I grandi del cinema italiano. Gillo Pontecorvo, il mio prossimo film…

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Gilberto Pontecorvo, in arte Gillo nasce a Pisa il 19 novembre 1919, è stato regista, sceneggiatore, attore, compositore e partigiano italiano. Fratello del fisico Bruno Pontecorvo, è cresciuto in una famiglia ebraica benestante. Gillo abbandonò la facoltà di chimica, voleva fare il direttore d’orchestra, questo non accadde, ma la passione per la musica rimase viva per tutta la sua vita.  Donatella Baglivo: Gillo, quali sono i ricordi della tua infanzia? Gillo Pontecorvo: La mia infanzia non me la ricordo con grande gioia. Abitavamo proprio vicino al Duomo, di notte andavamo a pattinare sul marmo che circonda la chiesa e le guardie venivano a farci contravvenzione. D.B.: Quali erano i rapporti con i tuoi genitori?  G.P.: Con mio padre sono stati abbastanza distanti fino a diciassette anni. Mi ricordo che un’estate siamo restati soli perché gli altri erano andati in vacanza ed io dovevo dare un esame, e lì siamo diventati grandi amici.  D.B.: E con tuo fratello Bruno? G.P.: Tra fratelli e sorelle eravamo otto, io ero molto legato a Bruno, che faceva il fisico, fu lui ad insegnarmi a giocare a tennis.  D.B.: Nella tua famiglia l’interesse prevalente era la scienza, tuo fratello Bruno ha lavorato addirittura con Enrico Fermi a Via Panisperna, come mai tu poi hai tradito la scienza? G.P.: Perché ho scelto chimica? Perché se fossi tornato a casa dicendo che mi ero iscritto a lettere mi avrebbero preso in giro, come se avessi detto che ero diventato gay, questo a causa di quei pregiudizi un po’ ridicoli che c’erano all’epoca della mia giovinezza. D.B.: Che incidenza ha avuto sulla tua educazione l’appartenenza ad una famiglia ebrea?  G.P.: Nessuna, perché i miei non erano religiosi, io conoscevo pochissimo del mondo ebraico fino a quando non mi sono capitati tra le mani, i libri di Isaac B. Singer e poi di Joseph Roth, che parlano del mondo ebraico orientale e attraverso quello ho cominciato a sentire un certo legame, che prima praticamente non esisteva. Questi libri come “la famiglia Moscat”, “Giobbe. Romanzo di un uomo semplice” ecc. mi hanno fatto capire tante cose. D.B.: E’ stata la scoperta di una cultura o di una religione? G.P.: No, no sono agnostico, credo che non bisogna porsi questi problemi, che nessuno li potrà risolvere e quindi è stata una scoperta di un mondo. D.B.: Ti sei accorto che erano finiti gli anni del consenso e che Mussolini era contestato dai giovani intellettuali?  G.P.: Io devo dire la verità, non mi sono accorto di nulla, ero completamente ignorante di politica, ho cominciato a capire qualche cosa quando sono andato in Francia e lì mi si è aperto un mondo, ricordatevi che in Italia, nei bar, c’era scritto, “qui non si parla di politica né di alta strategia”. In Francia invece c’erano emigrati, antifascisti e un gruppo straordinario di itellettuali tra cui uno è diventato premio Nobel.  D.B.: Tu hai operato nella resistenza, avevi mai aderito al fascismo, o avevi simpatizzato per Mussolini?  G.P.: Assolutamente no, però ero Balilla perché a scuola erano tutti Balilla. D.B.: Le leggi razziali del 1938, quanto hanno influenzato la tua vita?  G.P.: Molto poco perché fino all’arrivo dei tedeschi queste leggi razziali erano odiose moralmente ma blande. Fino a che non sono arrivati i tedeschi, non c’erano stati problemi, ma da quel momento lì, ho cominciato a fare il partigiano, quindi i problemi erano uguali: ebreo o partigiano era lo stesso, se ti beccavano, ti beccavano di brutto.  Nel 1938, in seguito alla stretta delle leggi razziali, ho seguito mio fratello Bruno a Parigi , con cui ho frequentato l’ambiente degli esuli politici italiani e il mondo culturale francese dove conobbi artisti come Pablo Picasso, Igor’ Fëdorovič Stravinskij e Jean-Paul Sartre. Dalla capitale francese iniziai a scrivere come corrispondente per alcune riviste e mi mantenni partecipando anche a tornei di tennis.  