C’è chi costruisce la propria carriera seguendo le mode del momento e chi, invece, sceglie di rimettersi in gioco quando avrebbe tutte le ragioni per continuare sulla strada già percorsa. Don Jio appartiene alla seconda categoria. Dopo anni di produzioni in lingua inglese, un lungo percorso nella musica elettronica e un progetto solista costruito con pazienza e totale indipendenza creativa, l’artista apre oggi un nuovo capitolo della sua carriera scegliendo di cantare nella propria lingua madre.
Il risultato è “Bacio Rubato”, disponibile dal 26 giugno insieme alla versione spagnola “Beso Robado”, due brani che rappresentano molto più di un semplice nuovo singolo: sono il manifesto di una rinascita artistica.
Nato come pianista e compositore, Don Jio coltiva la musica fin dall’infanzia. Dagli studi di pianoforte classico ai cori, passando per le esperienze universitarie e le collaborazioni nel panorama dance dei primi anni Duemila, il suo percorso è sempre stato caratterizzato dalla voglia di sperimentare e crescere. La svolta arriva con il trasferimento a Berlino, città che diventa il luogo ideale per sviluppare una ricerca musicale più personale, lontana dalle logiche commerciali e vicina a una scrittura intima, fatta di pianoforte, archi e atmosfere cinematografiche.
Negli ultimi anni Don Jio ha scelto di essere un artista completamente indipendente, seguendo personalmente ogni fase del proprio lavoro: dalla composizione alla produzione musicale, fino alla realizzazione dei videoclip. Una scelta che gli ha permesso di costruire un’identità precisa, autentica e coerente.
Con “Bacio Rubato” questa ricerca raggiunge una nuova maturità. Il brano racconta la dolorosa presa di coscienza di un amore non corrisposto, trasformando una ferita sentimentale in un momento di lucidità e crescita personale. Il linguaggio è essenziale, diretto e profondamente emotivo, mentre l’arrangiamento resta fedele alla cifra stilistica dell’artista: pianoforte, archi, basso e pochi elementi scelti con cura per lasciare spazio all’interpretazione. Accanto alla versione italiana trova spazio anche “Beso Robado”, interpretazione in lingua spagnola che amplia naturalmente l’orizzonte del progetto e testimonia la volontà di dialogare con un pubblico internazionale senza rinunciare alla propria identità.
Anche il videoclip riflette questa scelta artistica. Girato a Berlino, mostra Don Jio al pianoforte in una performance elegante e minimale, dove il protagonista assoluto è il significato delle parole. Nessun artificio scenografico, soltanto musica, interpretazione e immagini essenziali che accompagnano il racconto del brano. Dietro questa apparente semplicità si nasconde un lungo percorso fatto di studio, esperienze internazionali e continua evoluzione. Oggi Don Jio sembra aver trovato una direzione ancora più personale: quella di una scrittura capace di mettere al centro le emozioni senza filtri, attraverso una lingua che sente finalmente sua.
In occasione dell’uscita di “Bacio Rubato” abbiamo incontrato Don Jio per parlare della sua evoluzione artistica, del rapporto con la scrittura, della scelta di abbandonare l’inglese per l’italiano e dei progetti che accompagneranno questa nuova fase della sua carriera.
Ciao Don Jio, bentrovato al Corriere dello spettacolo. “Bacio Rubato” racconta la presa di coscienza di un amore non corrisposto con la stessa intensità. Quanto c’è di autobiografico in questo brano e come è nato il desiderio di trasformare questa esperienza in musica?
Tutte le mie canzoni sono autobiografiche. Non ho mai scritto niente di inventato, magari qualcosa di un po’ romanzato. Questa canzone nasce da un amore che non funzionava, un amore abbastanza fresco, ma intenso. Sembrava che tutto funzionasse quando, durante una festa sulla spiaggia con il mio partner, sulle coste del Messico, a un certo punto lui, incurante, si è messo a baciare un altro davanti a me.
