di Tommaso Chimenti
Che cosa cerca in definitiva l’uomo? Un riparo, un rifugio, una tana, un porto sicuro. Il Suq, inteso come mercato del mondo arabo, è tutto questo: è condivisione, è scambio, è lingue diverse, merci che arrivano da tutto il pianeta, facce, volti diversi, occhi curiosi. Genova, con la sua anima portuale, è da sempre mix di culture, passaggio, miscela di idiomi e storie personali e collettive, di umanità varia che gronda tra questi palazzi monumentali secolari, il galeone che ci ricorda le imprese di Cristoforo Colombo, gli stretti carruggi impervi dagli odori insistenti, il marmo bianco e verde ad ornare le sue mille chiese. Al Porto Antico (anche se è tutto nuovo), dal 1999 c’è un’esperienza, appunto il Suq Festival (per i primi anni la sede non era questa marittima ma dentro la pancia della città) ideata da Carla Peirolero, che fonde arti, teatro, danza, musica e cibo perché le conoscenze migliori nascono a tavola mettendo in relazione sapori, gusti, modi diversi di stare al mondo, di intendere la vita e l’amicizia. Sotto questo tendone artificiale, posato tra l’ascensore che ti porta in alto a vedere la skyline del capoluogo ligure, la palla di Renzo Piano dove respira la Biosfera, e questi grandi cilindri che, come giganti banderillas sulla schiena del toro furioso, infilzano l’acqua del piccolo golfo dal quale si vedono i magazzini-docks oggi trasformate in varie attrazioni. Un programma che mette al centro le migrazioni, lo straniero, l’accoglienza. Una parola comune, un minimo denominatore è sicuramente il viaggio che, in maniera diversa, hanno affrontato, anche con la giusta distanza, ironia e leggerezza, i due spettacoli ai quali abbiamo assistito.
Sul palco scenografico galleggiante delle Chiatte, poggiato su palafitte proprio su grandi barche con la carena liscia, dopo il tramonto, tra le luci della sera che cala, i rimorchiatori appollaiati stanchi e riposanti, la grande Moby che parcheggia, gli aerei che atterrano e solcano le nuvole, i gabbiani che passeggiano nell’aria tagliandola, due donne, in mise anni ’60, occhialoni e vestito a pois e capelli acconciati a metà strada tra Amy Winehouse e Marge Simpson, Hanno inscenato un rapporto ambiguo, criptico, pieno di non-detti, di colpi di scena, di possibilità amletiche e analitiche, derive e riflessioni psicologiche. “Si sono fatte le due” (prod. Teatro C’Art, Gli Scarti) già nel titolo avanza l’ipotesi di straniamento, di allontanamento dalla realtà dato dall’uso di sostanze psicotrope e dopanti. In effetti le due tipe sono strane, confuse, presentando vari tratti patologici. Il primo, evidentissimo, è questa modalità di parlare (di parlarsi addosso) in sincrono, facendosi eco, all’unisono. Come gemelle Kessler nostrane, svampite e indecise, in coro ripetono le stesse frasi con eguale tonalità e intenzione. Sembrano arrivate lì, in fondo al pontile che costeggia l’Acquario di Genova, casualmente, anzi sembrano proprio perse, perdute, senza rotta, pare che il mondo si sia dimenticato di loro e che possano contare soltanto l’una sull’altra. Ma sembra anche uno sdoppiamento della stessa persona ovvero l’una sia l’ombra dell’altra che in concreto non esiste, fa da specchio, con gesti, parole, movimenti identici. Aspettano un traghetto che è già partito (viene in mente Caronte), devono raggiungere una fantomatica festa come se barca e party siano concetti metaforici e simbolici di distacco e congedo volontario da una realtà che le ha digerite e sputate, espulse, fagocitate e spinte via. Come se non fossero riuscite a restare al passo con i tempi e incastrate in un’epoca e un’età che le faceva stare bene, le faceva sentire vive. Sembra che non riescano a comunicare con nessuno tranne che con la “gemella” (o il suo riflesso o la sua coscienza) lamentandosi, dandosi ragione, supportandosi a vicenda, sostenendosi, facendosi forza e coraggio in questo mondo che pone continuamente tanti dubbi e infiniti punti interrogativi, che non fornisce mai certezze e ti lascia solo solo su una banchina aspettando qualcosa che certamente non arriverà, che sia un traghetto o la felicità. “Ormai qui sono tutti turisti. Non c’è più una persona normale”, è il loro grido d’aiuto lanciato verso una società che le ha lasciate indietro, una società più concentrata sul nuovo e il moderno che a considerare ancora cittadini attivi ad esempio gli anziani ancora legati ad un piccolo mondo antico ormai sparito, qui gli anni ’60 quando erano giovani e avevano tutta la vita davanti. Come due piccole Minnie naufraghe tra le evoluzioni che la vita ci propone, sparano le loro tenere cattiverie, le loro ficcanti acidità pettegole mentre le onde cullano la chiatta e il Faro là in fondo fa sfoggio di sé tra le ombre che disegnano il cielo che adesso si è faccio pece. Entrambe pensano che l’altra la stia seguendo o addirittura inseguendo in un assurdo, surreale dissociazione e scissione schizofrenica: “Una donna che cercava l’altra alla fine trova se stessa”. L’odore del mare sale e punge mentre davanti a noi un ballo del mattone stretto e appassionato ci attanaglia quando un rintocco di campana e una scarpetta perduta nella dance-floor ci portano direttamente a Cenerentola. Forse le due interpreti ci vogliono dire che il miglior Principe Azzurro può essere un’amica o ancor meglio se stesse, come sentenzia il proverbio cinese “Quando hai bisogno di una mano prova a guardare in fondo al tuo braccio”. Questo mondo le ha deluse (o l’ha delusa) e loro (o lei) si sono rifugiate dentro una parentesi, in un universo consolidato e conosciuto, una comfort zone dove la musica, i punti di riferimento, i ricordi sono certi, immutabili nel tempo, senza scossoni, senza cambiamenti, senza sorprese né imprevisti.