Le mie prime esperienze nel cinema, le feci collaborando come assistente per Yves Allégret. Nel 1940 con mio fratello Bruno  fuggimmo da Parigi fino a Tolosa; nel 1941 aderii al Partito Comunista Italiano e coordinai in Piemonte e Lombardia alcune azioni partigiane con il nome di battaglia di Barnaba.  D.B.: Molti italiani videro l’entrata in guerra come una passeggiata, quali furono i tuoi pensieri in quel momento, la fame… cosa ricordi?  G.P.: In quel momento io ero in Francia ed ero decisamente contro il fascismo, quindi vedevamo l’entrata in guerra come un altro crimine del fascismo. D.B.: Quali tracce ha lasciato la guerra dentro di te?  G.P.: ,Non lo so, bisognerebbe essere uno psicologo, ha lasciato più  tracce  la liberazione che la guerra. Ricordo con grande piacere quel periodo lì, era molto bello sia a Roma che a Parigi, perché – subito dopo la liberazione mi capitava di andarci – c’era proprio un aria nuova, diversa.   D.B.: A  leggere oggi le lettere dei condannati a morte della resistenza, avvertiamo un violento senso di colpa, quali errori avremmo potuto non fare per evitare che la classe politica tradisse le speranze degli italiani?  G.P.: Questo è un problema molto complicato, sottovalutato per la forza dell’abitudine, della burocrazia, l’estensione del potere delle classi che avevano dominato sotto il fascismo e che erano poi passate nel regno democristiano, quasi senza scosse. Tutto questo ha frenato i grandi slanci.   D.B.: Cosa sognavi di fare da piccolo?  G.P.: Devo aver cambiato tante volte, ho lavorato clandestinamente per i partiti antifascisti quando si preparava la caduta del fascismo, poi molta pesca subacquea, sì ho fatto il giornalista, tennis  e poi il cinema…  D.B.: Hai qualche Hobby, cosa fai quando non leggi e non lavori?  G.P.: Nella campagna curo le mie piante, ma è veramente una mania, mi danno grandissime soddisfazioni, mi piace molto occupare il tempo libero così, è bellissimo.  Carlo Lizzani: I primi passi nel cinema, Gillo, li ha fatti con me nel dopoguerra, interpretando un operaio che viene fucilato nel film  “Il Sole Sorge Ancora”, di Aldo Vergano e Peppe De Santis, che girammo a Milano nel 1945.  D.B.: Carlo, anche tu facevi l’attore in quel film?  Carlo Lizzani: Facevo l’attore, lo sceneggiatore, tutti facevamo tutto e inserimmo anche Gillo, lì conobbe il cinema per la prima volta.  G.P.: Il film era prodotto dall’unione partigiani d’Italia, cioè con pochissime lire, c’erano tre aiuto regista: Giuseppe de Santis, Carlo Lizzani e io, avendo così pochi soldi ci hanno chiesto di fare delle parti nel film come attori, per me era un disastro perché il povero Vergano mi doveva dare un bicchiere di cognac prima di andare in scena sennò mi vergognavo, sono il peggior attore d’Europa. Poi nel 1948 ho sostituito Alfonso Gatto (giornalista, scrittore, storico), alla direzione del quindicinale comunista “Pattuglia”.  D.B.: Quando è entrato l’amore per il cinematografo nella tua vita?  G.P.: Il cinema vi è entrato attraverso la visione di “Paisà” di Rossellini e attraverso la mia passione per la fotografia,  quando vidi questo film, uscendo dal cinema ho detto: “Basta io cambio mestiere e voglio fare il cinema”, mi sono comprato una Paillard 16 m/m e ho cominciato a fare dei brevi documentari per conto mio, a sfondo sociale come “Missione Timiriazev” sul Delta del Po (1953) e “Pane e zolfo” (1956), negli stessi anni ho fatto l’ aiuto regista per Mario Monicelli, Steno e per il film a episodi “L’amore in città”; a me i documentari sono sempre piaciuti tantissimo, quindi ho cominciato a farli come pratica.  D.B.: Molti riconoscono al cinema del dopoguerra una incisiva funzione di stimolo sociale. Sei d’accordo con questa tesi?  