Poteva anche essere una cosa lecita in certe coppie, ma era qualcosa di cui avevamo parlato: lui sapeva che mi avrebbe ferito. Invece, incurante, mi ha dimostrato quanto poco gli importasse di me e di perdermi. Da qui nascono tutte le riflessioni di cui parlo nella canzone: «Peccato che tu non abbia voglia solo di me, quando io voglio solo te». Ho cominciato a decifrare i segnali che comunque mi stava già dando. Forse ero accecato dalla passione e ancora non mi ero reso conto che stava cominciando a dimostrare distanza. Forse un po’ per paura dei legami, oppure perché non gli piacevo abbastanza.
La storia è andata avanti ancora per un po’, però a un certo punto mi sono reso conto che dovevo salvarmi, perché io mi stavo innamorando e lui no, e che avrei meritato qualcuno che si prendesse più cura di me. Il desiderio di trasformare questa esperienza in musica è nato proprio durante la decisione di chiudere questo rapporto, che era rimasto aperto a distanza, ma imperfetto. Quindi è stata una canzone d’addio, non tanto per mandarla a lui, ma per dedicarla a me stesso. «Ti amo al punto che ti devo già dimenticare. Meglio sparire da te».
Dopo molti anni trascorsi a scrivere e cantare esclusivamente in inglese, hai scelto di debuttare in italiano con “Bacio Rubato” e in spagnolo con “Beso Robado”. Cosa ti hanno dato queste lingue dal punto di vista emotivo e artistico che non riuscivi più a trovare nell’inglese?
Decidere di cantare in italiano dopo tanti anni è stato quasi casuale. Ultimamente ho ripreso maggiormente i contatti con l’Italia. Pur stando molto bene a Berlino, non mi lamento della mia condizione, però ho cominciato ad apprezzare il calore, la conversazione, l’ospitalità e il sentirsi a proprio agio con persone che hanno un po’ il tuo stesso background, anche se trovo sempre molto interessante relazionarmi con qualcuno che ha un punto di vista totalmente diverso. Allo stesso tempo, sono anni che passo gli inverni in Sud America, quando posso farlo, e ho vissuto due anni in Spagna. “Bacio Rubato”, in realtà, nasce in spagnolo, anche perché racconta un amore vissuto in Messico, e ho deciso subito di tradurlo anche in italiano. L’idea è nata subito: dedicare una canzone a questi due universi ai quali non avevo mai dedicato nulla. Ed è stato sorprendente scoprire la facilità di creazione, di parafrasarmi e di trovare vari modi per dire la stessa cosa, mentre in inglese sono sempre stato più limitato. Poi mi sono messo a cantarla e, per quanto possa sembrare strano, è stata un’avventura cantare nella propria lingua. Adesso parlo dell’italiano. Sono più di quindici anni che vivo all’estero, ho qualche amico italiano e leggo libri in italiano, ma cantare e trovare il proprio modo di cantare in italiano è stato bellissimo. Ogni parola ha un significato, un’emozione e un’intenzione. In inglese immagino di essere sempre stato più attento alla pronuncia che all’intenzione. Anche le canzoni in inglese significano molto per me, però ho sentito che, passando all’italiano e anche allo spagnolo, che parlo molto bene, sentivo esattamente ogni sillaba di quello che pronunciavo. È stato quindi un coinvolgimento totale che, dopo tanti anni di produzione, non avevo mai provato. Credo di essere realmente arrivato alla mia svolta artistica.
Nel videoclip hai scelto una formula molto essenziale: pianoforte, smoking e interpretazione. In un’epoca in cui spesso prevalgono effetti e scenografie elaborate, perché hai sentito il bisogno di puntare sulla semplicità?