Ancora di viaggio si tratta con la follia dei Tony Clifton Circus che hanno portato sul palco rumoroso e caotico del Suq il loro dadaista “Funeral Party”. Ai TCC ci legano ricordi teatrali indelebili come lo spettacolo-performance “Missione Roosevelt” in sedia a rotelle per le strade di Roma o l’iconico “La morte di Babbo Natale” visto al Festival di Volterra quando si svolgeva anche fuori, oltre i cancelli del carcere mediceo. Pièce che riaffiorano nel tempo e nella memoria per irriverenza, rottura degli schemi, imprevedibilità, genio sregolato. In mezzo all’odore di spezie, ora delicato adesso pungente, due loschi figuri e borderline escono da una Cinquecento Fiat vecchio modello addobbata come Herbie il Maggiolino tutto matto. Il fumo avvampa, li avvolge, li cela e nasconde mefistofelici e zolfini, come esseri mitologici partoriti dalle fiamme e dal Vulcano oppure usciti (indenni?) da questi vapori sulfurei. Se il fumo esce da una macchina forse, in molti casi, è perché al suo interno si sta immettendo gas di scarico attraverso il tubo di scappamento incastrato, incollato al finestrino. La loro forma artistica è quella classica da puck, da fool spudorato, un po’ Clash un po’ Gogol Bordello, punk e iconoclasti, Extra Liscio distruttivi, terribili ed amabili, politicamente scorretti. I due personaggi sono alterati dalle decine di birre scolate e le lattine vuote che cadono dall’apertura dello sportello testimoniano l’avvenuta scolatura. Sono simpatici e imprevedibili, pazzi furiosi, esagerati, esplosivi. Si chiamano l’un l’altro, in un gioco delle parti, dandosi nomignoli e soprannomi, altre posture di altri personaggi da interpretare. Come un play da bambini a cercare di diventare, per scherzo, per passatempo o per non morire come in questo caso, qualcun altro. Credendoci veramente. Diventano altro. Ora si chiamano Estragone e Vladimiro come nell’“Aspettando Godot” beckettiano, adesso si trasformano in Bob Marley e Peter Tosh, in Babbo Natale e la sua renna preferita, Marx ed Engels, Gesù e San Pietro, Minnie e Topolino. Cercano altri mondi, altri universi plausibili, alternative. “Ci siamo persi”, dicono (anche loro dopo le due vestite a pois) e in quel momento ci sembrano, con le dovute proporzioni e distanze, Benigni e Troisi in “Non ci resta che piangere”. Se ai due Blues Brothers deflagranti e scoppiettanti ci aggiungi anche un funambolico dj, deus ex machina che gestisce tutta la vicenda dal suo podio e pulpito, allora il gioco è fatto, tutto implode: maglietta leopardata, zeppe argentate ai piedi, minigonna di paillettes, trucco sfatto da notti insonni. E’ Dio ed è un transessuale che cita Bukowski. Dal cofano e dal portabagagli della piccola utilitaria escono due enormi cilindroni pupazzoni gonfiati ad aria che ci hanno ricordato la mascotte dei Mondiali di Italia ’90. Sono morti (suicidi) i nostri e citano ed impersonano personaggi altrettanto deceduti e defunti in questo limbo purgatoriale che tutti perdona e accoglie con una risata che purifica tutti i peccati terreni ormai passati e derubricati. La condizione dell’uomo è il perdersi nel mondo, disunirsi e ricomporsi, lasciarsi andare e ritrovarsi, perdere la memoria, naufraghi che non sanno da dove vengono né dove stanno andando e soprattutto per quale scopo, senza rotta né missione, a tentoni, fallendo comunque continuamente. L’anima dell’uomo è in balia sulla Terra come nell’Aldilà, confuso perché troppo piccolo per capire dinamiche più alte, meccanismi complessi. Cerchiamo salvezza quando salvezza, lo sappiamo, non ci potrà essere. Una risata ci seppellirà. O forse sarà soltanto la polvere dell’oblio.