G.P.: Totalmente d’accordo, perché direi che per esempio il neorealismo ha dato l’avvio ad una stagione di interesse per il prossimo, di solidarietà, che era assolutamente sconosciuta nella nostra cultura, nella nostra società. In seguito la commedia all’Italiana ci ha aiutati a conoscere i limiti e le possibilità del  carattere di noi italiani, i nostri difetti, le nostre potenzialità.   D.B.: C’è stata un’epoca eroica nel cinema italiano, pochi soldi, sacrifici sovrumani, ma grandi idee e prodotti geniali. Hai nostalgia di quegli anni?  G.P.: Direi che tutti hanno nostalgia di quegli anni, c’è stato un periodo in cui il cinema è stato il migliore ambasciatore per il nostro paese. Noi uscivamo dalla guerra che eravamo gli ex nemici, gli ex fascisti, detestati in tutto il mondo e venne fuori questa meravigliosa epoca del neorealismo che ci riconquistò simpatie come più di cinquanta ambasciatori inviati nel mondo.  D.B.: Se hai avuto un maestro è stato Rossellini allora…?  G.P.: Direi che senz’altro è la persona che mi ha più influenzato. Anche se nel mio cinema ci si possono trovare le atmosfere di un certo cinema russo, cioè Eisenstein, Kudovski, una certa coralità di massa che un po’ è entrata anche nel mio cinema.  D.B.: Tuo fratello Bruno, un fisico impegnato nella fusione dell’atomo fugge in Russia, la tua era una famiglia molto unita. Quale ripercussioni ebbe quella fuga?  G.P.: Io comincerei ad eliminare la parola fuga, perché Bruno è andato in Unione Sovietica perché in quel periodo lui è stato comunista. Quando lui è sparito non abbiamo mai pensato che fosse successo qualcosa di brutto. Sapendo quanto lui fosse comunista, questa era una tra le ipotesi che avevamo fatto, cioè che lui fosse andato in Russia.   D.B.: Questa scelta ti ha danneggiato in qualche modo? G.P.: Sì mi ha danneggiato, ricordiamoci che era il periodo dei governi democristiani più duri, mi pare che fosse l’epoca di Scelba e quando io feci il mio primo film, il produttore, che doveva avere l’appoggio del Ministero, mi disse: “guarda, firmiamo il contratto ma se noi abbiamo dei problemi tu devi firmare con uno pseudonimo”. E così io ho firmato,  piuttosto che non farlo. Infatti inizialmente sul ciak del film c’era scritto: regia di Stefano Gillo.  D.B.: Nonostante la cortina di ferro, sei riuscito a mantenere i rapporti con tuo fratello?  G.P.: No, noi non abbiamo avuto rapporti per quattro o cinque anni, poi venne fuori la notizia, si seppe che lui era in Russia, e da allora potemmo scambiarci delle lettere. Poi io lo rividi perché andai al festival del cinema di Mosca  e lì ci siamo riabbracciati. D.B.: Giunge il momento del tuo primo lungometraggio, nel 1956 dirigi l’episodio “Giovanna” di “La rosa dei venti”, film curato da Joris Ivens. come è avvenuto il passaggio?  G.P.: Avevo molta paura devo dire la verità, perché non ero sicuro di saperlo fare, perché il salto dal documentario al film fiction mi spaventava, poi le cose sono state meno difficili, avevo una buona troupe che mi aiutava. Il film andò a Venezia. Tutti i miei film sono passati da Venezia, tranne Queimada, quello con Marlon Brando che era uscito prima e non poteva andare.  D.B.: La critica è concorde sul tuo grande esordio: Nel 1957 “La grande strada azzurra”, con Yves Montand, Alida Valli e Massimo Girotti, che vinse un premio al Festival Internazionale del cinema di Karlovy Vary.  G.P.: La grande Strada Azzurra” è un film pieno di compromessi, perché è commerciale.  Però è servito perché hanno visto che la macchina da presa la sapevo muovere.   D.B.: Nel 1959 giri un dramma: “Kapò”  presentato agli Oscar, ottenne la candidatura per il miglior film straniero, ambientato in un campo di sterminio nazista, è un capolavoro che ha inspirato Spielberg per il suo “Schindler’s List”. Secondo te è un tema esaurito Kapò?  