In scena il 17 maggio 2026 al Teatro Celebrazioni di Bologna.
Amami da Morire, scritto e interpretato da Roberta Bruzzone, si impone come un esempio significativo di teatro di narrazione a forte vocazione pedagogica, in cui la scena diventa un laboratorio di analisi psicologica e criminologica. L’opera si apre con una dichiarazione programmatica che ne definisce immediatamente il perimetro concettuale:
«Questa è la storia di un amore che è morto. Ma non è morto per caso. È stato ucciso».
Tale incipit non è un espediente retorico, ma un dispositivo epistemologico che sposta la relazione tossica dal dominio dell’emotività a quello della responsabilità, configurandola come un “delitto affettivo” da indagare con metodo.
La drammaturgia procede infatti come un’autopsia emotiva: Bruzzone seziona le fasi della manipolazione narcisistica (seduzione, idealizzazione, dipendenza, svalutazione, annientamento) restituendole non come tappe di una vicenda individuale, ma come pattern riconoscibili e ricorrenti nella letteratura psicologica e criminologica. Il narcisista, pur non apparendo mai in scena, domina l’immaginario dello spettacolo come presenza fantasmica: affascinante, brillante, predatorio. La sua assenza corporea è una scelta drammaturgica precisa, che lo trasforma in un archetipo comportamentale più che in un personaggio, permettendo allo spettacolo di evitare la dimensione del caso clinico e di collocarsi invece nel territorio della tipizzazione scientifica.
Al centro resta la vittima, rappresentata come un processo di dissoluzione identitaria. Bruzzone ne ricostruisce il percorso psicologico con un rigore quasi documentario: l’erosione dell’autostima, la perdita dei confini personali, la dipendenza affettiva come esito di un condizionamento sistematico, la colpa interiorizzata come strumento di controllo. La scena diventa così un luogo di testimonianza e di consapevolezza, in cui la narrazione non mira alla catarsi, ma alla comprensione dei meccanismi invisibili che rendono possibile la violenza psicologica.
La performance si caratterizza per un equilibrio complesso tra rigore scientifico e coinvolgimento emotivo. Bruzzone adotta un tono asciutto, controllato, privo di enfasi melodrammatica: la parola è utilizzata come strumento di chiarificazione, non di spettacolarizzazione. L’assenza di personaggi multipli e la centralità del racconto collocano l’opera nel solco del teatro di narrazione civile, dove la funzione primaria non è la rappresentazione, ma la trasmissione di strumenti interpretativi. In questo senso, Amami da Morire assume una dimensione preventiva: non si limita a raccontare una storia, ma offre allo spettatore categorie per riconoscere segnali di abuso psicologico, dinamiche manipolative e forme di controllo che spesso sfuggono alla percezione comune perché non lasciano lividi visibili.
L’efficacia dello spettacolo risiede proprio in questa capacità di trasformare la scena in un luogo di educazione emotiva e sociale. Bruzzone non propone una narrazione consolatoria, ma una verità scomoda e necessaria: che l’amore, quando diventa controllo, non è più amore, ma un crimine contro l’identità. Amami da Morire si configura così come un’opera che unisce rigore analitico e forza emotiva, offrendo un contributo significativo al dibattito contemporaneo sulla violenza psicologica e sulle forme non fisiche di abuso, e restituendo al teatro la sua funzione più antica e più urgente: quella di rendere visibile ciò che normalmente resta invisibile.
Giuliano Angeletti
Amami da morire
Una produzione Artespettacolo srl
di e con Roberta Bruzzone

