di Tommaso Chimenti
Nella consolidata alternanza di un anno dedicato al Teatro Ragazzi (termine ampio che andrebbe rivisto e forse ridefinito tra infanzia, scuole primarie e superiori oppure azzerato con la dicitura tout public come fanno all’estero) e una edizione alla Prosa per Adulti, Accademia Perduta spara i suoi proverbiali e riconosciuti a livello nazionale “Colpi di Scena” mostrandoci quattro giorni di fitto teatro tra Forlì e dintorni. Nell’aria le ceramiche di Faenza, le braccia tese di Predappio, le ugole d’oro di Castrocaro, le piadine calde e lo squacquerone, e tutto il sapore mitico della A14 (cantata anche da Ligabue) che ti porta dritto al mare, al salmastro della Romagna, i bagnini, le discoteche, le straniere, gli ombrelloni. Forse anche questa una narrazione che si è persa nel tempo, si è sbiadita al sole dell’Adriatico. La direzione, affabile e calorosa, è sempre di Claudio Casadio (che nella prossima stagione sarà in scena con “Emigranti” e la ripresa de “Gli Innamorati”) e Ruggero Sintoni, capisaldi di un modo di fare teatro concreto, con i piedi ben piantati a terra ma ancora con tanti sogni teatrali da portare avanti. Nella loro scelte c’è curiosità, qualità, lungimiranza e possibilità. Ne abbiamo scelti alcuni per questo nostro report.
Iniziamo proprio da uno di quegli spettacoli che meno ci ha convinto, “Magma” ad opera della Compagnia del Buco. Sarebbe troppo riduttivo dare colpa al caldo asfissiante della sala (con le temperature attuali la scelta di fine giugno e degli spettacoli da proporre necessariamente al chiuso si sta rivelando rovente) e sarebbe altrettanto limitativo sbrigare la faccenda facendo un parallelismo tra il nome della compagnia e la storia (che non c’è) del titolo. Titolo di per sé già fuorviante o, per meglio dire, assolutamente fuori tema: si può parlare di Magma se siamo in presenza di un vulcano e non certo di una miniera come in questo caso. Perché questi due figuri imbranati sono capitati dentro una miniera abbandonata? E perché mai decidono di accendere dei candelotti di dinamite e far saltare tutto sapendo benissimo che la detonazione avrebbe fatto crollare l’intero cunicolo e li avrebbe uccisi? Non ci abbiamo trovato della clownerie né del comico, in qualche modo rimandi (ad essere benevoli) dai Goonies come da Indiana Jones per finire, appunto, con la pellicola del 1960 “La banda del buco”, ma davvero sarebbe troppo voler appioppare tali similitudini. Per non parlare della ridicolizzazione di una tragedia come Marcinelle. Inoltre, se non si è ferrati nell’uso del linguaggio e della tecnica del gramelot forse è meglio non usarla e tentare altre strade comunicative. Non sappiamo se si sono perduti, dove vogliono andare, come mai stanno lì dentro, se qualcuno li ha costretti a quelle segrete. Una botola e un lazo ci ha fatto stringere il cuore pensando al povero piccolo Alfredino. E da ridere, anche in questo caso, c’era veramente ben poco. Per non parlare poi delle reti elettrificate come i campi di concentramento nazisti. Sembrava di vedere, teatralmente, “Scemo & più Scemo” con quella sensazione perenne di irritazione e disagio.
Eleganti, raffinati, puliti, sobri gli Aterballetto piazzano questo “Il mondo dei quasi” (forse uno spettacolo concettuale più adatto agli adulti che alle giovanissime generazioni) dove da due tele poste sul fondale escono pezzi di corpi (ricordando un po’ Lucio Fontana e un po’ Antonio Rezza), mani che sembrano cercarsi e che una volta trovatesi si lasciano, si abbandonano, si scordano per poi fare nuovamente capolino. Questi teli hanno elastici sono come branchie di pesci, come fanoni di balena e i due danzatori ne escono come murene, come paguri dalla conchiglia, emergono a cercare la propria forma nel mondo. Prendono vita prima di tornare ad essere cenere e polvere indistinta, si ricompongono in materia per poi sciogliersi nuovamente, liquefarsi nel nero, si manifestano e successivamente si ritraggono cadendo ancora una volta nell’oblio. Come boccheggiare passando da uno stato liquido ad uno solido, venendo fagocitati da queste sabbie mobili che li digeriscono e dopo li sputano pezzo per pezzo. Sono serpenti che giocano a nascondino, escono dal nero, ritornano al nero, come essere centrifugati dallo Star Gate verso un nuovo mondo, parallelo al nostro, finestre aperte, dimensioni a scomparsa, apparizioni, epifanie e sparizioni: magia.
