Dopo l’emozione di aver visto un vero gioiello del teatro italiano, Lettere a Bernini, e aver chiacchierato amabilmente con l’anima/ animatore e protagonista assoluto dello spettacolo Marco Cacciola, adesso è il momento del geniale, forgiatore, artigiano, artista, ideatore, inventore, generatore, drammaturgo, regista pluripremiato Marco Martinelli.
L’emozione è cresciuta in modo esponenziale, prima con la pièce, poi col tête-à-tête con Cacciola, adesso con la voce di Martinelli. So e non so che cosa mi aspetti, ma il timore reverenziale si fonde con l’attesa e con l’ansia. Davanti ho un telefono e una sfilza di domande. Una di quelle interviste che vorrei non finissero mai, già lo so.
Squilli…l’omino sullo schermo mi dice che la riposta c’è. Vado…
Rosa Z.: Buongiorno, salve. Piacere di conoscerla almeno vocalmente. Grazie per questo tempo che dedicherà sia a me che ai lettori.
Marco M.: piacere mio. Grazie a lei per l’interesse.
Rosa Z.: Eh beh, insomma…già la seguivo, poi sinceramente aver visto il suo spettacolo l’altra sera Lettere a Bernini con Marco Cacciola, mi ha proprio acceso. Grazie alla velocità dei mezzi moderni ed a un ebook reader, ho comprato immediatamente il testo, lo ho letto e me lo sono proprio goduto. La ringrazio per aver messo su uno spettacolo così potente.
Marco M.: … e io la ringrazio per il suo apprezzamento.
Rosa Z.: veramente sono rimasta molto colpita. A parte la forza dell’interpretazione, ritengo che “Bernino” dovesse essere proprio lui, Marco Cacciola. Poi ha toccato profondamente le mie corde campanilistiche, sebbene ignorassi che il luogo di nascita di Bernini fosse Napoli… e io sono napoletana! (gasp!)
Marco M.: Sono un po’ napoletano anche io… adottato. Da anni vado a Napoli per tanti progetti.
Rosa Z.: Quello meraviglioso dei ragazzi dei comuni vesuviani, leggevo, tramite Aristofane: interessantissimo.
Marco M.: Aristofane l’ho portato a Napoli la prima volta nel 2005: all’epoca mi inventai “Arrevuoto”, il progetto che, dopo il triennio di fondazione, ho passato ai miei amici napoletani. Nel 2022 Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco archeologico di Pompei, persona illuminata, mi ha richiamato per un altro “arrevuoto”, un’altra rivoluzione, che lui e Maria Rispoli hanno battezzato “Sogno di volare”, realizzata in collaborazione con Ravenna Festival, e questa volta con i ragazzi dell’area vesuviana: Pompei, Castellammare di Stabia, Torre del Greco, Torre Annunziata.
Rosa Z.: Senta, cosa intendeva dire con “arrevuotare” e come mai?
Marco M.: Venni chiamato a Napoli perché nei primi anni Novanta avevo inventato la “non-scuola” (progetto teatrale e pedagogico nato nel 1991 a Ravenna nell’ambito del Teatro delle Albe, cioè Marco Martinelli e Ermanna Montanari. Si chiama “non-scuola” proprio perché è anti-accademica, “asinina” -come dicono loro – libera, caotica e lontana dai metodi tradizionali di insegnamento, rivolta soprattutto agli adolescenti: fanno laboratori teatrali intensi, mettono in vita classici come Aristofane, Majakovskij, Molière ecc., in modo istintivo e corale. L’idea è far esplodere l’energia dei ragazzi attraverso il teatro, senza voti, senza gerarchie rigide, senza “lezione frontale”. È una sorta di invasione vitale, esportata anche all’estero – n.d.r.).
Goffredo Fofi, grande intellettuale scomparso recentemente, che si era entusiasmato alla “non-scuola”, mi provocò dicendo che era una impresa facile farla con gli adolescenti ravennati. Mi disse: “Vai a farla a Scampìa!”. In quel momento non sapevo neanche dove fosse Scampìa, Roberto Saviano non aveva ancora scritto Gomorra (del 2006 – n.d.r.), gli italiani in genere ignoravano l’esistenza di quel difficile quartiere di Napoli. Quando spiegai ai ragazzi napoletani il senso della non-scuola, furono loro a dirmi: “Quindi facciamo un arrevuoto!”. Ovvero “mettiamo sottosopra”, “rivoltiamo”. Mi è sembrata una definizione perfetta.
