Nel Cortile dell’ex Appannaggio, il musicista marchigiano ha attraversato jazz, blues, swing e canzone d’autore. Prima del concerto, l’annuncio dell’iscrizione del Teatro Pergolesi nella Lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO
JESI – Un pianoforte a coda al centro di una grande scena, il pubblico raccolto nel Cortile dell’ex Appannaggio e, intorno, l’architettura urbana trasformata per una sera in spazio d’ascolto. Raphael Gualazzi è arrivato a Jesi domenica 26 luglio, alle ore 21, per uno degli appuntamenti più attesi del XXVI Festival Pergolesi Spontini, presentandosi nella forma essenziale del concerto per pianoforte e voce. L’evento, organizzato dalla Fondazione Pergolesi Spontini con Kino Music, era stato annunciato come un percorso attraverso i successi e le principali ispirazioni dell’artista, dalle colonne sonore alle riletture di arie d’opera, dagli omaggi alla tradizione musicale afroamericana alle incursioni nei repertori italiano e internazionale.
La scena appariva quasi spoglia: nessun apparato spettacolare destinato a prevalere sulla musica, ma il pianoforte, il microfono e la figura dell’interprete. Proprio questa apparente semplicità ha rivelato la natura più autentica dello spettacolo. Gualazzi non si limita infatti a eseguire un repertorio: costruisce intorno allo strumento una vera drammaturgia personale, fatta di gesti, pause, improvvisazioni, inflessioni vocali e improvvise accelerazioni ritmiche. Il pianoforte diviene orchestra, spazio scenico e interlocutore; la voce, talvolta ruvida e trattenuta, talvolta aperta a una cantabilità più limpida, completa un linguaggio nel quale la precisione tecnica non cancella mai il piacere dell’invenzione.
Il musicista marchigiano, nato a Urbino e formatosi al Conservatorio “Gioachino Rossini” di Pesaro, ha sviluppato nel tempo una ricerca capace di congiungere la tradizione classica con il jazz, il blues e le diverse forme della musica popolare contemporanea. La sua affermazione presso il grande pubblico risale al 2011, quando vinse la categoria Giovani del Festival di Sanremo con Follia d’amore, ottenendo nello stesso anno il secondo posto all’Eurovision Song Contest.
A Jesi, tuttavia, il dato biografico e la notorietà mediatica sono rimasti sullo sfondo rispetto alla presenza concreta del musicista. Le sonorità del blues si sono intrecciate con il jazz, lo swing, il ragtime e lo stride piano, secondo una poetica fondata non sulla rigida separazione dei generi, ma sulla loro continua contaminazione. La formazione classica riemergeva nella disciplina del tocco e nella consapevolezza armonica; il blues nella libertà espressiva; lo swing nel rapporto fisico con il ritmo; la canzone d’autore nella capacità di condensare un racconto entro una melodia. Lo stesso artista definisce il proprio percorso come una fusione di tradizioni musicali differenti, nella quale convivono musica classica, ragtime, jazz, soul, swing e pop.
Una celebrità fuori dagli schemi
Osservato dalla prospettiva degli star studies, Gualazzi occupa una posizione singolare nel panorama italiano. La sua immagine pubblica non è costruita attraverso l’ostentazione, la trasgressione o la continua esposizione privata, ma mediante la riconoscibilità di uno stile. La sua “persona” artistica coincide quasi interamente con l’atto musicale: l’abito elegante, il pianoforte a coda, la gestualità concentrata, l’ironia discreta, il modo di piegarsi sulla tastiera e di lasciarsi attraversare dal ritmo.
La celebrità, nel suo caso, non si presenta come distanza inaccessibile, ma come familiarità coltivata attraverso la performance. Gualazzi appare al tempo stesso contemporaneo e fuori dal tempo: appartiene pienamente al sistema della musica popolare e dei grandi eventi, ma porta con sé l’immaginario dei pianisti dei locali jazz, dei cantanti-conférenciers, delle orchestre da ballo e dello spettacolo novecentesco. La sua figura pubblica nasce proprio da questa tensione: essere riconoscibile senza trasformarsi in una maschera immobile, essere popolare senza rinunciare alla complessità musicale.
