Il Teatro Comunale Cortesi di Sirolo ospiterà, il 17 e il 24 luglio 2026, alle ore 21,30, Canterò d’Orlando, spettacolo tratto dall’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, con Andrea Caimmi, nell’adattamento, regia, scene e costumi di Paolo Larici. L’appuntamento apre la rassegna “Sipario Aperto – Classici Contemporanei 3”, inserita nella XXII edizione del Festival e Premio Nazionale Franco Enriquez – Città di Sirolo, dedicata quest’anno al tema “Il teatro una via per la pace”.
L’operazione drammaturgica di Paolo Larici nasce da una scelta precisa: non ridurre l’Orlando furioso a semplice materia narrativa, né trasformarlo in illustrazione scolastica del poema, ma restituirne la forza teatrale attraverso la parola viva dell’attore. Il titolo stesso, Canterò d’Orlando, conserva il respiro dell’invocazione epica e, insieme, dichiara una posizione scenica: cantare Orlando significa riportare al centro della rappresentazione un eroe che non appartiene soltanto alla tradizione cavalleresca, ma alla più profonda esperienza dell’umano.
L’Orlando ariostesco è, infatti, cavaliere e uomo, figura eroica e creatura fragile. In lui convivono valore, disciplina, desiderio, ferita, smarrimento. La follia che lo travolge dopo la scoperta dell’amore fra Angelica e Medoro non è soltanto un episodio celebre della letteratura italiana; è una vertigine interiore, una perdita di misura, una frattura dell’identità. Proprio per questo il personaggio conserva una sorprendente attualità. Dietro l’armatura del paladino, dietro l’apparato fantastico del poema, appare un uomo esposto alla passione, alla gelosia, all’abbandono, alla lacerazione del proprio equilibrio.
La scena, nella riscrittura di Larici, diviene il luogo in cui il poema si concentra e si fa corpo. Le vicende di Orlando, Angelica, Medoro, Atlante, Astolfo e Ruggiero non sono evocate come frammenti ornamentali di un mondo remoto, ma come figure di una condizione ancora riconoscibile: la guerra, l’amore, il desiderio di gloria, l’illusione, il tradimento, la ricerca di sé.
Andrea Caimmi è chiamato a sostenere una prova d’attore fondata sulla presenza e sulla duttilità interpretativa. Il suo Orlando non è soltanto il protagonista di una storia; è il centro mobile di un universo poetico nel quale l’epica incontra il lirismo, l’ironia si accosta al dolore, la narrazione si trasforma in confessione, visione, smarrimento. La forma del monologo, lungi dall’impoverire la vastità del poema, ne esalta la tensione interna: un solo corpo scenico diventa luogo di molte voci, di molte immagini, di molte passioni.
Particolarmente significativo è il rapporto fra lo spettacolo e il tema generale del Festival, “Il teatro una via per la pace”. Nel poema ariostesco la guerra è scenario costante, ma non è mai soltanto cronaca di battaglie. Essa diventa anche metafora di un disordine più profondo: la contesa fra gli uomini, la dispersione del desiderio, la perdita della ragione, la difficoltà di riconoscere l’altro. In tal senso, la follia di Orlando può essere letta come immagine estrema di ogni rottura interiore e collettiva. Il teatro, allora, si offre come spazio di ricomposizione: non perché cancelli il conflitto, ma perché lo rende visibile, lo interroga, lo consegna alla coscienza dello spettatore.
Canterò d’Orlando si annuncia dunque come un’apertura di forte valore simbolico per la rassegna sirolese. Attraverso Ariosto, Larici e Caimmi riportano sulla scena il tema antico e sempre nuovo dell’uomo dinanzi alle proprie passioni. Il poema cavalleresco diventa materia contemporanea; la parola letteraria si fa azione; l’eroe, privato di ogni retorica monumentale, torna a parlarci nella sua nudità più vera.
Con questo spettacolo il Teatro Cortesi conferma la propria vocazione a essere luogo di incontro fra classico e presente, memoria e ricerca, tradizione e responsabilità civile. Il pubblico sarà invitato non soltanto ad assistere a una riscrittura dell’Orlando furioso, ma a compiere un viaggio dentro le forme dell’immaginazione, della perdita e del possibile ritorno alla misura. Perché, nel destino di Orlando, il teatro ritrova una delle sue ragioni più profonde: dare voce alla fragilità dell’uomo e trasformarla in esperienza condivisa.
Andrea Carnevali

