Corriere dello Spettacolo

«Deep Water»: Quando il disaster movie sfiora il surrealismo tra Final Destination e prodigi biblici

 

Se c’è una cosa che il cinema di genere ci ha insegnato, è che l’oceano aperto non perdona. Ma “Deep Water”, il nuovo survival thriller firmato da Renny Harlin e arrivato finalmente nelle sale, porta il concetto di “sfortuna” a un livello completamente nuovo.

Quella che doveva essere una classica storia di sopravvivenza in mare aperto tra rottami e squali si trasforma rapidamente in un’esperienza visiva surreale, a tratti grottesca, dove la fisica, la probabilità e la logica narrativa sembrano essere state dimenticate a terra prima del decollo.

Una catena di eventi degna di Final Destination

Il film si apre su un volo internazionale da Los Angeles a Shanghai. Ciò che innesca la tragedia non è una tempesta né un guasto strutturale ordinario, ma un’incredibile ed esasperata reazione a catena: un power bank riposto male prende fuoco nella stiva, provocando un’esplosione che squarcia la cabina e distrugge i motori.

La sequenza dell’incidente è una sinfonia di casualità al limite del grottesco: intere file di passeggeri risucchiate nel vuoto, detriti che volano come proiettili guidati e un ammaraggio d’emergenza che finisce per impattare con chirurgica precisione contro una barriera corallina. L’effetto domino è così estremo e punitivo da far sembrare la saga di Final Destination un pacato documentario sulle norme di sicurezza ACI.

Power Bank in Stiva  ➔  Esplosione & Guasto  ➔  Ammaraggio su Barriera  ➔  Squali & Elicotteri

 

Soccorsi assurdi ed elicotteri cadenti

Una volta in acqua, la situazione precipita ulteriormente. I superstiti, già provati dal disastro aereo, si ritrovano accerchiati da banchi di squali famelici e iperattivi. Ma è al momento dell’arrivo dei soccorsi che la pellicola abbandona ogni residuo di verosimiglianza:

 

«Non è più solo un horror acquatico; è una commedia involontaria sulla legge di Murphy applicata al cinema di serie B.»

 

Il peschereccio e il “miracolo” dei pesci

Il culmine del surrealismo si raggiunge nell’atto finale, quando a fare la sua comparsa è un peschereccio. In una scena che sfida le leggi della biologia e sfiora il misticismo biblico, i pescatori iniziano a gettare in mare il pescato del giorno per diversificare e allontanare gli squali dai superstiti.

Quelli che fino a un secondo prima sembravano pesci morti, immobili sul ponte, una volta scagliati in acqua sembrano rianimarsi e muoversi con un’energia quasi prodigiosa, creando un’agitazione acquatica che lascia lo spettatore interdetto. Tra moltiplicazione dei pani e dei pesci e rianimazione marina, il film tocca vette di camp involontario davvero memorabili.

Il Verdetto

GIUDIZIO FINALE: «Deep Water» non è certo il film che cambierà la storia dei thriller sulla sopravvivenza, ma se cercate due ore di puro intrattenimento senza freni, dove l’assurdo prende il sopravvento su ogni legge fisica e di sceneggiatura, la pellicola di Harlin regala momenti di perplessa ilarità visiva difficili da dimenticare. Un cult del «so-bad-it’s-good» annunciato.

 

Emmanuele Paudice

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