“Un’Odissea” (Divisoperzero) è tra quei pezzi che ci hanno incuriosito maggiormente perché hanno abbinato l’artigianalità del teatro, e della musica, con l’inventiva, la narrazione e un modo di coinvolgere la platea con un linguaggio fresco, che cattura. Francesco Picciotti è il nostro pifferaio magico, il nostromo convincente, il capitano della scialuppa dentro la sua isola sferica attorniato e accerchiato, come una foresta, come una fortezza, dai suoi mille strumenti. Già la scena è un’opera d’arte: ecco una ruota di bicicletta riferimento a Duchamp, che sarà l’occhio del ciclope, e percussioni e bottiglie e megafoni e una chitarrina spartana che suona come Ben Harper poggiandosela sulle ginocchia, un vaso di bronzo con dell’acqua da sciaguattare al suo interno, echi e loop che sbucano da piccoli mixer, scatole di latta con oggetti che galleggiano rumorosi dentro, un grande tubo che funge da flauto che somiglia più ad un digeridoo aborigeno. L’impianto è ammaliante e divertente così come il refrain di un Ulisse, mosso dalla curiosità, che dice ai suoi prodi che vogliono tornare a casa: “Ancora cinque minuti” sottinteso di avventura, di vita. Circe è un bastone e come capelli tanti tappi di bottiglie di birra che tintinnano. Il teatro si trasforma in gioco: la sirena ha la testa di scafandro ma avvolta nella plastica del cellophane che la fa sembrare una medusa. Questa è una modalità, alta e popolare, di far vivere un’esperienza totalizzante, di racconto, di musica, di scoperta.
Di “Alice” dei Koreja, stavolta “nel Paese dei pazzi” (la penna è di Francesco Niccolini) ci ha colpito la contemporaneità, l’uso delle musiche, i costumi, la forma pop, giovane, che sicuramente attrarrà per gioia, colori ed entusiasmo, i ragazzi di ogni età. Il bianconiglio pare quello di Playboy e infatti ha un corpetto e il busto nudo, la regina ha l’accento dell’Est e si muove in ginocchio (come un vecchio “Ubu roi” di Vetrano Randisi), il Cappellaio Matto invece ha una calata brasiliana. Tutto è eccessivo, assurdo, surreale, certamente divertente, con un fondale come quello degli Aterballetto, ideale per far apparire i personaggi dal nulla, come il binario nove e tre quarti alla fermata di King’s Cross a Londra nella pagine di Harry Potter. E’ travolgente l’uso delle musiche, coinvolgente il coniglio, Alice leggermente acerba, nel complesso un bel bilanciamento tra la sostanza e la forma con quest’ultima che ti rimane negli occhi all’uscita come un sorriso, come un abbraccio, come una carezza: il teatro può anche non essere per forza pedagogico e didascalico. Forse non raggiungerà le vette de “I Paladini di Francia”, cavallo di battaglia nato dall’unione di Niccolini e Salvatore Tramacere e i suoi Koreja di Lecce, ma rimane un esperimento leggero, piacevole e spiritoso. Ci puntiamo.
