In scena martedì 23 Giugno 2026 al Teatro Romano di Fiesole per #estatefiesolana.
Nella messinscena di Giovanni Ortoleva per I Persiani, prodotta dalla Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse, la tragedia più antica che ci sia giunta non appare come un reperto da museo, ma come un organismo ancora pulsante, un corpo politico che continua a respirare il trauma della sconfitta. Ortoleva non tenta di attualizzare Eschilo: lo lascia parlare con la sua voce antica, ma ne fa vibrare la materia nel presente, come se il testo fosse un sismografo capace di registrare scosse che non hanno mai smesso di propagarsi. Il risultato è un rito di esposizione, un teatro che mette la polis davanti allo specchio della propria Storia, ricordando che I Persiani non è mito, ma cronaca: un documento politico che porta in scena la ferita ancora aperta della battaglia di Salamina, avvenuta appena otto anni prima della rappresentazione ateniese.
La reggia di Susa, disegnata dalle scene essenziali di Emanuele Conte, è un luogo sospeso, un interno che non protegge: un palazzo che è già rovina, un’architettura mentale fatta di vento e memoria. In questo spazio rarefatto ogni gesto diventa incisione, ogni parola precipita come peso. La regia si muove come un’onda lenta, preferendo la sedimentazione al pathos immediato: il dolore non esplode, si accumula; la tragedia non è un grido, ma un’eco che si stratifica. Ortoleva restituisce al testo la sua natura di documento politico, di cronaca ritualizzata: la Persia sconfitta non è un simbolo, è un fatto. E proprio per questo fa male.
In questo paesaggio emotivo si staglia Valentina Picello, che scolpisce un’Atossa di rara intensità. La sua regalità è ferita, verticale, tesa: un corpo che sembra un’antenna capace di captare presagi. Picello lavora sulla fragilità come su un materiale prezioso: la voce è un filo che si tende e si spezza, gli occhi un archivio di paure. La sua Atossa non domina, ascolta; non ordina, supplica. È una figura che si disfa mentre tenta di mantenere la forma, incarnando un impero che vacilla. In lei la tragedia diventa esposizione: la sovrana che dovrebbe essere il centro del potere è invece il punto più vulnerabile del sistema.
Il Coro, affidato a Enrico Campanati, diventa una presenza scultorea. Non è un gruppo, ma un individuo che contiene la moltitudine. La scelta registica di condensare la coralità in un solo corpo produce un effetto di densità: Campanati diventa archivio vivente, voce della comunità persiana che guarda la propria disfatta e tenta di darle un nome. La sua vocalità è stratificata: toni bassi che sembrano provenire dal sottosuolo, improvvise aperture luminose, un ritmo che alterna la cronaca alla preghiera. Il Coro non commenta: testimonia.
Pietro Giannini, chiamato a incarnare Messaggero, Ombra di Dario e Serse, compone un trittico coerente sulle metamorfosi del potere. Il Messaggero è la voce del reale, un corpo che porta notizie come ferite, interpretato con precisione documentaria. L’Ombra di Dario è un’apparizione che non consola: un padre che non può proteggere, un re che non può regnare, una presenza che sembra provenire da un luogo dove il tempo non scorre. Serse, infine, è il rovescio della regalità: non più sovrano, ma uomo. La sua entrata è un crollo, un corpo svuotato che porta in scena la disfatta come condizione esistenziale. Giannini attraversa queste tre figure come tre modi di perdere.
I costumi di Daniela De Blasio lavorano su una regalità spenta, tessuti consumati dal tempo, colori che portano la traccia della sconfitta. Le musiche di Pietro Guarracino non accompagnano, scavano: suoni che sembrano provenire da un altare, da un campo di battaglia, da un sogno infranto. L’intero impianto visivo e sonoro costruisce una Persia interiore, un paesaggio emotivo più che geografico.
Ortoleva restituisce alla tragedia la sua natura di testo politico: non un mito, ma una ferita. Il pubblico è chiamato a guardare la Storia non come racconto, ma come responsabilità. La distanza temporale non attenua, amplifica. La Persia sconfitta diventa ogni potere che si crede invincibile. I Persiani diventano un monito: la Storia non è mai lontana, e il teatro è il luogo in cui la comunità può guardarla senza filtri.
La messinscena è un atto di ascolto: del testo, della Storia, del dolore. Giovanni Ortoleva non interpreta Eschilo, lo lascia respirare. E nel farlo costruisce un teatro che non consola, non spiega, non semplifica. Un teatro che espone. I Persiani diventano così un rito di vulnerabilità collettiva: un luogo in cui la comunità guarda la propria fragilità e la riconosce. Un teatro che non chiude, ma apre; non risolve, ma interroga; non celebra, ma ricorda.
Giuliano Angeletti
I persiani di Eschilo
regia di Giovanni Ortoleva
con Valentina Picello (Atossa), Enrico Campanati (Coro), Pietro Giannini (Messaggero – Dario – Serse)
scene Emanuele Conte
costumi Daniela De Blasio
musiche Pietro Guarracino. Photo Giulia
produzione Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse

