Il bosco incantato torna a danzare: “Sogno di una notte di mezza estate” al San Carlo

Data:

 

C’è un motivo se, da Petipa a Balanchine, da Fokine ad Ashton, ogni generazione di coreografi ha sentito il bisogno di misurarsi con il “Sogno di una notte di mezza estate”. Il capolavoro shakespeariano, con la sua trama di equivoci amorosi, incantesimi e teatro nel teatro, è un terreno ideale per la danza: un testo che vive di apparizioni, trasformazioni e ambiguità, cose che le parole possono solo evocare ma che un corpo in movimento può letteralmente incarnare. È in questa lunga tradizione che si inserisce la versione firmata da Paul Chalmer, scelta dal direttore Renato Zanella per la stagione di danza del Teatro San Carlo di Napoli.

Il testo di Shakespeare intreccia il mondo reale della corte ateniese con quello fatato del bosco governato da Oberon e Titania. Al centro c’è l’amore irrazionale: Ermia, Lisandro, Elena e Demetrio vengono travolti da un pasticcio di incantesimi orchestrato dal folletto Puck su ordine di Oberon, che vuole sottrarre alla regina delle fate un paggio conteso. Il succo di un fiore magico fa innamorare chi si risveglia della prima creatura vista, e da qui nasce una catena di equivoci: Lisandro si invaghisce per errore di Elena, poi tocca a Demetrio, mentre Titania si incapriccia dell’artigiano Bottom, trasformato da Puck in un uomo con la testa d’asino. In parallelo, un gruppo di artigiani prova lo spettacolo da rappresentare alle nozze di Teseo e Ippolita, regalando all’opera quel teatro nel teatro comico e goffo che ne chiude la struttura. Risolti gli intrighi grazie a Oberon, tre matrimoni coronano la vicenda, lasciando allo spettatore il dubbio se tutto sia stato sogno o realtà.

Dapprima giudicata minore, l’opera è stata riscoperta dal Romanticismo che ne ha valorizzato la componente onirica e notturna. Nel Novecento la critica psicoanalitica ha letto l’amore cieco dei protagonisti come proiezione delle pulsioni inconsce, elevando il testo da fiaba innocente a opera complessa sulla follia amorosa. È da questa molteplicità di letture che nasce la vivace coreografia di Paul Chalmer, nata originariamente per l’Opera di Roma (nel 2009), con un’Ippolita cucita addosso alla divina Carla Fracci a fine carriera, quindi molto più mimata che ballata. Nel 2019 la coreografia è stata riscritta in gran parte per il Corpo di Ballo napoletano ed è stato reinventato un ruolo di Ippolita completamente danzato, anche se, per sua stessa ammissione, Chalmer ama apportare di volta in volta cambiamenti adeguando le parti ad ogni singolo ballerino per metterne in risalto il potenziale. Il linguaggio coreografico da lui scelto resta saldamente neoclassico nella successione dei quadri, sorretto da assoli tecnicamente impegnativi e consoni al carattere musicale di ciascun personaggio: una scrittura che asseconda la doppia natura del testo, mondana e fatata, senza cedere a soluzioni puramente decorative. È un impianto che permette al Corpo di Ballo di mettere in mostra sia la solidità tecnica dei solisti sia la coesione dell’insieme, compreso il gruppo di allievi della scuola coinvolti in scena, segno tangibile del lavoro didattico portato avanti da Zanella, anche direttore della scuola del San Carlo. Il cast visto in scena nella recita del 28 ha subito numerose variazioni dovute a infortuni di alcuni danzatori principali. Coppie assortite diversamente dall’origine, ruoli interpretati dopo poche prove e danzatori intercambiabili, ma il risultato è stato sorprendente, segno tangibile della grande professionalità dei solisti del San Carlo. Il giovane Daniele Di Donato disegna un Oberon dalla tecnica solida e dall’imponente presenza scenica, mentre Anna Chiara Amirante è una Titania raffinatissima, capace di trasformare ogni passo in bellezza pura, in ottima forma nonostante le sia toccato danzare in tutte le recite senza pausa, interpretando persino ruoli diversi. Il ruolo di Puck trova in Danilo Notaro un interprete di grande impatto, energico e pulitissimo nell’esecuzione. Bene anche le soliste Valeria Iacomino, Candida Sorrentino e Martina Affaticato, rispettivamente Ermia, Elena e Ippolita, mentre Stanislao Capissi conferisce a Teseo un aplomb perfetto, ottimo compromesso tra tecnica e drammaturgia. Divertente e spettacolare, come da tradizione, l’intermezzo di Tisbe, che Danilo Di Leo interpreta con tutta la verve richiesta. Mai visto un Dio Mercurio divino quanto Salvatore Manzo, che, nella lotta con l’orchestra che accelera in un crescendo sempre più rapido, trionfa con la variazione senza penalizzare né la tecnica da manuale né la capacità interpretativa. A completare il quadro concorrono i costumi di Elena Mannini e le scene di Pasqualino Marino, entrambi punti di forza dello spettacolo, oltre al notevole Pas de deux di corte. Sul versante musicale, ottima l’esecuzione dell’orchestra diretta da Philippe Beran, affiancata dalle voci del soprano Juliette Di Bello, del mezzosoprano Gabriela Korzystka e del coro diretto da Fabrizio Cassi, un apparato che restituisce pienamente la fusione fra danza, musica e canto voluta dalla partitura. Ne esce uno spettacolo riuscito, accolto con entusiasmo dal pubblico, capace di riportare in scena l’incanto ambiguo del testo shakespeariano: un sogno che, calata la tela, resta impresso nella memoria dello spettatore come autentica esperienza immersiva.

Serena Cirillo

Seguici

11,409FansMi Piace

Condividi post:

spot_imgspot_img

I più letti

Potrebbero piacerti
Correlati

3^ edizione  del  “ Premio Stelvio Cipriani” – Circolo degli Esteri Roma

  Grande successo per  la 3^ edizione del “Premio Stelvio...

“Io cittadino insegnante”. Un nuovo approccio verso i giovani

Vedere il mondo dell'adolescente con prospettive diverse, attraverso il...

Federica Pacela, centomila follower di puro splendore

Quando ha raggiunto lo straordinario traguardo di centomila followers,...

Semplicemente indimenticabile: la grande serata di Ben Harper a “Umbria Jazz”

Umbria Jazz Festival, Perugia, Arena Santa Giuliana. Giovedì 13...