G.P.: Secondo me il tema dello sterminio e dell’incredibile abisso di vergogna in cui era cascata l’umanità può essere toccato, deve essere toccato, perché anche le future generazioni che tenderanno naturalmente, con il passare del tempo, a dimenticare, devono stare in guardia su tutto quello che può portare a questi orrori.  D.B.: Scegli come protagonista femminile Susan Strasberg che recita secondo i canoni dell’Actor’s Studio, come ti sei trovato a lavorare con lei?  G.P.: Mi è capitato due volte con degli attori formati all’Actor’s Studio,  Susan Strasberg, come dicevi tu, e Marlon Brando. Effettivamente chi è nato nella scuola dell’Actor’s Studio ha delle capacità di espressione straordinarie e molto utili soprattutto nei grandi momenti del copione. Invece rallenta – questo forse fa ridere – tu sai che la lavorazione di un film è una cosa che è terrorizzata dal cronometro perché tutto costa milioni, perché ogni minuto costa milioni. Allora chi si è formato nell’Actor’s Studio , vuole sapere, prima di fare la scena, tutto del personaggio, chi era sua nonna, come pensava suo nonno, e il regista gli dice :“guarda che il sole sta andando via, fai presto, te lo spiego dopo, tanto qui devi guardare solo lì, tanto a me serve solo da qui a qui”. L’attore gli risponde: “Eh no perché io devo capire qual è lo stato d’animo…”. Quindi ora dico questo un po’ per scherzo ma in effetti, accanto ai grandi vantaggi di avere degli attori come Brando, – lui è straordinario proprio di natura, e la stessa Strasberg, devono molto alla formazione dell’Actor’s Studio – ma finisce anche  per rompere un po’ le scatole al regista.  D.B.: Ed eccoti al tuo più grande successo “La Battaglia di Algeri”, ti ha aiutato la tua esperienza di documentarista a girare le scene di massa per la strada? G.P.: Si, però bisogna stare bene attenti, che le scene che sembrano più rubate, devono, nel film, essere organizzate al millimetro. Per esempio il mio metodo per le scene di massa molto grosse, è questo: io disegno per terra col gesso il punto dove questo gruppo arriverà, cioè è tutto preordinato.  D.B.: Quanto è durata la preparazione del film “La Battaglia di Algeri”?  G.P.: E’ stata lunga, più di otto mesi, D.B.: La critica esalta la fotografia che si basa su forti contrasti, e conferisce immediatezza alle immagini come in un cinegiornale.  G.P.: Infatti, vedi, per questi film la fotografia è decisiva e noi per esempio, per “Algeri” abbiamo fatto più provini di fotografia, che per gli attori.  Abbiamo fatto settimane di prove, per avere una fotografia che rassomigliasse ai cinegiornali di attualità.  D.B.: Non mancò chi tentò la carta della demolizione, scrissero che il film era schematico, che concedeva troppo allo spettacolo, chi ti ha difeso in quella occasione? G.P.:  Veramente dove c’è stato più bisogno di difesa è stato verso quelli che dicevano che io ero stato troppo di manica larga con i paracadutisti francesi, ed è stato risposto da Solinas e da me che noi non avevamo nessuna voglia di dipingere i paracadutisti come dei mostri. Ci interessava solo di condannare o di criticare il comandante, il colonialismo.  D.B.: Quindi continua la tua collaborazione con Franco Solinas, una collaborazione tra l’altro che era già iniziata dal tuo primo film.  G.P.: A Franco Solinas devo moltissimo era uno dei più grandi sceneggiatori che siano mai esistiti, soprattutto nei miei primi film, io devo proprio tantissimo a lui. D.B.: Ci sono momenti della resistenza che hai vissuto, che poi sono finiti nella sceneggiatura dei tuoi film?  G.P.: No, però  girando “Algeri” mi sono reso conto che mi è servito molto conoscere i problemi che deve affrontare chi ha vissuto e lavorato clandestinamente nella resistenza.  