Rosa Z.: io ho molto gradito anche tutta quella napoletanità che veniva fuori nel testo. Ne parlavo proprio con Marco Cacciola nell’intervista.
Marco M.: Oggi lo raggiungo insieme alla troupe, in Svizzera, portiamo Bernini nella terra di Borromini, nel Canton Ticino. Pensi che proprio stasera (Lunedì 27 aprile 2026 – n.d.r.) alle 18 farò a Bissone una conferenza sui due “rivali”, a 50 metri dalla casa natale di Borromini.
Rosa Z.: Mamma mia, che emozionante! Se dovesse fare qualche registrazione, confiderei in lei per mandarmelo.
Marco M.: Lo spettacolo rientra in un bel progetto che si intitola “Borromini 2026”, in cui terranno conferenze gli studiosi di Borromini più importanti al mondo: dall’americano Joseph Connors al tedesco Richard Bösel. Il progetto è ideato da Nicola Soldini, un autorevole studioso di storia dell’architettura, che ha visto Lettere a Bernini a Milano e ne è rimasto entusiasta. Mi ha chiesto di inserire lo spettacolo nel programma di “Borromini 2026”: ne sono onorato e felice. È necessario che il teatro dialoghi con altri linguaggi.
Rosa Z.: Certo, questa interdisciplinarità è proprio meravigliosa. Tra l’altro mi raccontava anche Marco Cacciola che la pièce è stata rappresentata a Napoli alle Gallerie d’Italia, all’interno della stagione del Mercadante, in una versione site specific, a cui ha assistito anche lo scultore Jago, che vi ha fatto tanti complimenti. (Jago alias Jacopo Cardillo, ha trasformato il suo atelier in museo espositivo all’interno della chiesa storica di Sant’Aspreno ai Crociferi, Piazzetta Crociferi 4, Napoli – n.d.r.). Deve essere stato estremamente emozionante.
Marco M.: Jago è un vero artista. È stato un incontro inatteso e sorprendente.
Rosa Z.: secondo me Jago è molto interessante anche perché la sua, diciamo, classicità, non propone cose visionarie, bensì riproduce la realtà proprio come si faceva una volta, però con un urlo potentissimo. Purtroppo, non sono stata ancora nel suo atelier / museo, però ho visto tanta sua produzione e mi tocca profondamente. Devo essere sincera, è l’immagine di questi tempi così bui. Certo non abbiamo contezza di altri momenti oscuri, ma i nostri sono tanto bui…
Marco M.: Kant diceva che l’umanità è un legno storto. E l’avevano già compreso altri prima di lui: a noi quindi spetta la nostra porzione di tempi bui, perché dovremmo fare eccezione? Teniamo accese le nostre fiammelle, di altro non dobbiamo preoccuparci.
Rosa Z.: però sa cos’è che mi addolora? Siccome lei ed io siamo della stessa generazione, possiamo capirci: ci eravamo illusi di poter contribuire a fare un mondo migliore e non ci siamo riusciti. Questo è il mio grosso cruccio, devo essere sincera.
Marco M.: Era un’illusione, prendiamone atto. Il Grande Progresso: una menzogna! Già è un’impresa terribile far migliori noi stessi, quella, sì, dobbiamo e possiamo tentarla, è un dovere, una precisa responsabilità… ma il mondo? Pensi a quali catastrofi ha portato la volontà di “costringere gli uomini a essere felici”, come argomentava un certo Lenin.
Rosa Z.: generalmente nelle interviste che faccio, ho due domande, una all’inizio e una alla fine. Noi abbiamo già cominciato con il suo racconto incantevole però! (ridiamo – n.d.r.). Vorrei sapere qual è stata la scintilla che lei ha avuto nella sua vita per cominciare questo mestiere, questa tipologia di attività. Che cosa le ha scatenato il rapporto col teatro? Cosa l’ha illuminata?
