Il contrabbassista, bassista, compositore e arrangiatore barese Mario Iannuzziello si colloca in un territorio musicale sempre più personale, sospeso tra la tradizione jazzistica e le declinazioni più contemporanee del modern-mainstream. La sua formazione accademica testimonia un percorso di alto profilo: dopo gli studi al Pentagramma di Bari e il diploma al Conservatorio di Matera, si perfeziona alla Siena Jazz University, dove consegue il Diploma di II livello nel 2022 studiando con maestri internazionali come Jeff Ballard, Joe Sanders e Ralph Alessi. Attualmente prosegue la sua ricerca nel biennio di Composizione Jazz presso il Conservatorio “N. Piccinni” di Bari. Parallelamente all’attività formativa, Iannuzziello sviluppa un progetto artistico da band-leader attivo da circa quattro anni, fondato sulla volontà di coniugare esecuzione e narrazione musicale. La sua scrittura si distingue per una forte componente narrativa, spesso influenzata dalla cultura pop e cinematografica, che si traduce in un linguaggio capace di trasformare suggestioni visive in strutture sonore articolate e coerenti. In questa direzione si inseriscono anche le sue esperienze nel campo delle colonne sonore, tra cui i cortometraggi Myosis e Hotel Roma, che rafforzano il dialogo tra musica e immaginario visivo.
Il suo linguaggio musicale si nutre inoltre di una formazione strumentale ampia — contrabbasso, basso elettrico, bass synthesizer e pianoforte complementare — e di influenze che spaziano dalla tradizione jazzistica alle esperienze più contemporanee e d’avanguardia, con riferimenti come Taylor Eigsti e Aaron Parks, con quest’ultimo coinvolto anche nella collaborazione per l’arrangiamento del singolo The Fool. Il suo percorso discografico comprende l’album End of May (Workin’ Label), Heritage Normand per Wow Records con Attilio Sepe e Maurizio Giammarco, oltre a lavori significativi come The Fool, Ruhe e la title-track End of May, che sintetizzano la sua poetica musicale. Figura ormai riconoscibile nella nuova scena jazz europea, Iannuzziello si rivolge a un pubblico trasversale, capace di unire ascoltatori di jazz contemporaneo e fruitori interessati a un’esperienza musicale narrativa e immersiva. Il suo obiettivo resta quello di consolidare la propria presenza nei festival internazionali, portando avanti un linguaggio personale fatto di dinamica, ricerca e forte identità espressiva. In occasione dell’uscita del suo nuovo lavoro, “The Dobler-Dahmer Theory” feat. Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez per Alfamusic, disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica dal 26 giugno 2026, abbiamo incontrato l’artista per un’intervista.
Ciao Mario, bentrovato al Corriere dello Spettacolo. Il brano è già stato pubblicato: che tipo di riscontro hai avuto nelle prime reazioni all’ascolto di “The Dobler-Dahmer Theory”?
Le prime reazioni sono state curiose, nel senso migliore del termine: chi conosce la serie How I met your mother coglie subito la citazione e sorride, chi non la conosce si concentra ovviamente più sulla musica e mi chiede del trio, di come è nata l’idea di suonare assieme e di come si possa trovare un equilibrio pur non avendo la possibilità di provare ogni giorno . Mi pare un buon segnale: significa che il riferimento ad una serie TV funziona come innesco e che il brano regge anche senza nota a piè di pagina.
Quanto è stato importante, in fase di realizzazione, tradurre un riferimento televisivo come quello di How I Met Your Mother in un linguaggio jazzistico senza perdere profondità musicale?
È stato il vincolo più utile che potessi darmi. Partire da una gag televisiva mi ha costretto a chiedermi subito che cosa restasse, tolta l’ironia della fonte: una teoria molto semplice sull’attrazione. Da lì ho lavorato in senso astratto, sviluppando la scrittura del brano senza mai davvero nutrire l’ambizione di illustrare musicalmente la scena. La profondità, se c’è, nasce proprio dall’aver preso sul serio uno spunto leggero.
Nel brano si percepisce un interplay molto stretto tra te, Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez: come avete costruito questo equilibrio tra scrittura e improvvisazione?