D.B.: ”La Battaglia di Algeri” conquista a Venezia il Leone d’oro, è la conferma di un autentico capolavoro, la Francia lo censura e ne vieta la proiezione al pubblico. Fu una sorpresa spiacevole per te che ami la Francia? G.P.: No perché loro avevano perso la guerra in Algeria, è comprensibile, per di più i francesi sono sempre stati nazionalisti e su tutto quello che tocca le cose che li riguarda, ci vanno molto prudenti, quindi c’era da aspettarselo. Il film non uscì per quattro anni a causa di minacce terroristiche. Poi Louis Malle, si mise insieme con tre o quattro grossi registi francesi e disse che era una vergogna che un film così importante non fosse visto in Francia. E si misero d’accordo con delle organizzazioni giovanili democratiche  e lo fecero uscire sperimentalmente in quattro cinema a Parigi e le critiche -che erano state velenose all’epoca: prima, quando vinse il Leone d’Oro, un giornale francese scrisse “Un Leone d’Oro? Una medaglia di cioccolata bisognava dargli.”- Le critiche sono state entusiaste più ancora di quelle di altri paesi. Quindi si sono riprese. D.B.: L’America lo accetta con grande entusiasmo e viene candidato all’Oscar come film straniero, l’anno successivo viene premiato per la regia e per la sceneggiatura. Grande soddisfazione. Ma secondo te come mai gli americani, notoriamente di gusti difficili, applaudirono quell’epopea di antieroi? G.P.: Probabilmente, proprio perché era completamente diverso dal loro cinema ed hanno avuto uno shock, poi c’era nei registi americani una voglia di essere più attenti alla realtà. E questo è uno shock proprio in questa direzione perché dava un senso di verità.  D.B.: Queimada ti riporta in terra straniera, alle Antille, terra anche questa di colonialismo. Il protagonista è Marlon Brando, non puoi sottrarti all’obbligo di parlarcene con franchezza, un uomo o un mostro secondo te?  G.P.: Non vedo perché chiamarlo mostro, un mostro di bravura sono d’accordo, sì, e poi un uomo anche straordinario malgrado sia molto difficile lavorarci insieme perché è ombroso come un cavallo da corsa ma probabilmente è il più grande attore che sia mai esistito. Io ci ho litigato molto però sono felice di averlo avuto perché il successo di questo film è dovuto alla sua straordinaria interpretazione, lui oltretutto mette insieme due cose abbastanza rare: ha dei caratteri somatici, una bellezza straordinaria e una capacità di espressione mai vista,   D.B.: Ma come mai c’era questa tensione sul set a che cosa era dovuta?  G.P.:  La tensione era dovuta al fatto che lui, essendo stato per quindici anni il numero uno nel mondo, era abituato a lavorare in America, dove queste star fanno quello che vogliono della loro recitazione, è un professionista straordinario. Quando il regista lo vuole costringere in una direzione che non è quella che gli sembra giusta, segue l’indicazione perché è un professionista, ma ti odia a tal punto che ti potrebbe uccidere, io d’altra parte come ogni regista europeo, a differenza di quelli americani, ritengo che un film deve essere lo specchio dei difetti e delle qualità di una sola persona come ogni altra forma di espressione artistica e quindi quando sento che l’attore tende ad allontanarsi dal personaggio, così come è stato concepito scrivendolo, lo si riporta nella direzione giusta, gli si fa ripetere la scena anche quaranta volte. Questo ha creato una frizione, lui ha detto in un intervista a Life che come artista mi stimava moltissimo, ma come uomo non poteva neanche stringermi la mano, infatti, non ci siamo salutati dopo il film, ha detto che ero un dittatore, razzista, però io lo stimo enormemente, è una persona colta, cosa che è rarissimo tra gli attori e le star americane, legge, conosce e poi segue le proprie idee. Infatti lui ha donato metà dei suoi fondi per i diritti degli indiani, dei pellerossa che considera sfrattati vergognosamente dall’America.  D.B.: C’è un’altra storia che circola negli ambienti del cinema, si sostiene che per Queimada i produttori americani volevano importi Sidney Poitier mentre tu preferisti un attore preso dalla strada, come mai?  