Note moderne sul contemporaneo

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1). Capital Circus Chapter One – parte di un evento collaterale online di una mostra al MoMA a cura dello studio CAMP.

Nel presentare una loro vecchia mostra al MoMA fino al 20 luglio 2025 – Video After Video: The Critical Media Of CAMP – sul sito stesso del MoMA, lo studio CAMP suggerisce di dare un occhio al sito phantas.ma/moma, un archivio di video arte dello studio CAMP, quelli della mostra appunto, che aggiunge materiali per la visione oltre a quelli presentati in mostra. E lì c’è Capital Circus Chapter One: una rassegna video con testi tratti da The Condition Of Working Class In England in 1844 di Friedrich Engels, basato su alcune osservazioni sulla nascente classe operaia di Manchester (il proletariato nasce a Manchester, cuore della Rivoluzione Industriale). E a oggi i problemi sono gli stessi. Sono duecento anni che i lavoratori non trovano pace. Tutto da rifare. Non è successo niente.

Poi un vecchio cartellone pubblicitario ci ricorda che fino al 9 Novembre 2025 alla Triennale qui a Milano c’è stata la 24ma Esposizione Internazionale dal titolo Inequalities che fa perfettamente il paio con Capital Circus Chapter One e di cui si riporta solo un solo slogan: “il 50% della popolazione mondiale non ha accesso ai servizi sanitari di base” – andiamo alla Triennale.

La mostra comunque, quella del MOMA, è proprio Video After Video: The Critical Media Of CAMP. E CAMP è un combo artistico del 2007. Loro si definiscono uno studio, non un collettivo. La loro sede è a Mumbai in India. Da dove si occupano di una critica alle tecnologie di automazione multimediale come CCTV Cameras e telefonini.

Tutto questo per dire che per come si sono messe le cose negli Stati Uniti in questi giorni, come è sempre stato in realtà, trovare iscrizioni marxiste correlate a una mostra del MoMA colpisce parecchio.

Poi c’è il ricordo di una cosa sul lavoro, sull’incidenza delle nuove tecnologie sul mondo del lavoro, e allora via con il catalogo di una mostra olandese di tre anni fa, ad Amsterdam: Modern.

2). L’evoluzione artistica durante la Seconda Rivoluzione Industriale – 1870-1914 – e poi oltre, tra un prima e un dopo (Modern, il catalogo di una mostra dello Stedelijk Museum, Amsterdam, dal 18 Maggio al 24 Settembre 2023).

Di fatto l’arco temporale compreso dalla mostra approssimativamente è molto più ampio e comprendendo tutte le sue metamorfosi si aggira tra il 1840 e il 1970 – e attenzione che sono solo 130 anni, che confrontate le tele sembrano millenni. E quindi…ma quanto è vecchio questo modernismo che diventa un unicum col moderno?

Ed effettivamente c’è un evoluzione, un continuum tra passato presente e futuro delle rappresentazioni artistiche, delle correnti artistiche tra i secoli. Di fatto, stando al pensiero condiviso dei curatori della mostra, niente si crea dal nulla all’improvviso; ma per gradi, con sguardo allargato all’intero panorama geografico delle arti, si compie l’evoluzione di un modo della rappresentazione artistica molte volte per osmosi – chissà che effetto ha fatto al ricercatore ottocentesco viaggiare in Giappone e scoprire il sushi…..la modernità è il viaggio con cui si oltrepassa la visione naturale e si trapiantano nuove idee su terreni consolidati.

La mostra per esempio documenta come il nostro passato sia il presente dell’atto creativo che ci spinge verso il futuro superandolo, il passato, oltrepassando in volo lo sciame sismico di un presente da costruire. Lo scoglio da sormontare per una pura comprensione dei gesti artistici, è che il presente da costruire è il nostro futuro; e che una volta costruito, il nostro presente diventa il nostro passato e la nostra storia al volo in maniera indissolubile.

Modern, quindi, potrebbe essere Rain Speed And Steam – The Great Western Railway di Turner, pittore assai gradito, del 1844, esposto alla National Gallery di Londra – e c’è da andare lì solo per quello. O la corsa del moderno potrebbe partire da lì. Ma in mostra ad Amsterdam al posto di Turner troviamo Alfred Stieglitz, The Hand Of Man, 1902, che enfatizza il ruolo dell’uomo nel determinare un cambiamento, piuttosto che soffermarsi sul prodigio tecnologico e panteistico, che si confonde o si nasconde con o tra la natura come in Turner, rendendo il discorso più dinamico nel concedere alla mano dell’uomo la creazione di un nuovo mondo e di un nuovo paesaggio. Si tratta della nascita del modernismo e dei suoi presupposti prima che tutto venga ingoiato dalle cannonate della prima guerra mondiale e riproposto poi con altre vesti. È forse l’ultimo afflato di un umanesimo che da lì in avanti cederà il passo alla macchina neo seicentesca fino alla scomparsa della mano dell’uomo, del suo lavoro.

L’evoluzione del percorso espositivo della mostra è infatti inimitabile nel presentarci la progressiva scomparsa del lavoro della mano dell’uomo. Ammesso che non ci pensino anche lì le macchine, non ci resterà altro che il lavoro dei campi o le costruzioni per vivere.

La macchina a vapore, la realtà virtuale, l’intelligenza artificiale: son sempre le stesse cose che ci girano attorno – l’automazione, gli automata, dal Seicento…Deus ex machina…. Per quel che riguarda questo discorso, non dimentichiamo la video arte….la mano dell’uomo, il design, il lusso, il benessere sempre per meno persone come prima della Rivoluzione Francese (che è contemporanea alla Rivoluzione Industriale: e questo è un dato da approfondire). E a lì torneremo, all’assolutismo del Re Sole, se il profitto è il miglior amico del progresso tecnologico.

Si dovrebbe andare a Linz, per Ars Electronica, ideato nel 1979: pensa a quanto è vecchio il dibattito sulle nuove tecnologie.

Insomma, si sta polarizzando, radicalizzando, tutto nuovamente attorno alle due estremità concettuali del pensiero politico. Ma noi il boom economico lo abbiamo fatto col pensiero liberale e la democrazia. E già Popper lo aveva previsto in un ultimo suo libro degli anni novanta: Cattiva Maestra Televisione, in cui si preconizzava la distruzione della democrazia attraverso i mass media – e ora possiamo aggiungere internet e il digitale. Ma è da tempo che siamo manipolabili e stereotipati. Del 1922 è Public Opinion di Walter Lippman, del 1928 Propaganda di Edward Bernays, nipote di Freud, del 1988 La Fabbrica Del Consenso di Noam Chomsky, e molti altri. Sono tematiche irrisolte da duecento anni. C’è forse da ripensare il modernismo.

Photo: multimetro universale Weston Analyzer 772, Collezione FIMI-Phonola, per gentile concessione della direzione MILS, Museo delle Industrie e del Lavoro Saronnese.

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