Retrospectrum è un’esposizione d’arte itinerante che dal 2019 al 2023 ha girato il mondo in cinque tappe cercando di dare un senso globale alla poetica artistica di Bob Dylan.
Di fatto in Italia ci sono stati due grandi eventi espositivi dedicati a Bob Dylan. Un primo a Milano, a Palazzo Reale, più o meno dieci anni fa – le New Orleans Series. E un secondo a Roma, MAXXI, 16 novembre 2022, 30 Aprile 2023 – Retrospectrum, appunto. Ma raccontare in uno spazio non enciclopedico il corpus completo delle opere di Dylan tra musica, scultura, installazioni, pittura e testi vari, è praticamente impossibile.
Bob Dylan è sempre esistito dentro di noi, anche se non lo sai. Anche se non lo ascolti. Per chi non lo conosce o ascolta altro, infatti, possiamo cominciare con le assonanze di struttura e di ritmo tra La Ballata Dell’Amore Cieco di Fabrizio De Andrè e Subterranean Homesick Blues. Poi, seguendo ancora il cantautore ligure, c’è Via Della Povertà, che traduce Desolation Row di Dylan; e Avventura A Durango che traduce Romance In Durango, sempre di Dylan.
Guardando altrove, un cavallo di battaglia di Jimi Hendrix, All Along The Watchtower, è un pezzo di Dylan. I Grateful Dead avevano quindi fatto una turnè trionfale con Dylan a fine anni ottanta, poi un disco live glorioso con la doppia batteria dei Dead, Dylan & The Dead, da cui emerge con forza Slow Train, la cui versione in studio è suonata alla chitarra da Mark Knopfler (quella live da Jerry Garcia; ma di fatto Viola Lee Blues on morning Dew del primo dei Grateful Dead del 67…come i Pink Floyd, 67, ma due psichedelie molto diverse … contende a Sultans Of Swing nel primo album dei Dire Straits di Knopfler, la velocità e la tecnica delle chitarre dieci anni prima). E Bob Dylan come in questo caso può essere il punto di contatto tra scuole musicali molto diverse tra loro.
Il discorso di Slow Train è poi un discorso stupito di Dylan su come sia possibile che con tutto il petrolio americano gli Arabi debbano farla da padrone in America e che il destino Americano si decida nelle borse di Amsterdam e Parigi (la recriminazione sembra di oggi, ma è del 79) – a questo disco comunque, successivamente è seguito un altro grande live in cui i Dead da soli cantano Bob Dylan, Postcards Of The Hanging, una frase di Desolation Row – Via Della Povertà (De Gregori nel 2015 dedica un intero album alle canzoni di Dylan).
Anche se non direttamente, allora, tutti almeno una volta abbiamo ascoltato un brano di Dylan senza saperlo. Changing Of The Guards, per esempio, cantata da Patty Smith nel 2007 nell’album Twelve. Tramite i Sonic Youth, addirittura, nell’indispensabile colonna sonora di I’m Not There, sempre del 2007. Disco con solo covers di Bob Dylan cantate tra gli altri da Sonic Youth, appunto, Stephen Malkmus dei Pavement (bella la sua rivisitazione di Ege Bamyasi dei CAN), Yo La Tengo e Calexico. E disco che si apre con All Along The Watchtower cantata da Eddie Vedder.
Un altro esempio è quello di Bettye LaVette e il suo Things Have Changed del 2018, album di covers di Bob Dylan, dove la title track originale ha vinto l’Oscar e un Grammy Award nel 2001. Ma al di là del fatto che Betty LaVette aveva già registrato The Times They Are A-Changin’ di Dylan del 1964 (le due canzoni si rincorrono in qualche modo), a questo riguardo è possibile fare una seconda annotazione. Annotazione da cui emerge che Things Have Changed è stata usata per uno spot di una nota casa automobilistica Americana. Che, recitato dallo stesso Bob Dylan, spingeva per la produzione tutta Americana di prodotti di largo consumo. Lo spot, quindi, ha avuto una certa rilevanza perchè inserito nella diretta televisiva del XLVIII Superbowl nel 2014 – ma srtte anni prima aveva lavorato in uno spot della Cadillac come l’arco compre da Springsteen tra la Chevy 396 cantata in Darkness e Cadillac Ranch scritta per The River.
