Davanti a Euripide non c’è nulla da aggiungere. Intervista a Edoardo Siravo

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Medea, in scena il 4 luglio nell’ambito di Attraversamenti – La Via Appia tra pietra e visione, il festival organizzato da Teatri di Pietra e promosso dal Parco Archeologico dell’Appia Antica, torna a confrontarsi con il presente attraverso una messinscena essenziale, costruita sulla forza della parola, del silenzio e del corpo. Figura tra le più complesse della tragedia, Medea rifiuta ogni categoria semplice: è vittima e colpevole, ferita e distruttrice. Ne abbiamo parlato con Edoardo Siravo, interprete di Giasone e voce del teatro classico italiano, per riflettere su un mito che continua a mettere in discussione amore, potere, responsabilità e il confine sottile tra giustizia e vendetta.

Ci introduca il personaggio di Giasone che lei interpreta in questa Medea.

È sempre complesso affrontare i personaggi delle tragedie greche, soprattutto quando parliamo di Medea. Io interpreto Giasone: l’uomo che entra in conflitto con questa donna che lui ha portato con sé dalla terra “barbara”, in Grecia, nel mondo della democrazia e della cultura greca.

Il suo errore, almeno dal punto di vista di Medea, è quello di abbandonarla per sposare la figlia del re. Per lei questo rappresenta un’offesa profondissima, che prima genera dolore e poi si trasforma in una vendetta terribile: arrivare a uccidere i figli che ha avuto con Giasone.

Già ai tempi di Euripide esistevano temi, come quello dell’uccisione dei figli, che purtroppo, in forme diverse, continuano ancora oggi ad attraversare la nostra società. I Greci affrontavano queste ferite attraverso la tragedia che è qualcosa di straordinario. Attraverso il teatro riuscivano a esorcizzare il dolore e la parte più oscura dell’essere umano.

Noi oggi forse lo facciamo in un altro modo, attraverso la televisione, i dibattiti, i racconti della cronaca e l’analisi dei criminologi. Ma credo che la poesia e il teatro abbiano ancora una forza diversa: riescono ad arrivare più in profondità e a dare un senso a ciò che spesso resta inspiegabile.

È possibile leggere Medea “solo” come il dramma di una donna abbandonata o anche come il fallimento di un’intera idea di relazione, di potere e di identità?

Probabilmente ci sono entrambe le dimensioni. Le interpreti che sono accanto a me — Francesca Bianco, che interpreta Medea, e Gabriella Casali, che dà voce alla coscienza, al popolo, al coro — mettono in evidenza proprio questi due aspetti.

Da una parte è sicuramente un dramma personale, legato alla gelosia e al dolore dell’abbandono; dall’altra è un dramma che nasce da una cultura diversa, da dinamiche di potere e da una società con equilibri molto complessi. Probabilmente Euripide, attraverso questa tragedia, tocca anche aspetti politici legati alla sua Atene, una città che in quel periodo stava attraversando profonde trasformazioni.

Medea racconta anche il momento in cui l’amore, ferito dall’abbandono, può trasformarsi in possesso e distruzione. Uno dei più intensi “Biglietti agli amici” di Pier Vittorio Tondelli si conclude con una frase: «sei tu che confondi l’amore con la vita». È un pensiero che sembra attraversare anche questa tragedia: quanto il bisogno di trattenere l’altro nasce, in fondo, dalla paura di perdere una parte di noi stessi?

C’è una frase meravigliosa che pronuncia il coro nel finale della tragedia: «Medea è discesa nel futuro, nei meandri più tortuosi della mente». Mi sembra che siamo molto vicini al pensiero di Tondelli, perché anche qui emerge la stessa problematica.

Medea compie una discesa dentro le profondità della mente, un viaggio nei luoghi più oscuri dell’animo umano. E questo, in fondo, accade a tutti noi: può capitare di attraversare momenti in cui ci perdiamo nei nostri pensieri, nelle nostre emozioni più difficili da governare.

Per questo è necessario avere equilibrio e una grande consapevolezza di sé. Forse ciò che Medea ci insegna è proprio questo: cercare di comprendere ciò che ci accade, affrontare il dolore e le ferite della vita con maggiore saggezza.

Ed è proprio a questo che serviva il teatro nella Grecia antica: non soltanto a raccontare le passioni umane, ma a trasformarle in esperienza collettiva e a tramandare una forma di conoscenza e di saggezza.

