di Tommaso Chimenti
Dalle connessioni neurali fino alla solitudine più cupa delle nostre città, il nostro essere animali sociali e il sentirci non capiti, non compresi, abbandonati, il rintanarci nelle nostre caverne, grotte, tane-appartamenti, quattro mura che ci fanno sentire protetti dall’indifferenza che là fuori avanza imperturbabile. I Motus Danza mettono in scena questa assenza di empatia, la mancanza di vicinanza tra le persone tutte accomunate da uno stesso destino e tutte comunque immancabilmente in perenne guerra, per non farsi schiacciare, per non farsi umiliare, per non farsi mettere i piedi addosso. La soluzione praticabile, per la felicità, sembra essere l’isolamento, l’autoemarginazione, la solitudine cercata e trovata in un luogo dove nessuno ci potrà più fare male. Il titolo è la congiunzione tra quell’@, quella chiocciolina che da oltre vent’anni ci connette, come un account, come un indirizzo virtuale, agli altri, simbolo della comunicazione a tutto tondo, dell’interconnessione che con un click ci permette di arrivare e raggiungere ogni persona fisica in ogni più disparato angolo della Terra. A quel simbolino, attorcigliato come una conchiglia, o come il teorema di Fibonacci, ci è stato apposta, affissa, annessa (potremmo dire allegata) la parola Solo che ci ricorda il movimento solitario del danzatore come quel sentimento di esclusione, di chiusura, di unicità. Un ossimoro che suona come “un assolo”.
Una decina di quadri (lo abbiamo visto al Teatro di Fiesole all’interno dell’Estate Fiesolana) montati dai Motus (trentacinque anni di esperienza e attività) per analizzare e sviscerare una solitudine che in questo caso non è tanto dell’anima o esistenziale, ovvero come condizione intima e ultima dell’uomo, ma a livello sociale, una solitudine che si sente proprio perché in mezzo a noi vivono e convivono e condividono gli stessi spazi e sguardi, altre migliaia di persone. E’ proprio in questo scarto, tra la moltitudine e il singolo, che scatta quel non ritrovarsi né riconoscersi nell’altro, quel sentirsi diversi e quindi non compresi proprio perché unici e particolari. E’ una sensazione che ha due differenti poli e forze: da una parte autonomamente ci chiudiamo nella fortezza delle nostre piccole certezze, dall’altra ci sono gli altri, che con un movimento simile e opposto, agiscono per distanziarci, mettere delle lontananze tra noi e loro, sottolineando più le differenze che le indubbie somiglianze. Sul palco cinque interpreti (un danzatore e quattro danzatrici) che si muovono su una scena nuda che vede altrettanti cubi o parallelepipedi vuoti dei quali si intravede soltanto la leggera anima, una struttura più simile ad una cabina telefonica, ad un ascensore, impilabili, trasportabili, spostabili, che diverranno casse-loculi scisse dal contesto urbano dove ognuno dei cinque potrà essere se stesso lontano dalle faticose convenzioni sociali. C’è l’ansia di gareggiare, di primeggiare, di vincere nella competizione metropolitana alla quale ogni giorno il nostro mondo ci iscrive anche contro la nostra volontà; è una corsa il nostro tempo, di tutti contro tutti, che non avrà alcun vincitore se non l’ansia e lo stress.
La scena, semplice, pulita ed efficace, attraverso queste impalcature riesce a supportare il concetto di isolamento, quella difficile e irrazionale atmosfera che da un lato ci spinge ad incontrare l’altro, per bisogno, interesse, desiderio, per comunicare, per il desiderio di comunità, e dall’altro ci fa rinculare dentro la nostra stanza (Virginia Woolf docet) finalmente sereni proprio perché senza confronto, senza litigi, senza l’animosità che gli altri inevitabilmente generano. C’è il nervosismo che il traffico sprigiona, c’è la violenza verbale che tracima, c’è quell’astio frustrante e covato che esplode alla minima azione non prevista dell’altro. Siamo pentole a pressione pronte a scattare sull’attenti, in allarme a proteggere i nostri spazi spesso invasi. Ci parliamo ma non ci ascoltiamo, ci guardiamo ma senza vederci, senza più empatia gli altri diventano più un fastidio che una risorsa, più un togliere e un levare che un’aggiunta, che una ricchezza. Ognuno nella sua doccia-spogliatoio si annoia, sta, aspetta senza che niente accada. Per strada si incontrano ma senza salutarsi, o senza la voglia di interagire, scambiare due parole: l’altro è soltanto una perdita di tempo, un disagio, una fermata inutile nel cammino delle infinite cose che crediamo di dover fare, portare a termine, soddisfare. C’è chi festeggia il compleanno da solo, tutta agghindata senza compagnia, tanto l’importante sono le foto autoscattate per celebrare l’evento sui social con sorrisi falsi e una felicità di terza mano. C’è chi cena da solo, c’è chi fa le videochiamate dicendo e raccontando che va tutto bene, anzi benissimo, contenta ed entusiasta, ed invece, appena riaggancia la conversazione cade nel buio più cupo e testo della tristezza, della rassegnazione, della depressione.
Finalmente, quella dei Motus (Rosanna e Simona Cieri) è una coreografia comprensibile, raccontata con didascalie inclusive, sottolineata, più vicina al teatro-danza che alla contemporanea pura. Ci sono le tante frasi, da biscotto della fortuna o da Baci Perugina, da postare su Facebook, citazioni che i grandi della Storia hanno detto e scritto, sulla complicità con gli altri, sull’importanza della comunione di intenti e visioni per non sentirsi soli e quindi più fragili, insicuri, deboli. Frasi ed espressioni belle da leggere, che ci fanno sentire migliori, più aperti e intellettuali, ma che non riusciamo a mettere in pratica proprio perché ormai incancreniti, chiusi in noi stessi, impauriti, delusi dalle relazioni. Ci sono i cagnolini, ovviamente con i loro padroni che hanno sostituito l’amore filiale e di coppia (che li ha feriti) con questi piccoli esserini pelosi, usati e maneggiati, docili e ubbidienti, innamorati e fedeli, dei loro umani di riferimento, sbaciucchiati come fossero bambini, coccolati, adorati, vezzeggiati, carezzati con tutto quell’amore che il mondo là fuori non ha voluto concedere, accogliere, mischiare, abbracciare, in una sublimazione di quell’affetto che fuori nessuno ha voluto prendere e farsene carico. I Motus, con una danza accessibile e comprensibile, certamente non criptica, hanno approntato un affresco che tutti ci riguarda, che a tutti ci parla, ci fa eco nelle nostre coscienze così arroganti ed altezzose. “La solitudine” di Leo Ferrè sul finale, catastrofico e apocalittico, è la ciliegina sulla torta di un ragionamento che ci mette con le spalle al muro, ognuno di noi a guardare nell’abisso del nostro ego.