Marco M.: Nel secolo scorso (ridiamo – n.d.r.), all’età di 16 anni, esattamente nel 1972, vidi dal loggione del teatro Alighieri di Ravenna il Re Lear di Shakespeare con la regia di Giorgio Strehler. (scene e costumi: Ezio Frigerio, musiche: Fiorenzo Carpi, Re Lear: Tino Carraro, Kent: Carlo Cataneo, Gloster: Renato De Carmine, Edgar: Gabriele Lavia, Edmund: Giuseppe Pambieri, Cordelia: Ottavia Piccolo, Regan: Ivana Monti – n.d.r.). Rimasi folgorato! I miei non mi portavano a teatro: quella sera mi sarei buttato giù dal loggione per raggiungere Tino Carraro, Ottavia Piccolo e gli altri splendidi attori che abitavano quel cerchio magico. Quello è stato il primo incanto: quattro anni dopo mi sono innamorato di Ermanna Montanari, “la donna della mia giovinezza”, ci siamo sposati e abbiamo formato la compagnia. Da mezzo secolo camminiamo insieme. Abbiamo il vizio della durata.
Rosa Z.: E beh, è una eccellente sinergia! La cosa più bella che possa capitare, secondo me, è vivere insieme una porzione di vita lunga e fare lo stesso lavoro, capirsi, scambiarsi, confrontarsi, appoggiarsi e portarsi avanti.
Marco M.: Tornando al Re Lear, non avevo mai sentito, vissuto, una storia così bella, così toccante, così profonda. L’autore era quello che Eduardo De Filippo chiamava “il primo della classe”, intendendo la classe “dei drammaturghi”. Quella sera del ‘72 fu per me il battesimo del fuoco.
Rosa Z.: Sa che adoro molto il fatto che sia Marco Cacciola che lei e mi abbiate parlato di Eduardo? Io quando parlo di Eduardo mi commuovo sempre, ho gli occhi pieni di lacrime perché, è una porzione della mia esistenza molto molto importante (gli occhi pieni di lacrime li avevo davvero – n.d.r.). Non solo da migrata nostalgica (perché praticamente sono a Trieste da 52 anni, ero una bambina). Nel sentire Marco che mi parla dello sguardo di Eduardo, lei che mi parla di Eduardo, mi sono veramente commossa e sentita felice.
Procediamo! Le sue opere ho visto che hanno sempre intrecciato arte e responsabilità civile. Quanto è importante per lei questa connessione? Abbiamo parlato di Scampìa, abbiamo parlato dei comuni vesuviani, eccetera. Quanto è importante l’impegno sociale, quanto ha proprio insistito su lei e quanto di quel ragazzino che vedeva Re Lear è rimasto in questa connessione?
Marco M.: La croce è il simbolo per eccellenza. Sta al fondo delle nostre anime come del pianeta. La croce è formata da due assi, uno verticale e uno orizzontale. Il verticale è la metafisica, è la domanda: “cosa ci faccio qui? Perché? Qual è il mio destino? Qual è il destino di noi esseri umani?”. È la domanda eterna, che attraversa tutte le filosofie e le religioni. L’orizzontale è la polis, la città, l’economia, sono i rapporti di forza, di violenza e di ingiustizia tra gli esseri umani. La croce non va mai spezzata: quei due assi non si possono separare. Il Bernini, che ha visto in scena a Trieste, a un certo punto dice: “ma guardatevi attorno! Anche le puttane, anche i facchini sono la povera carne di Cristo, che invoca uno sguardo, una carezza!”. Ecco, quelle parole sono una croce: intrecciano il verticale e l’orizzontale.
Rosa Z.: Meraviglioso. Le volevo bene, ma le voglio bene ancora di più.
Marco M.: Ma è così Rosa, nulla è a caso: basta un tono di voce e misteriosamente scatta una sintonia. Diciamo che il caso non agisce mai a caso.
Rosa Z.: io avrei bisogno di un chiarimento in merito a Lettere a Bernini, l’ho chiesto anche a Marco Cacciola. Essendo lei “colui che tutto move” devo chiedere proprio a lei. L’altare sul palco, diciamo così, era composto solo da un ledwall nello spettacolo. Mi spiega bene il come è giunto a quel filmato di Furtwängler, a quel concerto durante il periodo nazista con Goering, gli operai, ecc.?
Marco M.: Quando ho parlato di Lettere a Bernini a Edo Sanchi, un bravissimo scenografo con cui lavoriamo da più di vent’anni, gli ho chiesto di ricrearmi l’atelier di un artista di oggi. Tra i desiderata, gli ho parlato della possibilità che in scena apparissero le opere di cui si parla nel monologo. Bisognava quindi trovare un modo di proiettare anche solo un frammento della Dafne, o del colonnato di San Pietro. Edo si è inventato, con un colpo di genio, i tre totem (li chiamiamo così), ovvero delle casse di legno che servono per trasportare le opere d’arte da un museo all’altro, con sovraincise le formule standard. Anziché sculture, i totem nascondono all’interno tre schermi per le proiezioni.