E a questo punto vale la pena ricordare come negli anni sessanta, per esempio, dei dischi dei Rolling Stones, Beatles e Pink Floyd, (gruppi musicali inglesi) esisteva per ragioni commerciali sia la versione inglese (UK) che quella Americana (USA). Per cui veniva a crearsi, ma solo in questo caso ed è solo soggettivo, la triste circostanza in cui il consumatore Americano, comprandosi il primo disco dei Pink Floyd (1967), non poteva conoscere Astronomy Domine da subito, poichè esclusa dalla versione USA assieme a Bike e Flaming (beh…però c’era See Emily Play, distribuito in Inghilterra solo come singolo…). E al di là del fatto che comunque non esiste che il primo disco dei Pink Floyd non cominci con la comunicazione interstellare di Astronomy Domine, in questo caso si originavano due prodotti e due immagini del gruppo completamente differenti.
Che dire però a questo punto di un ascolto comparato tra Arnold Layne, primo singolo dei Pink Floyd del marzo del 1967 (The Next Projected Sound Of 67), e Clothes Line Saga, su The Basement Tapes di Bob Dylan con The Band del 1975 (l’anno di Wish You Were Here, Pink Floyd, dedicato a Syd Barrett), anche se in Arnold Layne clothes line si dice washing line? Syd Barrett tra l’altro, che ha scritto Arnold Layne, ha poi composto Bob Dylan Blues. È strabiliante che due mondi così diversi come Bob Dylan e Syd Barrett, abbiano un punto di contatto su un argomento così bizzarro, popolare e folkloristico come lo stendipanni in due momenti discograficamente rilevanti come il primo singolo dei Floyd e The Basement Tapes, comunque composto nel 67 – uno degli ultimi pezzi dei Waterboys, Golf They Say, sembra preso di peso da The Basement Tapes, e sempre degli ulttimi Waterboys c’è Ten Years Gone è con il Boss.
Ma c’è un altro contatto bizzarro di Syd Barrett. Quello con i Grateful Dead, per via delle tartarughe: Terrapin (terrapin indica delle tartarughe acquatiche) è la prima indimenticabile traccia del suo primo disco solista, una delle canzoni d’amore più bella di sempre; e Terrapin Station è una suite di sedici minuti dei Grateful Dead che occupa tutto il secondo lato del loro nono disco omonimo. Poi anche Syd Barrett dipingeva – anche John Squire come vedremo.
Proseguendo con Dylan, si può pure considerare Nina Simone, quando cantava le canzoni di Bob Dylan (Bruce Springsteen, Chimes Of Freedom, ma in totale sono 13 le canzoni di Dylan cantate dal Boss, Guns And Roses, Knocking On Heaven’s Door, Nick Cave, Dead Is Not The End), ma forse è meglio finirla qui perchè altrimenti non la si finisce più di parlare dell’argomento: le covers di Bob Dylan coincidono con un’intera, altra enciclopedica storia discografia leggendaria nata negli anni sessanta.
Considerato allora che certe tematiche di economia internazionale non sono nuovissime, come appena accennato (i dazi per esempio li aveva già messi Nixon negli anni settanta temporanei al 10%), vediamo allora di riuscire a dare uno sguardo d’insieme esaustivo e completo il più possibile sull’arte di Bob Dylan a partire dalla mostra itinerante dal titolo Retrospectrum, con la prima nel 19-20 a Shangai, poi Pechino, Shenzhen, terza tappa in Cina, Miami, col quinto allestimento al MAXXI, Roma, cercando di capire qualcosa dell’odierna nostra realtà fattuale.
Ma da quello che si può capire, Bob Dylan ha cominciato ad esporre nel 2007 in Germania con le Drawn Blank Series, una sezione della mostra al MAXXI. Una sezione della mostra come Mondo Scripto e le già citate New Orleans Series, di cui l’ultima installazione autonoma, la quinta molto probabilmente, è stata nel 2022 in Provenza.
Bob Dylan e le arti figurative comunque sono un’apertura totale verso il contemporaneo a partire dal disegno di copertina del disco Music From Big Pink del 1968 – bisogna dirlo.
When I Paint My Masterpiece è quindi una canzone di Bob Dylan, pubblicata da The Band nel 71 (Cahoots, back cover curata da Richard Avedon), e poi live in una ristampa del 2021.
When I Paint My Masterpiece è anche il titolo di un’opera figurativa, di un quadro, sempre di Bob Dylan, esposta per la mostra Retrospectrum, nella sua edizione romana, del MAXXI. E When I Paint My Masterpiece è una canzone che Dylan ha ambientato proprio a Roma, e Bruxelles.
Nell’album considerato di The Band, inoltre, c’è anche un guest vocalist, Van Morrison, noto anche per una sua rendition di It’s All Over Now, Baby Blue (bella anche la versione degli Elevators, quelli di Dr.Doom).
Proseguiamo col video di Subterranean Homesick Blues – poi titolo di un radio-drama per BBC Radio 4, disponibile in file audio sul sito internet dell’emittente radiofonica omonima, e già oltre la sesta serie, (Subterranean Homesick Alien, cantavano I Radiohead).
