Trionfo al Carignano: “Le allegre comari di Windsor” sconfiggono la noia borghese a suon di applausi

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Una rilettura moderna e visionaria incanta il pubblico del Teatro Stabile di Torino. Tra ricchezza e vuoto esistenziale, l’opera di Shakespeare diventa uno specchio spietato e geniale degli anni ’50.

Torino, 9 Luglio 2026 — Recensione Teatrale

È stata una serata di vero trionfo quella di ieri al Teatro Carignano, dove la nuova produzione del Teatro Stabile di Torino, “Le allegre comari di Windsor”, ha convinto e conquistato il pubblico. Al calare del sipario, la sala è esplosa in lunghissimi minuti di scroscianti applausi, a testimonianza di come questa rilettura in chiave moderna del grande classico di William Shakespeare abbia colpito nel segno, offrendo non solo risate, ma anche una profonda e attualissima riflessione.

Sotto l’audace e brillante regia di Marta Cortellazzo Wiel, e con la traduzione e adattamento di Diego Pleuteri, l’opera abbandona i tradizionali costumi elisabettiani per catapultarci in un’epoca molto precisa: i primi anni ’50. Più esattamente, come suggerito dalle note di regia, l’azione si sposta temporalmente al 1953, anno dell’incoronazione della regina Elisabetta II. Sulla scena — dominata da un’evocativa e fredda insegna al neon con la scritta “MOTEL” che richiama atmosfere cinematografiche e un’estetica quasi hopperiana — prende vita una società in pieno boom economico post-bellico.

Ma è qui che risiede il colpo di genio dello spettacolo, un elemento che il pubblico ha dimostrato di apprezzare enormemente: l’indagine chirurgica sulla noia. La rappresentazione ci mostra una classe borghese che, avendo ormai tutto a portata di mano, ha perso ogni stimolo. La troppa ricchezza ha creato dei perfetti “involucri” vuoti, persone intrappolate in un “prato personale” asfittico e disinteressato al mondo esterno. Le due protagoniste, Alice Ford (Marta Pizzigallo) e Margaret Page (Stefania Medri), non decidono di vendicarsi del maldestro John Falstaff (interpretato da un ottimo Michele Schiano di Cola) solo per orgoglio ferito. Lo fanno, paradossalmente, per sconfiggere l’apatia. L’inganno ai danni di Falstaff diventa un passatempo, l’unico espediente per sentirsi vive e per «poter fare qualcosa» in un’esistenza altrimenti piatta e improduttiva.

In forte contrasto con questo mondo borghese ottuso e ripiegato su se stesso, si stagliano le figure dei giovani: Anne Page (Anna Manella) e Fenton (Iacopo Ferro). Spinti dalla curiosità e da una visione diversa della società, rappresentano la scintilla vitale che guarda al futuro. La regia li tratteggia abilmente quasi come i precursori di quelle che saranno le ribellioni e le proteste del ’68, figure in cerca di nuovi valori che scelgono di fuggire da una gabbia dorata per prendere le distanze dalla cultura dominante e proiettarsi verso il mondo esterno.

Lo spettacolo, della durata di un’ora e 35 minuti senza intervallo, scorre via con un ritmo incalzante e magnetico. I costumi di Giovanna Fiorentini e le scene di Anna Varaldo (con l’imponente motel e i suggestivi giochi di luce) contribuiscono a creare questo microcosmo affascinante e al tempo stesso profondamente alienante. Tutto il cast teatrale ha saputo restituire le sfumature di questa umanità annoiata, viziata e cinica con grande maestria e presenza scenica.

In conclusione, queste “Allegre comari” targate Teatro Stabile di Torino non sono solo una commedia divertente, ma un potente e lucido specchio in cui la società contemporanea — spesso vittima degli stessi mali derivanti dall’eccesso e dall’ansia di sconfiggere la noia — può facilmente riflettersi. Una scommessa vinta su tutta la linea, che conferma l’eterna modernità del Bardo quando affidato a visioni registiche così intelligenti e coraggiose.

Emmanuele Paudice

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