Rosa Z.: Con impressa una data però che non è un numero di catalogo, non è un numero di inventario. è la data proprio di quel giorno dell’agosto del 1667…
Marco M.: Quella l’ho aggiunta io: 3 agosto 1667, il giorno della morte di Borromini. Nelle prime prove, i totem erano già aperti, e sugli schermi apparivano immagini di opere di Bernini. Ma non andava: non ero soddisfatto. Allora, visto che il monologante è assediato dal fantasma del rivale, ho deciso a un certo punto di mettere le piante di San Carlino o di altre chiese di Borromini. Però ancora tutto suonava stonato.
Rosa Z.: Anche un po’ lezioso, anche banale, prevedibile forse, no?
Marco M.: Eh sì. Ma sentivo di non poter rinunciare alla possibilità di un’interazione con immagini filmate… e una notte, nella disperazione, mi sono messo su YouTube e sono caduto sulle immagini di quel concerto. Sul momento mi ha rapito la figuretta di Furtwängler, uno dei più grandi direttori d’orchestra del secolo scorso, con quei movimenti da burattino, niente affatto solenni. E ho pensato alla parte centrale del testo, in cui Bernini manda via gli apprendisti, poi li fa tornare per fare le prove del Coviello. Molti spettatori sanno di Bernini scultore e architetto, ma ignorano che faceva regolarmente teatro insieme al fratello Luigi: una coppia d’arte, come i De Filippo. Pare che Luigi fosse un comico nato, il Peppino della situazione, mentre Gian Lorenzo, come Eduardo, era regista, drammaturgo, scenografo, e anche attore potente, stando ai documenti dell’epoca. A quel punto il concerto di Furtwangler e le prove del Coviello si sono incastrate a meraviglia.
Rosa Z.: E il bianco e nero, che, a mio avviso, un po’ ricalca anche il bianco e nero della scena: mi pare che, a parte il cesto di frutta, il velluto rosso, il camisaccio blu da lavoro di Bernini e al limite il muletto, il quale però viene portato via subito, il colore sia praticamente assente, compensato dalla molta luce.
Marco M.: Infatti, infatti! Già al primo tentativo di intrecciare il video all’azione scenica, ci siamo resi conto della potenza che sprigionava: vedere i volti degli operai, dentro la fabbrica, ascoltare in religioso silenzio la musica di Wagner, mi ha richiamato il Seicento romano, quando l’Inquisizione metteva al rogo eretici e “streghe” e le opere di Bernini e Borromini incantavano, come quel Wagner suonato per gli operai. Che grande contraddizione! E ancor più ci inquietano quei volti assorti, se pensiamo al nostro tempo distratto, segnato dall’insensibilità, zeppo di tik tok, di scrollamenti, messo in ginocchio dalla dittatura del superficiale. L’arte, anche se al servizio di un potere violento, riesce comunque a commuoverci, a spiazzare quello stesso potere, pur essendone, in un qualche modo, complice, siano i nazisti o Papa Urbano VIII. Quindi è un turbine di lampi e di contraddizioni che fa risuonare in noi quella scena. Tra l’altro… non con il sottofondo originale della musica di Wagner ma, come ha sentito, con una musica fortemente ritmata di oggi, degli Almamegretta (gruppo musicale storico di Napoli, formatosi nel 1988, tra i pionieri della contaminazione musicale napoletana degli anni ’90. Il loro Genere è un misto di reggae, trip-hop, world music con forti influenze mediterranee e napoletane, con testi in napoletano e fusione tra tradizione popolare partenopea, elettronica, dub e reggae – ndr). Le prove del Coviello segnano una cesura tra le due parti dello spettacolo: fino a quel momento Marco è quasi sempre immobile, inchiodato dalle luci geometriche, dai tagli caravaggeschi di Luca Pagliano, nel momento invece in cui la scena si illumina a giorno e iniziano le prove, Bernini si trasforma in un narratore-ballerino che saltella da qui a là con una energia incontenibile.
