Sessuologa clinica e divulgatrice, specialista in riabilitazione del pavimento pelvico maschile e femminile, Ylenia Di Franco è diventata negli ultimi anni uno dei punti di riferimento online per chi cerca risposte affidabili su sessualità, relazioni e benessere intimo. Attraverso i social affronta ogni giorno temi delicati con un linguaggio semplice ma rigorosamente scientifico, contribuendo a sfatare falsi miti e ad abbattere pregiudizi ancora profondamente radicati nella nostra società.
Il sesso è uno degli argomenti più cercati online, ma anche uno dei meno affrontati con competenza. Perché secondo te esiste ancora questo paradosso?
Perché continuiamo a confondere la visibilità della sessualità con la sua comprensione. Siamo circondati da contenuti che parlano di sesso, ma molto raramente di salute sessuale. Così le persone cercano risposte online, dove è facile imbattersi in informazioni scorrette. La vera sfida oggi è fare educazione scientifica, chiara e accessibile: la sessualità è parte della salute, non un tabù.
Hai raccontato che il tuo percorso professionale nasce da un’esperienza personale difficile. Quanto quella sofferenza ha cambiato il tuo modo di lavorare con i pazienti?
Ha cambiato il mio modo di ascoltare. La competenza si costruisce con lo studio, ma l’esperienza personale mi ha insegnato il valore dell’empatia e della sofferenza. Oggi so quanto sia importante far sentire ogni paziente accolto, creduto e mai giudicato.
Sui social rispondi ogni giorno a domande molto intime. Qual è il dubbio che ti viene posto più spesso e che rivela un problema culturale ancora irrisolto?
La domanda più frequente è: “Quello che provo è normale?”. Questo ci dice che il vero problema non è la sessualità, ma la mancanza di educazione e di spazi sicuri in cui parlarne senza vergogna.
Tra pornografia, social network e intelligenza artificiale, i giovani stanno costruendo la loro educazione sessuale in modo molto diverso rispetto alle generazioni precedenti. Ti preoccupa questa evoluzione?
La tecnologia è una risorsa straordinaria, ma non può essere l’unica educatrice. Se mancano dialogo, educazione e riferimenti autorevoli, il rischio è costruire aspettative irrealistiche sul corpo, sul piacere e sulle relazioni.
Qual è il falso mito sulla sessualità che combatti più frequentemente e che continua a resistere nonostante tutta l’informazione disponibile?
Che esista una normalità a cui tutti debbano conformarsi. La sessualità è estremamente varia: ciò che conta non è essere “normali”, ma stare bene, nel rispetto di sé e dell’altro.
Nel tuo lavoro incontri sia uomini sia donne. Chi fa più fatica a chiedere aiuto quando vive un problema legato alla sessualità?
Vedo uomini e donne con la stessa sofferenza, ma con ostacoli diversi. Gli uomini temono il giudizio, le donne spesso minimizzano i propri sintomi. Il risultato è lo stesso: chiedono aiuto troppo tardi.
Parli spesso dell’importanza del pavimento pelvico, ma è ancora un argomento poco conosciuto. Quali segnali non dovremmo mai sottovalutare?
Il messaggio più importante è questo: non bisogna abituarsi al disagio. Qualsiasi sintomo che limita la quotidianità o la sessualità merita attenzione, perché esistono percorsi terapeutici efficaci.
Le coppie oggi parlano davvero di sesso oppure è ancora uno dei temi più difficili da affrontare all’interno di una relazione?
Molte coppie parlano di sesso, ma spesso solo quando emerge un problema. La vera intimità nasce dalla capacità di comunicare anche prima, raccontando desideri, bisogni e difficoltà senza paura del giudizio.
Se potessi introdurre una sola ora obbligatoria di educazione sessuale in tutte le scuole italiane, quale messaggio vorresti che ogni ragazzo e ogni ragazza portassero a casa?
Vorrei che portassero a casa un concetto semplice: conoscere il proprio corpo è un atto di cura e di responsabilità. La sessualità non riguarda solo il sesso, ma il rispetto di sé, dell’altro, dei propri confini e delle proprie emozioni. Educare significa dare strumenti per vivere relazioni più consapevoli e più sane.
La tua comunicazione è molto diretta, ma sempre scientifica. Dove finisce la divulgazione e dove inizia il rischio di trasformare la sessualità in semplice intrattenimento?
La linea di confine è il rispetto della complessità. La sessualità non è solo curiosità o intrattenimento: è corpo, emozioni, salute e relazione. Una divulgazione di qualità apre domande e offre risposte basate sulla scienza, senza trasformare l’intimità in spettacolo.
Qual è stata la testimonianza di un paziente o di una paziente che ti ha fatto capire quanto il tuo lavoro possa davvero cambiare la qualità della vita delle persone?
«La testimonianza che porto nel cuore è quella di chi mi ha detto: “Pensavo di dover convivere con questo per sempre”. Quando una persona scopre che esiste una strada per stare meglio, cambia il rapporto con il proprio corpo e con la propria vita. È questo il senso più profondo del mio lavoro.
Se dovessi sfatare un solo tabù entro la fine del 2026, quale sceglieresti e perché proprio quello?
Vorrei eliminare l’idea che il disagio sessuale debba essere sopportato in silenzio. Dolore, difficoltà e dubbi non sono motivo di vergogna: sono segnali che meritano ascolto e cura. Parlare di sessualità con serenità significa fare prevenzione e migliorare la qualità della vita.
Manuele Pereira

