Dalla strada ai festival europei, dalle carceri ai progetti di inclusione sociale, i Rusty Brass hanno costruito negli anni un percorso artistico che sfugge alle definizioni più semplici. La loro musica attraversa confini geografici e culturali, intrecciando la tradizione delle brass band con suggestioni balcaniche, jazz, teatro e narrazione collettiva, sempre con lo sguardo rivolto all’incontro tra persone e comunità.
Con il nuovo singolo “Strappo”, la formazione bresciana torna a raccontare il viaggio non come semplice spostamento, ma come esperienza di cambiamento, scoperta e trasformazione. Un brano che riflette l’identità mutevole della band e che si inserisce nel più ampio universo di Inversioni Balcaniche, progetto nato dall’osservazione dell’altro come strumento per comprendere meglio sé stessi e il mondo che ci circonda.
Abbiamo parlato con i Rusty Brass di musica come linguaggio universale, dell’importanza della strada come spazio creativo, del rapporto tra rito e festa e di come gli imprevisti possano diventare materia viva per la creazione artistica. Ne è nata una conversazione che attraversa esperienze, visioni e storie raccolte lungo un cammino ancora in continua evoluzione.
Ascoltando Strappo si ha la sensazione che il viaggio venga raccontato più come trasformazione che come destinazione. C’è qualcosa che avete scoperto su voi stessi durante gli anni passati a suonare in giro per l’Europa e che non avreste mai imparato restando a casa?
Suonerà forse scontato, ma la lezione più grande che abbiamo imparato è che la musica rappresenta un linguaggio universale, capace di superare barriere culturali, linguistiche e sociali. Nella sua dimensione più autentica, essa azzera la distanza tra artisti e uditorio e trasforma il pubblico in parte integrante della performance. Non importa il luogo o le persone che si hanno di fronte: la musica, unita a una certa attitudine e a uno spirito di collettività, può dar vita a un vero e proprio rituale condiviso. In questo senso, la musica è e dovrebbe rimanere un percorso continuo di incontro, confronto e apertura verso l’Altro in direzione di una dimensione altra. Ci piace definire la nostra una identità metamorfica. E Strappovuole mostrare la forza di questa costante trasformazione.
La vostra musica è piena di contaminazioni, ma non dà mai l’impressione di voler collezionare influenze esotiche. Come riuscite a mantenere un equilibrio tra curiosità verso altre culture e rispetto per le tradizioni da cui prendete ispirazione?
Questo è un aspetto cui teniamo particolarmente nella stesura dei brani. Il processo creativo prende sempre avvio da un ascolto quotidiano, intimo, non meccanico né mirato. I generi che rivisitiamo sono “pietanze” che abbiamo assaggiato, assaporato, apprezzato, digerito e in qualche modo imparato a cucinare, con la consapevolezza che il risultato non sarà uno scimmiottamento scolastico, ma una rielaborazione personale di sonorità a noi intimamente care.
Del resto solo misurandoci con l’Altro possiamo comprendere noi stessi. E questo è il concetto di fondo del nostro album Inversioni Balcaniche. Tutto nasce dalla considerazione che l’arte non risponde, o almeno non solo, a esigenze di svago e intrattenimento, ma procede da presupposti ben più profondi: essa si misura con la domanda esistenziale “Che cos’è l’Uomo?”. E in brani come Direct Line cerchiamo proprio di trovare dei fili conduttori che leghino, oltrepassando i confini dello spazio e del tempo, culture e civiltà diverse, ciascuna delle quali rappresenta un differente modo di essere umani, di essere homo sapiens.
Negli anni avete portato la vostra musica nelle strade, nei festival, nelle carceri, nelle comunità e in progetti di inclusione sociale. Qual è il contesto in cui avete percepito più chiaramente il potere della musica come strumento di relazione umana?
Ci ha sempre colpito come i due principali filoni di musica d’ottone cui facciamo riferimento siano sorti in seno a contesti di emarginazione sociale: ai margini della società erano gli afrodiscendenti di New Orleans che hanno inventato il jazz, ai margini della società le comunità romanì nei Paesi balcanici.
