Dalla recente contestazione europea nei confronti di Meta al diritto alla consapevolezza digitale: Valentina Pelliccia, giornalista, esperta di comunicazione e marketing strategico con formazione giuridica, analizza il nuovo rapporto tra algoritmi, diritto, neuroscienze e libertà di scelta.
Negli ultimi mesi il dibattito internazionale sulla responsabilità delle grandi piattaforme digitali ha conosciuto una nuova accelerazione.
La Commissione europea ha infatti comunicato le proprie conclusioni preliminari secondo cui alcune caratteristiche di Facebook e Instagram (come lo scrolling infinito, l’autoplay, le notifiche push e i sistemi di raccomandazione altamente personalizzati) potrebbero non rispettare gli obblighi previsti dal Digital Services Act, in particolare quelli relativi alla valutazione e alla mitigazione dei rischi sistemici per gli utenti. Parallelamente, negli Stati Uniti proseguono diversi procedimenti giudiziari che coinvolgono Meta, alimentando una riflessione sempre più ampia sul rapporto tra tecnologia, marketing, tutela dei consumatori e responsabilità delle piattaforme.
Per comprendere un fenomeno così complesso abbiamo scelto di intervistare Valentina Pelliccia.
Giornalista, esperta di comunicazione e marketing strategico, Valentina Pelliccia lavora da molti anni nel settore finanziario, dove ha maturato un percorso professionale che integra competenze giuridiche, comunicazione interna ed esterna, relazioni istituzionali, marketing e reputazione. Prima di dedicarsi alla comunicazione aziendale ha svolto attività di consulenza legale, esperienza che ancora oggi rappresenta uno degli elementi distintivi del suo approccio professionale.
La sua formazione comprende una laurea in discipline giuridiche, un Master del Sole 24 Ore in Comunicazione, Marketing Strategico e Affari Istituzionali e un costante percorso di aggiornamento attraverso programmi e-learning seguiti presso istituzioni internazionali, tra cui Harvard, University of Michigan, Lund University ed Edinburgh, con particolare attenzione all’intelligenza artificiale, all’economia dell’attenzione, alla reputazione digitale, alle neuroscienze applicate alla comunicazione e ai sistemi complessi.
Proprio questa visione interdisciplinare che unisce diritto, comunicazione, marketing strategico e regolazione delle piattaforme, ci ha spinto a confrontarci con Valentina Pelliccia. Oggi, infatti, comprendere i social network non significa soltanto analizzare come comunicano, ma anche come vengono progettati, quali incentivi economici ne guidano lo sviluppo, quali norme li regolano e quali effetti possono produrre sul comportamento individuale e collettivo.
Insieme al professor Luciano Pietronero, uno dei maggiori studiosi italiani dei sistemi complessi, Valentina Pelliccia sta inoltre lavorando a un progetto editoriale dedicato al rapporto tra algoritmi, persuasione, diritto e libertà cognitiva, con l’obiettivo di fornire ai cittadini strumenti concreti per comprendere meglio il funzionamento dell’economia dell’attenzione.
Dottoressa Pelliccia, la recente iniziativa della Commissione europea nei confronti di Meta ha riacceso un dibattito molto acceso. Lei è tra coloro che ritengono che Meta debba essere sanzionata oppure difesa?
Valentina Pelliccia: Credo che questa contrapposizione sia fuorviante. Non mi interessa dividere il dibattito tra sostenitori e detrattori di Meta. Da studiosa della comunicazione e del diritto, ritengo che il compito di chi analizza questi fenomeni sia comprendere i meccanismi prima ancora di esprimere un giudizio.
Non possiamo criminalizzare il marketing strategico in quanto tale. Ogni impresa, in qualsiasi settore economico, utilizza strumenti di persuasione per orientare il comportamento dei consumatori. Accade nell’industria alimentare, nella distribuzione commerciale, nella televisione, nell’e-commerce, nella moda e, naturalmente, anche nei social network.
