Rivoluzione al Teatro Carignano: il “Come vi piace” che smantella la classicità e trasforma Shakespeare in pura carnalità contemporanea

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Un trionfo di sperimentazione al Teatro Stabile di Torino: Eros, Thanatos e l’abbattimento della quarta parete in un’opera che ridefinisce l’esperienza teatrale elisabettiana.


TORINO – Dimenticate le rigide gorgiere, le declamazioni impostate e l’estetica polverosa di un teatro elisabettiano cristallizzato nel tempo. Dimenticate il rassicurante classicismo del XX secolo, quello che confinava le opere di William Shakespeare dietro la rassicurante barriera del palcoscenico. Al Teatro Carignano di Torino, il palcoscenico non è più un limite, ma una soglia infuocata. La nuova, audace produzione di “Come vi piace”, firmata alla regia da Giulia Odetto (con traduzione e adattamento di Diego Pleuteri e della stessa Odetto) per il Teatro Stabile di Torino, è un vero e proprio cataclisma sensoriale. Una messa in scena che si spoglia delle convenzioni per abbracciare un’estetica viscerale, contemporanea, profondamente sperimentale e, soprattutto, spaventosamente viva.

Fin dalle prime battute, appare chiaro come la compagnia abbia saputo cogliere le vibrazioni più oscure e passionali del testo, trasformando la celebre Foresta di Arden in un non-luogo dove i confini dell’identità sfumano e i corpi si intrecciano. Non è una semplice commedia pastorale, ma un’arena dominata dal binomio ancestrale di Eros e Thanatos. L’odore dell’erotismo è palpabile, denso nell’aria del teatro: si respira il desiderio crudo, la vulnerabilità della carne, la pulsione vitale che si scontra costantemente con il senso della fine, dell’ignoto, della morte. L’Amore, in questa foresta, non è il corteggiamento edulcorato a cui ci ha abituato una certa tradizione teatrale, ma una forza primordiale, quasi ferina, che stravolge le gerarchie e disorienta gli sguardi.

La lode più grande va indubbiamente al coraggio intellettuale di questa trasposizione. Attingendo alle riflessioni del filosofo Paul B. Preciado – apertamente citato nelle note di regia –, lo spettacolo esplora il corpo come un archivio storico e politico delle identità. Rosalinda (una magistrale Anna Manella) e Celia (una magnetica Teresa Castello) diventano i fulcri di questa esplorazione fluida, dove l’essere Rosalinda o Ganimede non è un semplice travestimento scenico, ma una reale moltiplicazione dell’io. I personaggi non smettono mai di cambiare, di reinventarsi, rifiutando ogni etichetta imposta.

Ma il vero colpo di genio, l’elemento che consacra questa messinscena come un capolavoro di sperimentazione, è la sistematica e brutale distruzione della quarta parete. Il pubblico del Carignano non è lasciato al sicuro sulle proprie poltrone di velluto rosso. Gli attori sconfinano, rompono la sacralità dello spazio scenico per invadere la platea, guardando gli spettatori negli occhi, interpellandoli, costringendoli a entrare in quella stessa foresta selvatica. Il teatro diventa un rito collettivo. Questa interazione annulla la passività dello spettatore, creando un ponte diretto tra l’opera elisabettiana e l’urgenza emotiva del presente. La parola shakespeariana, grazie a questa prossimità fisica, ci colpisce come uno schiaffo o come una carezza imprevista.

Bisogna tessere le lodi di un cast eccezionale, capace di sostenere fisicamente ed emotivamente un’impalcatura così complessa. Jacopo Ferro (Orlando) restituisce un tormento amoroso vibrante e carnale; al suo fianco, le interpretazioni di Matteo Federici (Adam), Christian Di Filippo (Oliver) e Marcello Spinetta (Charles/Silvio) tratteggiano figure maschili cariche di luci e ombre. Straordinari anche Michele Schiano di Cola nei panni di un Touchstone graffiante, e Lorenzo Bartoli, Jozef Gjura, Marta Pizzigallo e Stefania Medri, che compongono un affresco umano di rara intensità. Le scene di Anna Varaldo e i costumi di Giovanna Fiorentini contribuiscono a creare questo paesaggio ibrido e mutevole, mentre il disegno luci di Alessandro Verazzi e Andrea Valentini scolpisce i corpi in penombra, esaltando quel senso di erotismo e mistero. A suggellare l’atmosfera, le musiche dal vivo di Filippo Conti e Celeste Gugliandolo (che incanta anche nel ruolo di Amiens), capaci di dettare il ritmo di questo battito cardiaco collettivo.

Il finale dello spettacolo, affidato a una voce femminile in una scelta squisitamente anomala per i classici, suona come un manifesto. La regista Giulia Odetto decide di “non chiudere il discorso”, di lasciare il teatro – e noi con esso – in movimento, in perenne divenire. Questo “Come vi piace” non è solo una rilettura di un classico, ma una dichiarazione d’intenti sul futuro dell’arte scenica. La compagnia ha osato stravolgere la forma per ritrovare la sostanza originaria del teatro: il sangue, il sudore, il respiro condiviso. È un’esperienza disturbante, sensuale, meravigliosa. Una lezione di teatro contemporaneo che rimarrà a lungo impressa nella memoria di chi ha avuto il privilegio di perdersi in questa nuova, inebriante Foresta di Arden.

Emmanuele Paudice

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