Alcuni hanno sollevato critiche sul “Barbablù” degli Altri Posti in Piedi perché, a detta loro, ridicolizzava la tragedia dei femminicidi e della violenza di genere. Per noi invece questa versione, meno impostata e traumatizzante, meno ideologica e sdrammatizzante, ha fatto il paio con “Alice” per freschezza, cromatismi, entusiasmo di stare su un palco senza pesantezze. Tanta ironia tra questi due personaggi che non vogliono fare pedagogia né una lectio magistralis sull’argomento ma vogliono imbastire un tema senza dare soluzioni, mettendo sul piatto un problema e lasciando che siano gli adulti di riferimento, maestri e genitori, a sbrogliare la matassa: l’arte deve produrre punti interrogativi e a volte anche far ridere delle tragedie per affrontarle al meglio senza il peso del senso di colpa. Lui (vestito come un inserviente del Grand Budapest Hotel di Wes Anderson) è alto, soprattutto psicopatico (le donne non se ne accorgono mai prima) e dinoccolato e per hobby chiude le donne in cantina facendole a pezzi; lei è ingenua ma avrà il suo riscatto e vendetta. Il personaggio femminile, anzi, mette, con il sorriso e il sarcasmo, in guardia le ragazze sul love bombing, sugli innamoramenti eccessivi, di non cadere nella trappola facendo suonare dei campanelli (che sono quelli d’allarme) sugli amori troppo fragorosi, focosi e che poi si rivelano fumosi. Quando lei trova le chiavi per aprire le aperture delle porte escono pezzi di corpo (qui la voce maschile di lui stona come le parti della sua corporatura, fanno perdere di credibilità questi dettagli che non possono passare inosservati) allora tutto le appare più chiaro. La ragazza fa giustizia per la felicità di tutte le donne ma dobbiamo anche ribadire, ed insegnare, che non tutti gli uomini sono Barbablù, anzi una piccolissima, per fortuna, percentuale. Forse un altro titolo (che però forse fa vendere qualche replica in più perché il tema è di moda e in voga?) potrebbe giovare.
Emozionante, con una scena opera d’arte, è stato “Notturna”, di Nadia Milani, con Eleonora Mina, che da sola sul palco si muove, si divide, pare decuplicarsi per gesti e movimenti nel buio e nella luce. Ci sono due ammassi di casette bianche appuntite che sembrano un presepe di trulli, pare Matera, sospese come iceberg, fluttuanti nell’aria come scogli senza basamento, come isole poggiate sull’aria. Si parla di paure irrazionali, di paura del diverso, delle voci incontrollate che diventano leggende di paese e dividono e distruggono reputazioni e allontanano e creano miti ancestrali che se da un lato compattano una comunità, la tengono anche in scacco di se stessa, sempre in allarme invece che in armonia. La credenza dice che una vecchia strega millenaria rapisca gli animali e li mangi anche crudi, quindi di notte non si può uscire né passeggiare, anzi bisogna chiudersi in casa murati, perché la megera sventurata è solita aggirarsi nelle ore buie. Il pupazzo della vecchia (che somiglia all’attore Salvatore Arena) è semplicemente superbo. Nel grande fraintendimento, la vecchia che dicono porti sfortuna da una parte e lei che sapendo di queste dicerie se ne sta rintanata uscendo soltanto quando nessuno la può vedere dall’altra, la teoria non può altro che autoalimentarsi ma la verità è un’altra. La scoprirà una bambina perché i bambini hanno meno sovrastrutture degli adulti, sono più incoscienti ma anche più aperti al diverso e non giudicano a priori: sono gli stessi animali che trovano rifugio e riparo nella sua casa che diventa zoo e Arca (ci ha ricordato l’esperienza della famiglia bolognese raccontata dai Kepler nel loro primo “Giardino dei ciliegi”), cani e gatti randagi, pecore nere, mucche malandate e poi tutto un bestiario, tra corvi, un gorilla senza forza, un cavallo che non sa saltare, tutti reietti, rifiutati, espulsi dal mondo umano perché inservibili, considerati brutti o inutili o soltanto vecchi che lei accoglie “per farsi compagnia a vicenda”. Questa è una ciurma, un esercito pacifico che ha trovato la sua stalla, il suo alveo, la sua comunità basata sul rispetto, sull’aiuto, sulla salvezza reciproca e sull’amore. Quello che non si conosce fa più paura proprio perché ci è ignoto.







