Antigone di Robert Carsen…

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In scena dal 9 maggio al 5 giugno 2026 al Teatro Greco di Siracusa.  Inizio modulo

L’Antigone diretta da Robert Carsen al Teatro Greco di Siracusa nel 2026 si impone come una delle operazioni più rigorose e politicamente consapevoli dell’intera stagione INDA. Carsen affronta Sofocle non come un autore del mito, ma come un pensatore della polis: la tragedia diventa un dispositivo di interrogazione sulla legge, sulla disobbedienza e sulla responsabilità collettiva. La poetica della sottrazione, cifra distintiva del regista, qui raggiunge una forma estrema: nessuna scenografia narrativa, nessun riferimento storico, nessuna psicologia superflua. Il Teatro Greco è trasformato in un laboratorio politico, un luogo dove la città osserva sé stessa. La luce, più che elemento tecnico, è architettura del pensiero: taglia lo spazio, isola i personaggi, crea zone di visibilità e invisibilità che diventano metafore della trasparenza del potere. Carsen non cerca la bellezza, ma la funzionalità; non cerca l’emozione, ma la struttura. Il valore del regista risiede nella capacità di trasformare la tragedia in un sistema: ogni gesto è un atto politico, ogni attore un vettore di senso, ogni silenzio una frattura nella logica della sovranità.

In questo quadro rigoroso si inserisce la prova attoriale di Camilla Semino Favro, che costruisce un’Antigone di assoluta verticalità. La sua recitazione è fondata sulla sottrazione: postura eretta, voce ferma, gesti minimi ma definitivi. Antigone non difende un valore, perchè lei è quel valore. Camilla Favro non interpreta una giovane ribelle, ma una linea che attraversa lo spazio e lo divide. La sua presenza incrina la geometria del potere che Robert Carsen costruisce, rendendo evidente che la disobbedienza non è un atto morale, ma un atto ontologico. Antigone è la domanda che la legge non può contenere.

Accanto a lei, Paolo Mazzarelli offre un Creonte di inquietante normalità. Non è un tiranno: è un amministratore. La sua tragedia nasce dalla rigidità del sistema che difende. La recitazione è calibrata, burocratica, coerente fino alla rovina: tono controllato, movimenti misurati, assenza di esplosioni emotive. Creonte non è crudele: è coerente. Ed è proprio questa coerenza a condannarlo. Mazzarelli incarna la legge che non sa più contenere la vita, mostrando come la tragedia non nasca dalla malvagità dei singoli, ma dalla struttura stessa del potere quando diventa assoluto.

Mersila Sokoli, nel ruolo di Ismene, rappresenta la comunità paralizzata. La sua interpretazione è costruita sulla fragilità: un corpo che esita, una voce che trema, uno sguardo che cerca protezione. Sokoli diventa lo specchio del pubblico: Ismene è ciò che la polis fa quando la legge e la vita entrano in conflitto, esita. È la paura civile, la prudenza che diventa complicità. La sua presenza, apparentemente marginale, è invece decisiva per comprendere la dimensione collettiva della tragedia.

Gabriele Rametta, nel ruolo di Emone, porta in scena la vita che tenta di entrare nella legge. Il suo Emone è trasparente, vulnerabile, sincero: l’unico personaggio che “sente” davvero. Il confronto con Creonte è uno dei momenti più intensi dello spettacolo: non è un conflitto generazionale, ma un cortocircuito tra due logiche incompatibili. Emone è la vita che chiede spazio nella norma; Creonte è la norma che non sa più contenere la vita. Gabriele Rametta restituisce questa tensione con una recitazione che non cerca l’enfasi, ma la verità.

Graziano Piazza, nel ruolo di Tiresia, costruisce un personaggio che non è mistico, ma razionale: un tecnico del sacro che rivela il limite del potere. La sua presenza è un taglio netto nella struttura della tragedia, un momento in cui la legge è costretta a guardare la propria ombra. Graziano Piazza offre un Tiresia asciutto, essenziale, lontano da ogni retorica profetica: la sua parola è un dispositivo di verità.

Ilaria Genatiempo, come Euridice, lavora sulla sottrazione: Euridice è una figura silenziosa, ma decisiva. La sua morte è la conseguenza ultima della rigidità di Creonte, il punto in cui la legge si rivela incapace di proteggere ciò che pretende di governare. Ilaria Genatiempo restituisce questa funzione con una presenza discreta ma incisiva.

Pasquale Di Filippo, nel ruolo della Guardia, interpreta un funzionario intrappolato tra legge e realtà. È il personaggio che vede ciò che non dovrebbe essere visto, che testimonia la distanza tra norma e vita. La sua recitazione, apparentemente comica, è in realtà un dispositivo critico: la Guardia è la crepa attraverso cui la tragedia mostra il proprio lato amministrativo.

Dario Battaglia, come Messaggero, porta in scena la voce della tragedia: è colui che racconta ciò che la scena non mostra. La sua presenza è un ponte tra visibile e invisibile, tra ciò che accade e ciò che la polis non vuole vedere. Battaglia restituisce questa funzione con una recitazione limpida, priva di enfasi, che lascia parlare la struttura del testo.

Elena Polic Greco e Maddalena Serratori nel loro ruolo di prime corifee. Dirigono Il coro, come un organismo unico, ed elemento innovativo. Carsen lo trasforma in un corpo collettivo che non commenta, ma registra. Movimenti sincronizzati, immobilità strategica, voce che emerge come massa sonora: il coro non è sapiente, è spettatore. Rappresenta la società che guarda il conflitto tra potere e dissenso senza prendere posizione. Nel 2026, il coro è la comunità che osserva la tragedia senza riuscire a intervenire.

L’Antigone di Carsen è un’opera di rigore e lucidità. La regia è un dispositivo politico; gli attori sono elementi di un sistema; il Teatro Greco diventa un altare civile. La tragedia non è rappresentata: è consegnata. E in questa consegna, Sofocle torna a essere ciò che è sempre stato: un pensatore della polis, non un autore di miti familiari. Robert Carsen, con la sua poetica della sottrazione, restituisce alla tragedia la sua forza originaria: non un racconto, ma una struttura che interroga la contemporaneità.

Giuliano Angeletti

 

Foto: La Pera

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