In scena dall’ 8 maggio al 6 giugno 2026 al Teatro Greco di Siracusa.
L’Alcesti di Filippo Dini alla stagione INDA 2026 si manifesta come un corpo che non vuole guarire, un organismo che pulsa in modo irregolare, come se ogni fibra scenica fosse attraversata da una corrente contraria. Dini non costruisce uno spettacolo: costruisce una soglia, un luogo dove la tragedia non si lascia fissare, dove ogni gesto è un tentativo di trattenere qualcosa che sfugge. La scena, lucida, clinica, quasi una reggia‑spa che sembra uscita da un immaginario di benessere ipermoderno, si incastra contro la pietra del Teatro Greco come un oggetto sacrilego, un intruso che però rivela la verità del mito: Alcesti non è una tragedia che si lascia rappresentare, è una tragedia che resiste, che si oppone, che si torce. Le luci fendono lo spazio come lame chirurgiche, isolano i corpi, li rendono reperti di un rito che non si compie mai del tutto; il coro non danza, non accompagna, ma respira male, si contrae, si espande, si disgrega come un organismo che non trova ossigeno. La musica non consola: vibra come un soffio irregolare, un battito che non coincide mai con quello dei personaggi. Tutto è costruito per stare sul limite, per non offrire mai un terreno stabile.
In questo paesaggio instabile, gli attori diventano punti di pressione, luoghi in cui la tragedia si concentra e si deforma. Deniz Ozdogan porta in scena un’Alcesti che non chiede pietà, non cerca la commozione, non si offre come vittima: è una figura verticale, lucida, attraversata da una consapevolezza che supera il mito. Ogni suo gesto è un’ascesa, ogni parola un varco. La sua morte non è sacrificio ma atto di sovranità, un gesto che non si lascia interpretare, che non si lascia addomesticare. Quando ritorna, non ritorna davvero: il suo corpo porta addosso un’altra gravità, come se la vita fosse diventata un abito estraneo, un involucro che non coincide più con la sua sostanza. Aldo Ottobrino costruisce un Admeto scisso, incapace di reggere il peso del dono ricevuto: la sua recitazione è fatta di fratture, di improvvisi cedimenti, di un’energia che non trova mai un centro. È un uomo che vive nella colpa, nella paura, nella gratitudine deformata, e proprio per questo diventa tragico: non perché è grande, ma perché è inadeguato, perché non sa abitare il proprio ruolo, perché il sacrificio di Alcesti lo espone come un corpo nudo davanti al mondo.
Denis Fasolo irrompe come un Eracle volutamente fuori registro, pop, sfrontato, disturbante: non è comicità, è rottura del rito, è la forza che introduce il caos necessario perché la tragedia possa mutare forma. Il suo ingresso non alleggerisce: incrina. È un corpo che non appartiene al mondo di Admeto, e proprio per questo lo rivela, lo smaschera, lo costringe a guardarsi. Apollo (Del Mastro) e Thanatos (Bignone) sono due poli che non comunicano: un dio elegante e freddo, una Morte burocratica, amministrativa, quasi impersonale. La loro distanza è la chiave: due poteri che non si toccano, due logiche che non si riconoscono, due presenze che non offrono alcun appiglio umano. Il coro, trattato come un unico corpo che soffoca, è forse l’elemento più perturbante: non commenta, non accompagna, ma subisce, si contrae, si espande, si disgrega come se la tragedia stessa lo respingesse.
In questo paesaggio di corpi instabili, la regia di Dini non cerca mai la coerenza: cerca la verità emotiva, la frattura, la ferita. È uno spettacolo che non vuole piacere, che non cerca l’armonia, che non offre consolazione. È un’Alcesti che rimane addosso perché non guarisce, perché non chiude, perché non permette allo spettatore di uscire indenne. Gli attori sono il cuore pulsante di questa ferita, e la regia li espone senza protezione, li lascia vibrare, li lascia cadere, li lascia risorgere in forme che non rassicurano. È un teatro che non chiede consenso, ma ascolto. Un teatro che non cerca la bellezza, ma la tensione. Un teatro che non vuole essere ricordato per ciò che mostra, ma per ciò che apre: un varco, un limite, una soglia. Un teatro che non consola, ma trasforma.
Giuliano Angeletti
Foto: Centaro

