In un panorama televisivo dominato dalla velocità, dalle polemiche e dalla ricerca costante dello scontro, Che ci faccio qui rappresenta un’anomalia. E forse è proprio questa la ragione del suo successo.
Domenico Iannacone non conduce semplicemente un programma: costruisce uno spazio di ascolto. Un luogo televisivo dove il tempo rallenta, le persone tornano al centro del racconto e le emozioni non vengono mai forzate. Dal 2019, quando il format è approdato su Rai 3 come naturale evoluzione de I dieci comandamenti, il giornalista molisano ha continuato a sviluppare una televisione profondamente diversa da quella dominante, fondata sul reportage, sull’osservazione e sull’incontro con persone comuni.
L’antidoto alla televisione del rumore
Negli ultimi anni il pubblico è stato sommerso da talk show costruiti sul conflitto, reality che esasperano le emozioni e programmi che consumano le storie in pochi minuti. Iannacone sceglie la strada opposta. Le sue interviste sono fatte di silenzi, pause, sguardi. Non interrompe quasi mai i protagonisti, evita il protagonismo del giornalista e lascia che siano le persone a raccontarsi. È una scelta apparentemente semplice, ma rivoluzionaria in televisione. Lo spettatore non assiste a un’intervista: entra nella vita dell’altro. L’umanità prima della notizia. Uno degli elementi che distingue Che ci faccio qui è il rifiuto della cronaca come spettacolo. Iannacone arriva spesso nei luoghi quando i riflettori si sono già spenti. Torna nelle periferie, nei quartieri difficili, nelle campagne dimenticate, nelle scuole di frontiera, per capire cosa sia rimasto dopo l’attenzione mediatica. La domanda non è mai “cosa è successo?”, ma “cosa è cambiato?”. È un approccio quasi sociologico che restituisce profondità alle vicende e permette di comprendere i fenomeni senza ridurli a slogan. Nelle edizioni più recenti il giornalista è tornato persino a incontrare persone conosciute anni prima, verificando se le loro vite abbiano trovato riscatto oppure siano rimaste sospese. Il protagonista è sempre l’uomo. Nei programmi di Iannacone non esistono “casi umani”. Esistono persone. Migranti, operai, insegnanti, detenuti, medici, adolescenti, anziani, educatori, madri, volontari. Figure che raramente conquistano le prime pagine, ma che diventano il cuore del racconto. La telecamera non cerca il pietismo. Cerca la dignità. Anche nelle situazioni più drammatiche, Iannacone evita la spettacolarizzazione del dolore. Preferisce raccontare la resistenza quotidiana, quella fatta di piccoli gesti, di lavoro, di speranza, di ostinazione.
Un linguaggio cinematografico
Il successo del programma dipende anche dalla sua qualità formale. Le immagini sono curate come in un documentario d’autore. La fotografia è essenziale, i movimenti di macchina sono misurati, il montaggio lascia respirare le scene. Anche la musica viene utilizzata con discrezione. Il risultato è una narrazione che ricorda più il cinema documentario che la televisione tradizionale. Non è un caso che molti spettatori definiscano ogni puntata come un piccolo film. Il ritorno del giornalismo lento. Viviamo nell’epoca dell’informazione istantanea. Le notizie durano poche ore. Iannacone pratica invece quello che molti definiscono “slow journalism”: un giornalismo che richiede tempo, presenza e ascolto. Per raccontare una storia non bastano una telecamera e un’intervista. Bisogna frequentare i luoghi, conquistare la fiducia delle persone, comprenderne il contesto. Questo metodo restituisce autenticità ai racconti e viene percepito immediatamente dal pubblico.
Una domanda che riguarda tutti
Il titolo stesso del programma è probabilmente uno dei suoi punti di forza. “Che ci faccio qui?” Non è soltanto una domanda del giornalista. È una domanda esistenziale. Ogni puntata invita lo spettatore a interrogarsi sul proprio posto nel mondo, sulle proprie responsabilità, sui propri privilegi, sulle proprie fragilità. Le storie degli altri finiscono così per parlare anche di noi. Il passaparola del pubblico. A differenza di molti programmi televisivi costruiti per ottenere grandi numeri immediati, Che ci faccio qui è cresciuto soprattutto grazie al passaparola.Ogni puntata genera discussioni sui social, viene consigliata tra amici e spesso rimane disponibile sulle piattaforme Rai, dove continua a essere scoperta anche mesi dopo la messa in onda. È un successo meno rumoroso ma più duraturo. Un bisogno di autenticità. Forse il vero fenomeno Domenico Iannacone nasce da un’esigenza che il pubblico sentiva da tempo. In un’epoca di comunicazione permanente, di opinioni gridate e di contenuti sempre più veloci, milioni di persone cercano ancora storie autentiche. Non cercano eroi perfetti. Cercano esseri umani. Ed è proprio questo che Iannacone continua a offrire: una televisione che non rincorre l’audience attraverso lo scandalo, ma attraverso la fiducia. Una televisione che non urla. Ascolta. Ed è forse questa, oggi, la sua forma più sorprendente di modernità.
Filly di Somma