La vera questione giuridica non è l’esistenza del marketing strategico, ma il confine tra persuasione lecita e progettazione di ambienti digitali che possano incidere in maniera significativa sull’autonomia decisionale dell’utente, soprattutto quando si tratta di minori o di soggetti vulnerabili.
È proprio questo il tema affrontato oggi dal Digital Services Act, che impone alle piattaforme di grandi dimensioni obblighi specifici di valutazione e mitigazione dei rischi sistemici, oltre a maggiori requisiti di trasparenza sui sistemi di raccomandazione. Non si tratta di impedire l’innovazione tecnologica, ma di garantire che essa si sviluppi nel rispetto dei diritti fondamentali della persona.
Lei ha una formazione giuridica oltre che una lunga esperienza nella comunicazione. C’è un aspetto che, a suo avviso, nel dibattito pubblico viene sottovalutato?
Valentina Pelliccia: Sì. Si parla molto di algoritmi, ma troppo poco di trasparenza.
La trasparenza rappresenta uno dei principi cardine del diritto europeo contemporaneo. La ritroviamo nel Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), nel Digital Services Act, nel Codice del Consumo e, più in generale, nell’evoluzione della normativa europea in materia di tutela dei consumatori e dei servizi digitali.
Per questo motivo proporrei una riflessione diversa da quella che sta emergendo nel dibattito internazionale.
Più che chiedere alle piattaforme di rinunciare ai propri modelli di business, chiederei loro di rendere pienamente comprensibili i meccanismi attraverso cui tali modelli operano.
Sto lavorando proprio su questa idea anche nell’ambito del libro che sto scrivendo con il professor Luciano Pietronero.
La proposta consiste nell’introdurre una Carta di trasparenza dell’architettura persuasiva.
Immagino un documento facilmente consultabile nel quale ogni piattaforma illustri in modo semplice quali elementi del servizio sono personalizzati, quali dati influenzano il feed, quali funzioni – come notifiche, autoplay o scrolling continuo sono progettate anche per aumentare il tempo di permanenza e quali strumenti siano concretamente disponibili per limitarne l’impatto.
In altre parole, non chiederei alle piattaforme di rinunciare al profitto. Chiederei loro di rendere intellegibili gli strumenti attraverso i quali quel profitto viene generato.
Credo che il vero diritto del futuro sarà proprio questo: il diritto alla consapevolezza digitale. Non basta proteggere i dati personali; occorre mettere ogni cittadino nelle condizioni di comprendere come vengono orientate le proprie scelte e il proprio tempo di attenzione.
Dottoressa Pelliccia, lei lavora da molti anni nella comunicazione, ma proviene da una formazione giuridica. Quanto cambia il modo di leggere fenomeni come il caso Meta quando, oltre al marketing e alla comunicazione, si conosce anche il diritto?
Valentina Pelliccia: Cambia completamente la prospettiva.
Chi osserva questi fenomeni esclusivamente dal punto di vista della comunicazione tende a chiedersi se una strategia sia efficace.
Chi proviene anche da una formazione giuridica si pone una domanda ulteriore: quella stessa strategia è compatibile con i principi di trasparenza, correttezza, proporzionalità e tutela della persona?
Per questo motivo ritengo che oggi il professionista della comunicazione non possa limitarsi a conoscere il branding, il marketing o i social media.
Deve conoscere anche il diritto.
La reputazione, la comunicazione istituzionale, la gestione delle crisi, la compliance, la tutela dei consumatori, la protezione dei dati personali e la responsabilità delle piattaforme sono ormai parti dello stesso ecosistema.
Le competenze non si sommano semplicemente: si integrano.
Ed è proprio questa integrazione che, a mio avviso, permette di interpretare fenomeni complessi senza cadere in letture semplicistiche.
Lei utilizza quotidianamente i social network anche per divulgare contenuti professionali. Negli ultimi mesi, però, ha scelto di limitare la visibilità del suo profilo Instagram. Per quale motivo?
