Doris Emilia Bragagnini, Terra Nullius (Anterem Edizioni, Verona, 2025)

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È un vero piacere potersi intrecciare coi versi di Doris Emilia Bragagnini, autrice che usa muoversi sempre in punta di piedi, nella discrezione di chi sa il cristallo di un mondo facile a rompersi, e a rivoltarsi. Un piacere anche per la sapienza di un silenzio nel cui coraggio l’autrice friulana non recede ma si affida nel racconto di opacità e risonanze da perdita, di impervietà di cammini ancora fermi a piccoli e grandi traumi che spesso solo la fissità degli elementi, di animali e terre può aiutare ancora a sostenerne abbandoni, e decriptate violenze. Questo a fronte allora di tanto disascolto, di tanta altra parola poetica altrimenti tra le secche di un proprio “quotidiano egopatico e manipolatore” (come abbiamo avuto modo già di ricordare alla scomparsa del caro Plinio Perilli). Questo invece con nuova forza in una produzione che la vede ora premiata dall’edizione prestigiosa di Anterem in un percorso che viene da lontano. Da tanta lettura soprattutto come dovrebbe essere, nel suo caso come attenta curatrice di poesia altrui (operando principalmente sul blog “Neobar”) e da una terra quella come accennavamo del suo Friuli, rigorosa e vera nelle sue passioni, operante, partecipe ma anche impietrita e muta nelle implosioni dei suoi dolori. Non se la nasconde insomma la Bragagnini, non se la racconta verrebbe in maniera un po’ brutale, poco ortodossa da dire e così è seppure come in questi versi mai in modo apertamente scoperto (non essendo possibile) ma nel rigurgito vischioso e a tratti infido di proprie ma anche di nostre non rimarginate ferite (“il dentro insaputo, il baleno di un cielo inciampato”).

È una terra quella che ci viene restituita, non quella regionale sia chiaro ma quella più universale di una confusa distanza tra sconnesse corporeità e disarticolate spiritualità, di  nuclei e comunità vive se non nell’impazienza di una memoria che non risarcisce. Da un bianco e nero innanzi tutto che va a imporsi subito come unico colore (sembra a chi scrive di essere scivolato tra fotogrammi da Tarkovsky) tra sfondi e presenze come da capannoni, come da piane sotto la pressione incontrollata di irriconoscibili vegetazioni cui la scrittura può solo registrare attraversamenti di stati d’animo ora al rigetto di sé ora al rigetto di altri. In realtà, nella trappola, sono questi i capannoni dove le nostre emozioni irrisolte, i nostri reclami invisibili, e invivibili ancora vanno in cerca di ossigeno riempiendo spazi e luoghi- non solo evidentemente della mente- di vapore, di come detto opache stazioni, dove il corpo prima di tutto ne tenta la liberazione nella pronuncia ferita di sé. Se la risposta sembra essere il nulla di ritorno, già dal primo testo che dà il titolo all’intero libro Doris si preoccupa però di dare all’attraversamento il senso del restare, dell’accettazione della non stabilità senza la pretesa di guarire. Insonnie, testacoda del pensiero, regressioni stesse, tutto sembra affidarsi gradualmente all’umiltà di un dire, di un sentirsi che si fa basso al suo mistero che è un mistero soprattutto di spoliazione e ancora, insistiamo, di silenzio (come di oggetti, come di dilatazione di spazi) e di sopravvivente fede laddove “ogni chiarore si volge all’umano che tace”.

Non a caso in esergo al testo è riportato questo verso di Giovanni Ibello: “..perché ogni cosa si annuncia solo mentre si sfigura”. L’aderenza allora, a proposito di fedeltà, è ad una storia che non si scarta, che può ripartire solo da un “luogo saturo di finitezze”, il proprio il cuore, la propria anima, la propria lacerazione (” A volte metto i tappi nelle orecchie per ascoltarmi meglio” recita esemplarmente uno dei testi). Ed è un processo sospeso quello che il sismografo continuamente riporta tra  disfarsi di attese, ombre, luci, figure di presenze ritornanti nella loro distesa immanente. Tra penombre di esistenze e flussi, di lastre e orbite di sguardi sapere di non essere che questo: sdoppiamenti, molteplicità, disavanzi (un’altra volta gli stessi termini a dirlo: “liminale”, “maglie”, “determinismo verticale”, “rarefazione di sbarramento” solo per citarne alcuni). Ma anche quel desiderio, di liberazione e di pace per quanto possibile intanto, a cui non si vuole più mancare. “Una terra interiore di «penombre esistenziali», di tenerezza e «vuotitudine». Che riesce a fare del sommerso un luogo da abitare” scrive al proposito Laura Caccia nell’indovinato retro di copertina. E siamo d’accordo. In particolare nella sottolineatura di una parola che dal “mondo carsico” da cui risale, dalle claustrofonie del profondo delle latenze sa dare gestazione dalle crepe indovinando respiri e aspirazioni. Non di residui però si badi bene ma di capacità di rinascita, di esserci in quanto semplicemente esseri. Tutto si compie nel suo possibile, nel suo giusto, in ciò che è. Come nella natura a cui solo si può guardare, al suo modo di scardinare usci e indicare: “dio della falce del giusto che sfondi il muro del suono/ in un balzo presenti il suo canto/ tutto scintilla alla lama del vero il silenzio si esalta/ l’atomo soffia la nota che crepa la bolla/ il primo vagito, sul fondo di melma”.  L’insegnamento allora che viene da questo dettato è nelle distanze che va ad accorciare, come ogni dire ontologicamente vivo, non a scongiurare. Qui andiamo a terminare invitando per il resto volentieri ad una lettura non semplice forse, come d’altronde nessun giorno è mai facile, nel saluto fattivo del suo tototje, piccolo augurio alle soglie della notte a tener stretta “ogni esile paura”.

Gian Piero Stefanoni

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