Rosa Z.: Veramente sì, lo confermo. Mi hanno colpito molto anche le sue urla silenti sulla lamiera che fa da specchio, con quegli occhiali da saldatore. Mi ha ricordato anche l’immagine della Medusa urlante di Caravaggio. Quell ‘urlo tipo quello quando hai un incubo di notte e non riesci a urlare. Molto molto potente. Avevo visto delle foto, e mi spiace che purtroppo il piccolo palcoscenico non abbia permesso i tre totem con i ledwall: immagino che dovesse essere molto più coinvolgente.
Marco M.: Sul palco della Sala Bartoli ci stava un unico totem: che fare? Abbiamo deciso che valeva comunque la pena portare lo spettacolo a Trieste. Lo stesso sacrificio lo avevamo appena fatto al Santa Chiara di Brescia.
Rosa Z.: No, no, no ha ragione sennò non l’avrei visto forse nemmeno io! Qual è la domanda che il teatro ancora riesce a porle?
Marco M.: La domanda è una sfida: possiamo restare umani? Il teatro è una trincea di umanità, che resiste alla dittatura di cui parlavamo prima, l’abisso di soprusi e violenza in cui affondiamo, il tutto nella melma dell’indifferenza di chi da quella violenza non pare toccato. Ma chi non lo è? Per decenni ci siamo illusi che le guerre fossero altrove, in altri angoli del pianeta. Adesso ci siamo bruscamente svegliati: il teatro è il luogo in cui gli orrori vengono guardati in faccia, perché quegli orrori ci riguardano, sono uno specchio. È come quando Dante scende all’inferno: in ogni dannato egli si riconosce, perché ogni dannazione può essere la sua, ed è solo per questa via di consapevolezza che ritorniamo alla luce. Approdiamo alla spiaggetta del Purgatorio, nell’azzurro, “dolce color d’oriental zaffiro”, solo se abbiamo il coraggio e la forza di attraversare le tenebre.
Rosa Z.: Anche perché poi comunque, grazie alla velocità dei trasporti all’evoluzione, eccetera, il mondo è come se si fosse ristretto, diventato più piccolo, così come il tempo. Ho l’impressione che si sia accorciato, che un mese non duri più un mese, come una volta, ma duri 20 giorni. È così…Mi viene sempre in mente il mio/nostro manifesto: “Imagine” di John Lennon, che abbiamo sì cantato e suonato non solamente per la musica ma per ciò che diceva. Sembrerà una bestemmia, ma John Lennon, se avesse visto tutto quello che c’è stato dopo, nei 46 anni dopo la sua morte violenta, sarebbe morto forse di infarto. Per me lui era uno che ci credeva molto, moltissimo. fino a dar quasi fastidio.
Marco M.: Uno dei tanti, alle nostre spalle, da cui raccogliere il testimone, e immaginare a nostra volta.
Rosa Z.: Usando una sola parola, come descriverebbe il teatro? E cosa la sorprende ancora della scena?
Marco M.: I teatranti, nella Grecia antica, venivano definiti “οἱ τεχνῖται Διονύσου”, i “tecnici di Dioniso”: è una definizione che trovo insuperata. Siamo gli artigiani di un dio che ci chiede di evocare la vita, le risate e il pianto, la gioia e la disperazione, la “selva oscura” e il paradiso. I greci non facevano recensioni degli spettacoli, si chiedevano semplicemente, alla fine di una commedia o di una tragedia: c’era Dioniso in scena, o no? Andavano all’essenziale: Dioniso è la forza che fa battere il cuore, che turba la mente: se questo non accade, se non esci in un qualche modo trasformato, il teatro non vale nulla. Che ce ne facciamo di una forma vuota? Il teatro è un’azione sacra, nel tempo in cui più nulla è sacro.
Rosa Z.: Sì, è la sacralità del teatro, conferisce la sacralità al teatro.
Marco M.: Torniamo sempre lì, alla croce: quell’intreccio di assi di legno che, non a caso, è il palcoscenico. Eh sì, scricchiola il palco. Come le nostre povere ossa.
Rosa Z.: Le chiedo: io sono della vecchia scuola e la durata non mi spaventa. Adesso, uno spettacolo dura massimo un’ora e tre quarti e la prima domanda che sento fare dalla gente è: “quanto dura?”. Mi sembra come quando una persona, nel colloquio di assunzione, chiede subito quante ferie ha. Uno dei pochi che non se ne cura è Davide Livermore che fa i suoi spettacoli di tre ore, tre ore e mezza, inchiodandoti alla sedia.
