di cercare ancora di fare qualcosa, sono sempre alla ricerca di uno che cerca di fare un film. Mauro Bolognini ci ha lasciati nella sua abitazione a Roma il 14 maggio 2001 all’età di 78 anni. I funerali religiosi si sono celebrati il 16 maggio nella Chiesa degli artisti a piazza del Popolo, alla presenza dei familiari e di tantissimi volti del cinema, poi è stato tumulato nel cimitero comunale di Pistoia.
Donatella Baglivo