Fin da quando esiste la band sentiamo molto vicino questa dimensione di marginalità e di esclusione, e di certo annoveriamo tra le nostre performance più memorabili i concerti nelle carceri di Brescia. Un pubblico meraviglioso e sensazioni contrastanti che ancora oggi difficilmente riusciamo a descrivere.
E ancora una volta la strada ci ha fatto un regalo: anni fa, durante una marcia per l’ambiente, si presenta a noi un senzatetto romano dal fantomatico nome Bobby Slim, che senza tanti giri di parole ci chiede e ottiene il megafono. La jam che ne esce è qualcosa di epocale. Ecco che nell’album abbiamo fatto di lui il sapiente e ironico co-protagonista nel brano Slum Bro (letteralmente “fratello dei bassifondi”), dove a mo’ di novello Virgilio ci traghetta nello spazio e nel tempo a bordo di uno sgangherato treno regionale.
Gli ottoni sono strumenti che storicamente accompagnano sia la festa che il rito, la celebrazione ma anche il momento collettivo più solenne. Quanto vi affascina questa doppia natura e quanto influenza il vostro modo di comporre?
Qualche anno fa, mentre visitavamo la sezione delle epigrafi del Museo Romano-Longobardo di Santa Giulia a Brescia, ci colpì enormemente una lapide: essa ricordava la devozione della schiava Thallusa nei confronti del compagno Antonio Callistione, membro del Collegium Aeneatorum di Brixia.
Gli Aeneatores altro non erano che i “suonatori di strumenti di bronzo” quali buccinae e tubae, gli antenati degli ottoni. Suonando tanto nelle solenni cerimonie religiose quanto in occasioni ludiche, questi nostri colleghi di duemila anni fa rispondevano esattamente a tale duplice prerogativa. Del resto il confine tra culto e spettacolo nell’antichità non era affatto netto.
E, quali moderni Aeneatores e colleghi del da noi dialettalmente rinominato “Tone Calistiù”, il nostro sentirci parimenti investiti di questa doppia funzione lo si può ben cogliere nel nostro brano Lève-toi, canto di rito e di festa.
Inversioni Balcaniche nasce da un’esperienza reale vissuta dalla band. Vi è mai capitato che un imprevisto o una difficoltà incontrata durante un viaggio si trasformassero, col tempo, in una delle cose più preziose che vi siete portati dietro artisticamente?
L’imprevisto è la miccia perfetta per una band di strada. Molto spesso le persone non si aspettano la nostra musica, non hanno comprato un biglietto, e perciò il primo imprevisto siamo noi. Poi le reazioni innescate nel pubblico generano un botta e risposta di sorprese.
L’atteggiamento di improvvisazione nella musica, nel teatro e nel quotidiano nasce dall’incontro con l’inatteso e dal saper cogliere ciò che di poetico si cela al suo interno. È su questo tema che insieme al regista Mario Gumina abbiamo costruito l’intero spettacolo Strade Poetiche, che da un paio d’anni ci sta portando grandi soddisfazioni nei festival italiani ed europei.
La vostra storia parte dalla strada e dalla dimensione itinerante, ma oggi siete una realtà che si muove anche tra palchi importanti e spettacoli multidisciplinari. Qual è la sfida più grande nel conservare quello spirito libero e imprevedibile delle origini man mano che il progetto cresce?
Suonare in strada insegna anzitutto ad avere una profonda umiltà: quando suoni in mezzo alle persone non sei su un piedistallo, non sei in vetrina. Anche oggi, quando ci troviamo su palchi importanti, la nostra attitudine resta quella della strada, tesa ad accorciare le distanze, a costruire una relazione diretta.
Non abbiamo mai vissuto il palco come un trono, ma come uno strumento per creare incontro. In questo ci aiuta anche la natura collettiva del progetto: essere in tanti significa ricordarsi continuamente che la musica è un fatto condiviso.
Brani come Q.v.a.M., così come Iron Rage (2023), nascono proprio da questa riflessione critica sulla musica ridotta a numero, immagine o facciata, e rivendicano invece lo sguardo e la voce delle strade e delle periferie del mondo.
Intervista a cura di Federico Dibiase Prati e Luca Marchesi, autori delle musiche e dei testi.