Addison ed io ci conosciamo da diversi anni, a seguito di un progetto di scambio tra il Conservatorio di Torino e la Juilliard, quindi un certo linguaggio comune esisteva già prima ancora di entrare in studio. Con Diego, invece è stato più un incontro che un esperimento. La scrittura fissa pochi punti fermi, il tema, alcune scelte armoniche, la pronuncia invece, ed il modo di stare sul tempo, sono elementi che fluiscono in tempo reale, nel modo più naturale e spontaneo possibile, lasciando che l’idea di uno permei le scelte musicali dell’altro, e viceversa. Questo è forse il valore aggiunto più prezioso di questa musica.. È un equilibrio che si costruisce suonando assieme ben più che discutendone o cercando di programmare quel che è di là da venire durante un set dal vivo o una sessione in studio.
La tua ricerca sembra muoversi sempre più verso una fusione tra narrazione e struttura musicale. In che modo questo singolo rappresenta un passo avanti nel tuo percorso artistico?
The Dobler-Dahmer Theory fa parte di un lavoro più ampio, l’album The Town Does Not Exist, in cui questa idea di struttura narrativa diventa esplicita fin dal titolo, ispirato a una poesia di Anne Sexton. Rispetto ai lavori precedenti sento di aver preso più confidenza nel far convivere un’idea concettuale forte con una scrittura che resta prima di tutto jazzistica, saldamente radicata alla tradizione e al cosiddetto mainstream, senza scadere nel diventare una musica illustrativa, non lo è nel modo più netto. È un passo avanti soprattutto nel metodo, prima ancora che nel risultato, ma vuole essere anche un guardarsi indietro, quasi a ricordare a me stesso di provenire dal jazz e dal linguaggio della tradizione, che scientemente, negli ultimi anni, ho voluto quasi sacrificare in nome di una sperimentazione che unisse il linguaggio contemporaneo alla musica classico-cameristica. Qui sono voluto tornare nel mio elemento, confrontandomi con la forma del jazz trio tradizionale, a vent’anni dalla mia prima esperienza di jazz piano trio.
Dal punto di vista estetico, il pezzo unisce eleganza jazzistica e un approccio quasi cinematografico. Quanto conta per te oggi l’immaginario visivo nella composizione musicale?
L’aspetto visivo ha certamente un suo apporto, ma cerco di non farne un vezzo. Il rischio dell’immaginario cinematografico applicato al jazz è di scivolare nell’illustrazione, nel commento musicale o nel parodistico. Preferisco pensare per suggestioni o evocazioni piuttosto che con un intento meramente descrittivo, è una velleità estranea alla musica che scrivo: preferisco lavorare su una progressione armonica, su una texture ritmica e sullo sviluppo di una melodia ad ampio raggio e poi distribuire i vuoti e i silenzi che la musica stessa impone laddove necessario. Il resto lo compie il fruitore, che inevitabilmente ridefinisce ciò che ascolta sulla base di emozioni, sensazioni, percezioni e memoria. Nel momento in cui la musica viene eseguita per la prima volta, il suo autore non ne è più il padrone, né gli spetta, a mio parere, il diritto di attribuire significato. E’ come se ne avesse smarrita la chiave, e questo vale soprattutto per le suggestioni di carattere visivo, così radicalmente legate alla soggettività di chi ascolta. Chi siamo infondo noi per orientare, o a tratti manipolare, un qualcosa di così personale come l’esperienza di chi ascolta?
Questa era la mia ultima domanda. Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato e per aver condiviso con noi il tuo percorso artistico e la tua visione della musica, fatta di ricerca, libertà espressiva e attenzione all’ascoltatore. A nome mio e di tutto il Corriere dello Spettacolo, ti auguro il meglio per l’uscita di The Dobler-Dahmer Theory e tanti nuovi traguardi artistici. È stato un piacere averti con noi. Buon lavoro e in bocca al lupo per i tuoi prossimi progetti!
Grazie a te e alla redazione del Corriere dello spettacolo.
Giuseppe Sanfilippo

