“Stretti” segna il ritorno di MAIA dopo alcuni mesi dall’ultima pubblicazione e rappresenta un nuovo capitolo nel percorso di Erika Buzzo, progetto che si muove tra scrittura autoriale e utilizzo dell’intelligenza artificiale come strumento creativo. Il brano si inserisce in una traiettoria già avviata con “Indigesto”, ma ne sposta il baricentro: se il singolo precedente lavorava sulla precarietà generazionale in termini più espliciti e quasi documentaristici, qui l’attenzione si concentra su una dimensione più interiore, fatta di tempi compressi, scelte assorbite dalla routine e traiettorie esistenziali che si irrigidiscono senza un atto di rottura evidente.
Al centro di “Stretti” c’è una sensazione che l’autrice riconduce in parte alla propria esperienza, ma che si apre immediatamente a una lettura collettiva: l’impressione che il tempo acceleri mentre si continua a pensare di averne a disposizione, e che molte decisioni fondamentali vengano progressivamente inglobate da schemi già definiti. Non una denuncia esplicita, ma una forma di osservazione continua che lascia emergere il tema senza forzarlo in una struttura narrativa.
Questa stessa impostazione si riflette nel videoclip, dove la componente visiva evita qualsiasi costruzione troppo psicologica o lineare. Gli scarabocchi sugli occhi dei personaggi diventano un elemento centrale: una sorta di cancellazione dell’identità che non elimina la presenza fisica, ma ne riduce la leggibilità. Figure immerse in contesti quotidiani restano riconoscibili ma al tempo stesso distanti, come se fossero filtrate da una barriera percettiva che le rende universali e meno individuali. L’effetto è quello di una presenza che persiste, ma non si lascia decifrare completamente.
Parallelamente, la direzione estetica del video si fonda sull’idea di una memoria che non appare mai ricostruita, ma già vissuta. L’intervento in post-produzione lavora proprio su questo confine, introducendo imperfezioni, instabilità e incoerenze visive che avvicinano il materiale a una dimensione di archivio emotivo più che di rappresentazione ordinata. L’immagine non viene levigata, ma lasciata attraversare da elementi di disturbo che ne compromettono la nitidezza, restituendo una sensazione di tempo stratificato e non lineare.
In questo contesto, il progetto MAIA continua a definire il proprio rapporto con l’intelligenza artificiale come componente tecnica interna a un processo interamente guidato dall’autrice. La distinzione tra strumento e visione rimane centrale: la scrittura, la composizione e la direzione artistica restano pienamente umane, mentre l’AI si inserisce come supporto operativo all’interno di un perimetro autoriale definito.
“Stretti” si colloca così in continuità con il percorso precedente, mantenendo il focus sul disagio contemporaneo ma spostandolo verso una forma più intima e meno dichiarata, dove la tensione non esplode ma si sedimenta.
Stretti descrive il tempo che passa mentre “pensiamo ancora di averne”. È una sensazione autobiografica?
Lo è, almeno in origine. Ma credo sia una sensazione abbastanza collettiva oggi. L’impressione che gli anni diventino improvvisamente veloci, che certe scelte vengano assorbite dalla routine prima ancora di essere comprese davvero.
Nel video gli scarabocchi sugli occhi cancellano l’identità dei personaggi. Come è nata questa soluzione visiva?
Volevo evitare una rappresentazione troppo narrativa o psicologica. Gli scarabocchi funzionano quasi come una censura emotiva: i personaggi restano presenti ma diventano meno leggibili, più universali. Ed esteticamente bucano lo schermo.
Hai parlato di un’estetica che deve sembrare “già ricordata, non ricostruita”. Cosa significa concretamente in fase di post-produzione?
Significa evitare immagini troppo perfette, lavorare con precisione sull’imperfezione. Ho cercato di lasciare errori, micro-instabilità, passaggi sporchi, texture incoerenti. La memoria reale non è nitida: è incompleta, deformata, a volte persino corrotta.
Il progetto MAIA integra l’AI nella scrittura e nella composizione. Dove tracci il confine tra collaborazione e autorialità?
Per me l’autorialità sta nella visione, nelle scelte e nell’intenzione. L’AI è uno strumento tecnico all’interno di un processo guidato umanamente. La scrittura, la composizione, la direzione artistica, il significato del progetto: tutto questo è umano e resta tale.
Cosa ti ha lasciato “Indigesto” che hai portato dentro “Stretti”?
La conferma che si può parlare di disagio contemporaneo senza perdere estetica o delicatezza. Sono due brani dello stesso filone. “Stretti” prende la tensione di Indigesto e la porta in uno spazio più intimo.