La regia di Carlo Emilio Lerici sembra scegliere la sottrazione. Mi parli di quale scelta registica è stata fatta e di quanto può essere potente oggi togliere invece di aggiungere.

Carlo Emilio Lerici ha scelto una regia essenziale, una scelta che condivido pienamente. Ma non si tratta di togliere per il gusto di sottrarre: è che, di fronte alla forza della parola dei tragici greci, della loro poesia, non c’è bisogno di aggiungere altro. Quando si affronta un grande autore bisogna avere il coraggio di fidarsi del testo.

Mi è capitato di interpretare Aspettando Godot, l’opera di Samuel Beckett con la regia di Maurizio Scaparro: lo abbiamo messo in scena così come l’autore lo aveva scritto. E credo che questa sia la lezione dei grandi maestri: davanti a opere come Medea non serve inventare, basta saperle dire e interpretare. A volte è sufficiente un segno scenico, una corda sospesa, per evocare un intero universo, come ci ha insegnato il grande Giorgio Strehler.

In particolar modo nei teatri di pietra, luoghi così carichi di storia, non c’è bisogno di scenografie ridondanti. Il compito dell’attore è far vivere la parola e renderla comprensibile al pubblico. Quando il testo è così potente, è lui a costruire tutto il resto.

Nel teatro greco il corpo è spesso il luogo in cui si manifesta ciò che la parola non riesce più a dire. In questa messinscena la presenza della danzatrice sembra rappresentare una dimensione più simbolica e inconscia. Che rapporto si crea tra la parola dell’attore e ciò che il corpo racconta in silenzio?

Le coreografie, curate dal Maestro Aurelio Gatti, fanno parte di quel lavoro di armonizzazione che spetta alla regia: mettere in dialogo la danza, la parola e il corpo dell’attore. Il teatro, del resto, è un’arte completa, in cui ogni linguaggio contribuisce a dare forma al pensiero dell’autore. Bisogna affidarsi a questa unità con onestà, senza la tentazione di sovrapporre invenzioni tra il regista e il testo.

Nel teatro greco il dolore non è solo sofferenza individuale, ma diventa conoscenza collettiva. Che cosa ci obbliga a vedere il dolore di Medea?

Prima di tutto ci obbliga a guardare il rapporto tra uomo e donna, che è uno dei grandi temi della tragedia. Alcune battute di Euripide, pronunciate da Giasone, oggi possono apparire superate e, ascoltate con la sensibilità contemporanea, suscitano certamente fastidio, soprattutto nelle donne. Ma è proprio questo il punto: al di là del linguaggio e del contesto storico, la difficoltà della relazione tra uomo e donna è rimasta.

All’epoca si esprimeva in un modo, oggi in un altro, ma non è un problema che abbiamo davvero risolto. Le donne hanno conquistato diritti e un ruolo diverso nella società, eppure continuano ad esistere le tensioni e le incomprensioni che attraversano i rapporti.

Euripide ci costringe a confrontarci con tutto questo. Non certo per giustificare gesti estremi come quello di Medea, ma per ricordarci che quei conflitti devono essere affrontati e superati. Cambiano le forme, cambiano le parole, ma la complessità delle relazioni umane resta sorprendentemente attuale.

Cosa accade quando una tragedia nata migliaia di anni fa torna a vivere proprio nei luoghi che appartengono alla sua stessa memoria?

Sono un frequentatore assiduo, per fortuna da attore, di questi luoghi straordinari che il Maestro Aurelio Gatti ha ribattezzato Teatri di Pietra. Sono orgoglioso di aver trascorso in questi spazi gran parte della mia vita professionale.

In luoghi come questi l’attore si sente come dentro un abito che gli calza perfettamente. Vive un’esperienza unica e, se si ha l’intelligenza di non contaminarla con elementi inutili o superflui, anche lo spettatore riesce a condividere quella stessa emozione in modo profondo.

Ho recitato molte volte al Teatro Greco di Siracusa e, per anni, l’ho fatto senza microfono, davanti a volte a ottomila spettatori. È stata una straordinaria scuola di teatro. Oggi i microfoni si usano, e li uso anch’io, ma l’emozione di calpestare quelle pietre resta immutata.

In questi luoghi si ha la sensazione che chi li ha costruiti avesse già intuito tutto: il senso del teatro, della democrazia e, in fondo, della vita.

Livia Filippi

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