Big in korea…

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In scena il 31 maggio 2026 al Teatro Gassman di Borgio Verezzi.

Big in Korea, scritto da Francesco d’Amore e Luciana Maniaci e diretto da Luciana Maniaci insieme a Kronoteatro, si presenta come un dispositivo scenico di sospensione: un teatro dell’attesa, dell’incompiuto, dell’allenamento infinito. Al centro, una relazione che sfugge alle categorie tradizionali – né paterna, né pedagogica, né propriamente amicale – tra un giovane e il suo vecchio allenatore di calcio. Da trent’anni si incontrano ogni domenica al campetto del paese, ma non giocano mai. Non allenano il corpo: allenano l’idea del gioco. La drammaturgia costruisce così un paradosso narrativo: l’allenamento senza partita, la preparazione senza debutto, la teoria che non diventa mai pratica. È un teatro che lavora sulla sospensione del tempo, sulla reiterazione rituale, su un’attesa che diventa identità. Il campetto diventa un luogo liminale, quasi un purgatorio laico, dove i due protagonisti – interpretati con precisione millimetrica da Tommaso Bianco e Maurizio Sguotti – coltivano un sogno che non si realizza e che, proprio per questo, li tiene in vita.

La Korea, meta immaginaria e salvifica, è il vero motore simbolico dello spettacolo. Non è un luogo geografico, ma un altrove mitico: il posto in cui, secondo la loro fantasia, un anziano depresso e un uomo oltre i trentacinque anni possono ancora essere considerati idonei per iniziare una carriera calcistica. La Korea è la terra promessa dell’inadeguatezza, il continente dove ciò che qui è fallimento diventa possibilità. In questo senso, la drammaturgia lavora su un doppio registro: da un lato la comicità surreale, dall’altro una malinconia profonda che affiora nelle crepe del dialogo.

La regia di Maniaci e Kronoteatro accentua questa ambivalenza: i due attori sono immersi in uno spazio essenziale, quasi astratto, che non rappresenta un campetto ma la sua idea. Il minimalismo scenico permette alla parola di farsi architettura, e al gesto di diventare segnale di un mondo interiore più vasto. La ripetizione dei rituali – l’arrivo, la teoria, il sogno della partenza – costruisce una drammaturgia dell’ossessione, in cui il tempo non scorre ma si avvita su se stesso. Il rapporto tra mister e allievo è il cuore pulsante dello spettacolo: un legame che si nutre di dipendenza, affetto, frustrazione, bisogno reciproco. Non è un rapporto educativo, ma un patto di sopravvivenza. Entrambi hanno bisogno dell’altro per continuare a credere nella possibilità di un futuro diverso. La Korea è il loro mito fondativo, la loro utopia privata, la loro scusa per non arrendersi.

La scrittura di Maniaci d’Amore si conferma, come spesso accade, capace di unire leggerezza e profondità, ironia e ferita. Il testo non giudica i personaggi, non li ridicolizza: li osserva con una tenerezza spietata, lasciando emergere la loro umanità fragile. La comicità nasce dal paradosso, non dalla caricatura; la malinconia nasce dalla distanza tra ciò che desiderano e ciò che possono essere.

Big in Korea è un piccolo trattato teatrale sull’attesa, sul fallimento come forma di resistenza, sulla potenza dei sogni che non si realizzano. È un’opera che parla di calcio senza parlare di calcio, che parla di vita senza proclami, che mette in scena due uomini che, per non crollare, continuano a immaginare un altrove dove essere finalmente “grandi”. Uno spettacolo che rivela una profonda complessità emotiva e filosofica: un teatro che non offre soluzioni, ma apre domande.

Giuliano Angeletti

BIG IN KOREA
drammaturgia Francesco d’Amore e Luciana Maniaci (Maniaci d’Amore)
regia Luciana Maniaci e Kronoteatro
con Tommaso Bianco e Maurizio Sguotti
produzione Kronoteatro in collaborazione con Teatro Nazionale di Genova con il sostegno di Teatro La Contrada di Trieste – progetto Vettori. Photo Angelo Maggio

 

 

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