Col video, visto a Roma e donato al museo in qualità di primo videoclip della storia, ci sono i cartelli utilizzati nel video, riprodotti dal solo Dylan nel 2018 e donati anche questi al MAXXI (gli originali consistono di un lavoro a più mani tra cui Ginsberg, oltre a Donovan).
Il video in mostra al MAXXI quindi, girato a Londra, è la sequenza di apertura del film Don’t Look Back, interamente su Bob Dylan. Il video e il disco vogliono essere una risposta alla British Invasion cominciata dai Beatles in America. Quelli sono gli anni di Bringing It All Back Home, appunto, del primo periodo inglese di Dylan cominciato nel 65.
Ad ogni modo, il video di Subterranean Homesick Blues è stato rifatto nel 2022 in occasione delle celebrazioni dei 60 anni con la casa discografica Columbia. Per l’occasione i cartelli originali sono stati rielaborati da Patty Smith, Wim Wenders, Bobby Gillespie dei Primal Scream, Jim Jarmusch, Bruce Springsteen e John Squire degli Stone Roses, anche lui con una lunga tradizione di pittura alle spalle, non che miglior chitarrista inglese degli anni novanta (a dire dei due album della band di Manchester, soprattutto il secondo).
Londra quindi tornerà in copertina con Dylan nel 1993, con World Gone Wrong, e un quadro di Peter Gallagher esposto al Flukes Cradle Cafè, dopo la serie di lavori con Mark Knopfler (quello dei Notting Hillbillies e le working songs, per esempio) – Slow Train Coming – e Mick Taylor dei Rolling Stones, Infidels, che volendo ci dice molto su Born In The USA.
Ad ogni modo, il disegno di copertina di Self Portrait, sempre per proseguire, del successivo 1970, il decimo album di Dylan e il secondo suo doppio, dopo Blonde On Blonde, è un disegno autografo di Dylan, sicuramente il suo lavoro figurativo più conosciuto, ed è conservato al MoMa, NYC. Al MoMa c’è anche un poster del 66 di Milton Glazer che ritrae Dylan di profilo come nella copertina di Blood On The Tracks del 75 che contiene Meet Me In The Morning, comunque. E sempre al MoMa c’è un Untitled (Bob Dylan) di Peter Max, del 67; e una foto di Avedon e una di Schatzberg del 65.
Dylan ha quindi disegnato anche la copertina di Music From Big Pink, come già accennato, di The Band, del 68, e quella del suo Planet Waves, con alla chitarra Robbie Robertson e pare fatto senza un produttore, del 74 – quello con la doppia versione di Forever Young (lenta e veloce) e Going, Going, Gone, che ci riporta in qualche modo One More Cup Of Coffee, poi rifatta dai White Stripes.
Nel complesso, al di là delle copertine dei dischi, i quadri di Dylan mostrano la volontà di essere una gran cosa. Mostrano un’abilità pittorica insospettabile e inderivabile dal suo catalogo musicale. E soprattutto ci dicono che Bob Dylan non si improvvisa pittore dell’ultima ora. La pittura e la creazione di canzoni vanno da sempre di pari passo nella storia della carriera artistica di Bob Dylan.
Questo detto, in giro di Dylan ci sono anche opere di scultura. E la sua scultura più grande, un’installazione, è esposta in una vigna in Francia, in Provenza, Chateau La Coste, e sono sette tonnellate di ferro intitolate Rail Car inaugurate a Maggio del 22.
È quindi londinese, Halcyon Gallery, del 2013, Mood Swing, la prima mostra di scultura di Bob Dylan. Un’ ‘altra sua scultura è esposta all’ambasciata Americana in Mozambico. Con Mozambique che è una canzone di Dylan, su Desire, del 76, come la già vista One More Cup Of Coffee, come Hurricane, il cui testo era in mostra a Roma nella sezione Mondo Scripto, assieme a quello dei sensazionali sedici minuti di slow blues di Highlands tra gli altri, resi ancor più sensazionali considerando che Highlands esce nel 1997 su Time Out Of Mind prodotto da Daniel Lanois. E il testo di Highlands ci dice molto delle capacità figurative di Bob Dylan. Le quali a loro volta, nei quasi sette decenni di carriera artistica di Bob Dylan, riescono a dirci ancora di più sul passare del tempo addosso ad ogni nostra vicenda umana contemporanea.
bobdylanart.com
https://www.maxxi.art/en/events/bob-dylan-retrospectrum
Si ringrazia l’ufficio stampa del maxxi per la foto.
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