Anche la dimensione solistica rafforza tale costruzione identitaria. Senza una formazione strumentale alle spalle, l’artista espone direttamente la propria tecnica, il respiro, le esitazioni apparenti e l’energia del gesto. Ogni brano sembra nascere nel momento stesso in cui viene suonato. È naturalmente una spontaneità sorretta da una solida preparazione, ma agli occhi del pubblico assume la forma dell’immediatezza: il concerto diventa un incontro irripetibile, non la semplice riproduzione di un prodotto già definito.
Da qui deriva una particolare idea di autenticità. Gualazzi non cerca di nascondere i propri riferimenti storici; al contrario, li esibisce, li attraversa e li trasforma. Il passato non viene restaurato come un reperto, ma rimesso in circolazione. Ragtime, blues, swing e jazz sono materiali vivi, aperti a deviazioni, citazioni, variazioni e improvvisazioni. La tradizione, pertanto, non limita l’invenzione: ne costituisce la condizione.
L’annuncio del riconoscimento UNESCO
La serata ha assunto un significato ulteriore per la città. Prima del concerto, il sindaco di Jesi Lorenzo Fiordelmondo e il direttore artistico della Fondazione Pergolesi Spontini, Cristian Carrara, hanno condiviso con il pubblico la notizia dell’iscrizione del Teatro Pergolesi nella Lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO.
La decisione è stata adottata il 26 luglio, nel corso della quarantottesima sessione del Comitato del Patrimonio mondiale, riunita a Busan, in Corea del Sud. Il sito seriale riconosciuto è denominato “Il sistema dei teatri condominiali all’italiana del XVIII e XIX secolo nell’Italia centrale” e comprende dieci edifici, otto dei quali situati nelle Marche. Fra questi figura il Teatro Pergolesi di Jesi, insieme con il Ventidio Basso di Ascoli Piceno, il Serpente Aureo di Offida, il Teatro dell’Aquila di Fermo, il Lauro Rossi di Macerata, il Feronia di San Severino Marche, il Gentile da Fabriano e il Bramante di Urbania.
Non si tratta soltanto di un riconoscimento architettonico. I teatri condominiali all’italiana sono espressione di una precisa idea di comunità: nacquero come luoghi nei quali la società urbana si rappresentava, si incontrava e costruiva la propria identità. L’iscrizione UNESCO premia dunque gli edifici, ma anche la funzione culturale e civile che essi hanno esercitato nel corso dei secoli.
Per Jesi, il valore del riconoscimento è ancora più profondo. Il Pergolesi non è un monumento isolato, ma un organismo tuttora attivo, attraversato dalla lirica, dalla musica, dalla prosa, dalla formazione e dalla produzione culturale. La direzione artistica della Fondazione è affidata a Cristian Carrara, mentre il Festival Pergolesi Spontini 2026, intitolato Accordi disarmanti, propone trenta appuntamenti fra Jesi e la Vallesina, secondo un progetto che mette in relazione generi diversi, patrimonio storico e creazione contemporanea.
L’annuncio, affidato alla voce delle istituzioni davanti al pubblico riunito per il concerto, ha creato una significativa continuità fra il Teatro Pergolesi e il Cortile dell’ex Appannaggio. Da una parte, il teatro storico riconosciuto come bene di valore universale; dall’altra, uno spazio cittadino temporaneamente trasformato in luogo scenico. In entrambi i casi, la cultura si è manifestata come pratica collettiva e non come semplice conservazione.
La tradizione come materia del presente
Proprio il concerto di Gualazzi ha offerto la cornice ideale per celebrare questo risultato. La sua musica dimostra infatti che la tradizione non coincide con l’immobilità. Come il Teatro Pergolesi continua a vivere attraverso gli spettacoli, le produzioni e il rapporto con il pubblico, così il jazz, il blues e lo swing sopravvivono soltanto quando vengono nuovamente interpretati.
Nel finale, l’immagine dell’artista che si alza dal pianoforte e si inchina davanti alla platea ha riassunto il significato della serata. Da una parte il musicista, solo davanti al proprio strumento; dall’altra una comunità raccolta nello spazio pubblico. Tra i due, la musica come forma di relazione.
Jesi ha celebrato nello stesso momento un artista marchigiano capace di raggiungere una notorietà internazionale e un teatro che entra ufficialmente nel patrimonio dell’umanità. Due storie diverse, accomunate dalla medesima consapevolezza: l’arte acquista valore quando riesce a custodire la memoria senza rinunciare al presente.
Andrea Carnevali