Valentina Pelliccia:
Per una scelta di responsabilità.
A seguito di vicende personali spiacevoli, che hanno comportato un utilizzo improprio della mia immagine e della mia esposizione pubblica, ho ritenuto opportuno limitare temporaneamente l’accesso al mio profilo.
È una decisione che comporta inevitabilmente una riduzione della crescita organica, delle visualizzazioni e, in alcuni casi, anche dei follower.
Ma credo che questo episodio contenga un messaggio più generale.
Viviamo in una società nella quale la visibilità viene spesso considerata un valore assoluto.
Io credo, invece, che la tutela della propria identità e della propria reputazione venga prima di qualsiasi metrica.
Se una persona possiede una solida autostima, non ha bisogno di inseguire i numeri a ogni costo.
Anche questa, a mio avviso, è educazione digitale.
Da giornalista, ritiene che oggi l’informazione riesca davvero ad aiutare i cittadini a comprendere fenomeni complessi come quelli legati all’intelligenza artificiale e alle piattaforme digitali?
Valentina Pelliccia:
Non sempre.
Viviamo nell’epoca della velocità.
Spesso si privilegia il titolo rispetto al contenuto, la polarizzazione rispetto all’analisi, la reazione immediata rispetto allo studio.
Io continuo a credere in un giornalismo che approfondisca.
Un giornalismo che legga i documenti europei, le decisioni delle autorità indipendenti, le sentenze, le ricerche scientifiche e i modelli economici prima di formulare un’opinione.
La conoscenza richiede tempo.
La semplificazione estrema produce consenso.
L’approfondimento produce cittadini più liberi.
Ed è questa, credo, la funzione più alta del giornalismo.
Lei continua a dedicare molto tempo alla formazione, anche dopo una lunga esperienza professionale. Perché?
Valentina Pelliccia:
Perché considero lo studio un dovere professionale prima ancora che una passione personale.
L’intelligenza artificiale, le neuroscienze, la regolazione europea, i sistemi complessi e l’economia dell’attenzione evolvono con una velocità straordinaria. Chi lavora nella comunicazione non può permettersi di utilizzare categorie concettuali di dieci anni fa per interpretare problemi di oggi.
Per questo motivo continuo a seguire programmi di formazione internazionali.
Non per accumulare attestati.
Ma perché ritengo che la credibilità di un professionista dipenda anche dalla sua disponibilità a rimettere continuamente in discussione le proprie conoscenze.
Quale ritiene sia oggi la vera sfida culturale dell’Europa?
Valentina Pelliccia:
A mio avviso non è l’intelligenza artificiale.
È la capacità delle persone di comprendere l’ambiente digitale nel quale vivono.
Le tecnologie cambieranno continuamente.
Gli algoritmi diventeranno sempre più sofisticati.
Le piattaforme evolveranno.
Ciò che dovrà crescere con la stessa velocità sarà la cultura dei cittadini.
Una società realmente democratica non è quella nella quale le persone vengono protette da ogni influenza.
È quella nella quale dispongono degli strumenti culturali per riconoscerla, comprenderla e scegliere consapevolmente.
Per questo continuo a credere che il futuro appartenga non soltanto all’innovazione tecnologica, ma soprattutto all’educazione, alla trasparenza e al pensiero critico.
Ringraziamo la dottoressa Valentina Pelliccia per la disponibilità e per aver condiviso un’analisi interdisciplinare che integra diritto, comunicazione, marketing strategico, regolazione delle piattaforme digitali e innovazione tecnologica. In un dibattito spesso polarizzato tra sostenitori e detrattori delle grandi piattaforme, il contributo di Valentina Pelliccia propone una prospettiva fondata sulla trasparenza, sulla consapevolezza e sulla responsabilità, offrendo spunti di riflessione che guardano non soltanto al presente, ma anche all’evoluzione del rapporto tra cittadino, tecnologia e istituzioni.