In questi anni mi sono divertito ad avere idee per i miei videoclip, legate a posti che avevano un significato particolare per me, come le città in cui ho vissuto, oppure a posti in cui mi trovavo per caso e che avevano una forza della natura pazzesca, tanto da spingermi a girare un video. Ho sempre fatto tutto usando un semplice iPhone, non ho mai avuto nessuna attrezzatura. Non ho neanche mai avuto un cameraman professionale: ho sempre dato un telefono in mano a un amico e gli ho detto di fare così o di fare colà. Questa volta, dopo che nell’ultimo video ho attraversato la Georgia, tra montagne, droni, costumi, non costumi e outfit, ho voluto dare più significato alle parole, perché stavo veramente recitando una poesia e spiegando la mia emozione attraverso le parole. Infatti, in sovraimpressione, nel video noterete che ci sono delle frasi importanti che entrano ed escono. Questa volta volevo veramente parlare all’ascoltatore. Il pianoforte è un mio grande amore, quindi ho dedicato il video anche a qualcosa che amo. Volevo poi fare qualcosa di elegante ed essenziale. Credo che, dopo tanti anni, io stia proponendo un brano elegante ed essenziale, con una capacità di sintesi. Infatti ci sono solo due strumenti musicali e non ci voleva altro. È stato un tentativo, perché quando cominci a fare le cose non sai esattamente come diventeranno. Sono un musicista e sto fingendo di fare il videomaker. Sono contento del risultato e di quello che vi sto proponendo.
La tua biografia racconta un percorso molto ricco: dal pianoforte classico ai progetti dance, dall’esperienza con i Lunatiq Phase fino alla carriera solista a Berlino. Qual è stato il momento decisivo che ti ha fatto capire che la tua vera identità artistica era quella di Don Jio?
Dopo tutte le varie esperienze musicali e il percorso che conoscete, ricordo un momento in cui mi sono reso conto che non avevo bisogno di nessuno per esprimere quello che volevo in una canzone. Certo, il mio sound potrebbe essere più sofisticato collaborando con un team di persone esperte, ma io sono un po’ così, imperfetto in tutto quello che faccio, e ho trovato un modo per perfezionare la mia imperfezione. Quando ho raccolto le canzoni degli ultimi anni che significavano di più per me ed ero pronto a proporre il mio prodotto, mi sono chiesto chi fossi come artista. Venivo forse dal mio primo lungo viaggio in Messico, dove avevo conosciuto questo mondo latino, passionale, quasi di altri tempi nella mia immaginazione. Vivendo da tanti anni in un posto moderno come Berlino, ricordo di aver indossato per la prima volta un cappello come quello che mi vedete portare in molti dei miei video. È nato così questo Don, questo signore, questo personaggio. Tutti mi chiamavano Gio in Sud America e in America, quindi mi sono praticamente trasformato in Don Jio e ho cominciato a lasciare libero di nascere questo personaggio dentro di me. Don Jio è un mio alter ego.
Hai dichiarato che il tuo obiettivo futuro è lasciare temporaneamente la solitudine dello studio per tornare alla dimensione del live e collaborare con altri musicisti. Come immagini oggi il “prossimo capitolo” di Don Jio e cosa vorresti che il pubblico scoprisse di te nei concerti?
Lo dico da più di un anno: sono stufo di stare al computer, anche se mi sono fatto un po’ prendere la mano e forse avrei potuto fare un po’ di meno. Tra video, social media e tutto il resto, c’è un lavoro e un’organizzazione pazzesca quando fai tutto da solo. Dà soddisfazione, perché poi guardi tutto quello che hai fatto e vedi che sono tutte piccole parti di te, ma devo ricordarmi che sono un musicista. Anzi, sono un cantante: voglio cantare e voglio cantare per la gente. È assolutamente il mio obiettivo e lo dico da tanto. Aspettavo di arrivare alla pubblicazione dell’album, a cui poi si è aggiunto anche il singolo in italiano, per dedicarmi a tempo pieno all’organizzazione di un mio live, magari con dei musicisti. Praticamente i fatti hanno anticipato i progetti: ho appena fatto un live, una settimana fa, per il quale mi sono preparato molto. Sono pronto ed è stato bellissimo. Cantare le mie canzoni, suonarle e ipnotizzare il pubblico con la mia bolla, con il mio mondo privato, che è arrivato il momento di far conoscere a più persone possibile, perché credo che meriti di essere condiviso. Voglio che il pubblico scopra che sono un cantante, che amo farlo, che sono un performer e che ho un sacco di cose da condividere. Sono un artista vivo e non sono una delle mille immagini che vedete dietro lo schermo di un telefonino.
“Ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato. Ti auguro una buona estate e buon lavoro.
Grazie ancora e buona estate anche a te, Giuseppe.”
Giuseppe Sanfilippo