Marco M.: Anche noi siamo reduci da un Don Chisciotte che durava tre ore e mezza, realizzato per Ravenna Festival, nostro prezioso partner, l’estate scorsa. Come lei sa, a teatro il tempo non esiste. O meglio, scorre in maniera diversa a seconda del grado di coinvolgimento che suscita. Un lavoro noioso, che mettiamo duri solo mezz’ora, ci pare non finire mai, mentre quattro o cinque ore di bellezza volano via in fretta.
Rosa Z.: Il tempo tiranno mi fa tagliare una domanda sulla Divina Commedia in merito a quel trittico bellissimo che ha messo in scena, ma non la lascio andare senza aver lasciato un messaggio brevissimo per i giovani proprio da lei che ha tanto a che fare con loro.
Marco M.: Mah, io preferirei dare un messaggio… ai vecchi, è la nostra categoria quella che ne ha più bisogno. Cerchiamo di invecchiare bene, con arte, senza farci travolgere dall’obbligo della giovinezza a tutti i costi. Accettiamo le rughe, accettiamo le trasformazioni della carne. Proviamo a vivere questo passaggio ultimo senza diventare dei mascheroni dipinti, malamente rifatti. In fondo questo ci chiedono i nostri piccoli, i più giovani, di non gareggiare con loro, di lasciar loro il tempo fugace e difficile della giovinezza. E noi, da parte nostra, non perdiamo l’emozione di ascoltarli davvero, di contemplare le gemme sugli alberi, a ogni nuova primavera. (e qui, mentre parliamo, mi tornano alla mente i versi della poesia “Specchio” di Salvatore Quasimodo: “Ed ecco sul tronco si rompono gemme: un verde più nuovo dell’erba che il cuore riposa”…e la bellezza mi pervade – n.d.r.)
Rosa Z.: Ha ragione, sa che cosa che cosa mi è venuto in mente mentre parlava? Mi sono venuti in mente non solamente coloro che sono sempre in vista, gli influenti, ma anche la gente comune che deve sempre cercare la perfezione, immedesimarsi in certi ruoli, anche fisicamente sottoponendosi non solamente a delle trasformazioni “semplici”, tipo il colore dei capelli, l’abbigliamento, eccetera, ma a delle cose molto dolorose, invasive, costosissime. Loro secondo me si sentono degli attori, si sentono i veri ὑποκριτής (Hypocrites).
Marco M.: fu Guy Debord (Guy-Ernest Debord,1931 –1994, filosofo, sociologo, scrittore e cineasta francese), il primo a parlare di “società dello spettacolo”: ebbe un’intuizione potente, profetica. I social sono gli specchietti per le allodole di questa epoca, dove ci si illude che mettendo ossessivamente la propria faccetta su Facebook o su Instagram, a colpi di like, si diventi qualcuno. Ma è tutta una grande bugia.
Rosa Z.: Infatti ho notato che lei non ha WhatsApp…
Marco M.: Ho un vecchio Nokia anni Novanta: preferisco tenere il computer distinto dal telefono.
Rosa Z.: Prossimo progetto?
Marco M.: Debutteremo al Teatro grande degli scavi a Pompei il 22 e il 24 maggio con una riscrittura di Antigone. Avrò accanto i miei preziosi assistenti napoletani, Valeria Pollice e Gianni Vastarella, le musiche di Ambrogio Sparagna, le luci di Vincent Longuemare, i costumi di Roberta Mattera, l’organizzazione di Emilio Vita. E in scena, protagonisti, un coro di 120 adolescenti.
Rosa Z.: Un progetto ulteriormente pregnante e dirompente. La ringrazio di questo meraviglioso momento che mi ha anche regalato con uno spettacolo così forte, potente e che fa andare avanti con la mente. Sono contenta che avete fatto e farete tre anni di tournée, perché lo devono vedere più persone possibile. Spero di incontrarla fisicamente al più presto. Cari saluti e ogni bene.
Marco M.: grazie Rosa. Grazie davvero. A presto.
Mando i saluti anche alla signora Montanari. Li immagino proprio con Yin e Yang, che si completano meravigliosamente.
Terminare queste interviste? Non le chiamerei così. Sono delle meravigliose chiacchierate, che non vorrei mai terminare. Sono piene di cultura di spazi aperti, di introspezione, di umanità. Un’ubriacatura di Cultura e di calore umano e di identità di vedute sempre più rara.
Grazie Marco Martinelli, grazie Dioniso, grazie Teatro.
Rosa Zammitto Schiller