G.P.: Per la stessa ragione che un regista europeo pensa che il film deve farlo lui e basta. Scrivendo la sceneggiatura abbiamo pensato ad una faccia barbara, molto primitiva, del personaggio. Sidney Poitier -che è un attore che io adoro perché è il più grande attore nero che c’era a quell’epoca-, aveva però una faccia molto civilizzata e quando gliel’ho detto agli americani, hanno reagiti così: “Come? non vuole Sidney Poitier?” “No!”  “E dove spera di trovarlo?” “Cercandolo”.  Finalmente l’ho trovato facendo dei sopralluoghi, vidi passare un contadino a cavallo senza sella, l’abbiamo chiamato e lui è scappato via, abbiamo fatto suonare il tamburo nel villaggio di Motali, fatto di quaranta case di fango, sono venuti tutti e abbiamo avuto la fortuna di ritrovare anche lui; Brando è stato molto generoso perché gli ho detto: “Guarda, agli americani ho mentito, ho detto: “finalmente ho trovato il coprotagonista di Brando”, dice: “chi è?” “Un piccolo attore locale”, “ma siamo sicuri che parla inglese?” “Ma proprio inglese no”, non parlava una parola di nulla e a Brando invece ho detto: “Marlon, devo metterti in guardia perché qui gireremo ai tropici, farà caldo, con uno così la fatica tua si moltiplica, che faccio, te la senti?” E Brando: “ma ci credi davvero a questa faccia?”, Gillo: “assolutamente sì”,  “allora prenditelo e fregatene di me”.  Sidney Poitier Quando è uscito il film, il Washington Post, ha messo due fotografie uguali, quella di questo contadino nero, selvaggio che non aveva mai visto la luce elettrica, e Brando. Il titolo diceva: “Due grandi attori a confronto”  D.B.: Qual è la differenza tra un divo e un attore secondo te?  G.P.: Un attore può anche essere un divo, molto spesso lo è. Un divo è creato dai media, dalla moda, dai gusti, da tutto quello che io detesto intorno al cinema. Un attore è uno che ha dentro di se qualcosa.  D.B.: Che importanza dai alla colonna sonora, alla colonna musicale?  G.P.: Io credo che ogni regista ha una sua specializzazione, c’è chi sa dirigere bene gli attori, chi è noto per avere grandi capacità formali nei movimenti della macchina da presa, la mia caratteristica è saper gestire il matrimonio tra l’immagine sonora e l’immagine visiva, in maniera abbastanza positiva. D’altra parte io avrei voluto fare il musicista…  fare musica, dirigere un orchestra è come dirigere un film, la forma è diversa ma la sostanza è quella.  D.B.: Che spazio riservi tu all’amicizia?  G.P.: Enorme.  D.B.: Chi erano a quel tempo i tuoi amici tra gli intellettuali e gli artisti romani?  G.P.: Roma era una città abbastanza piccola, ci conoscevamo tutti, c’era Pasolini, Rossellini che considero un genio assoluto, poi c’erano tutti quelli che si occupavano di cinema, di letteratura e di politica e questo, credo, fosse un bene che purtroppo adesso non c’è più, c’è una dicotomia tra il mondo culturale e il mondo della politica che mi sembra negativa.  D.B.: Tu preferisci la solitudine o la compagnia?  G.P.: La compagnia limitata, poca gente.  D.B.: Nel 1979 realizzi la tua ultima opera cinematografica, “Ogro” che ricostruisce le fasi di un attentato contro la dittatura franchista, protagonista Gian Maria Volontè, che è un attore molto impegnato, che tipo di rapporto hai avuto con lui?  G.P.: Ottimo, era un uomo straordinario. Gian Maria era bravissimo, è forse il più grande attore che abbiamo incontrato dopo Marlon Brando.  D.B.: Il segno distintivo della tua opera cinematografica era: giustizia sociale ottenuta con la lotta di classe. Non credi che i tuoi film abbiano impaurito il mondo dei buoni borghesi?  G.P.: Non mi risulta, perché hanno incassato bene, siccome al cinema ci vanno anche i borghesi, io non credo, non sono neanche tanto d’accordo su lotta di classe, c’è un interesse per la condizione umana.  D.B.: Come mai questo è stato l’ultimo film, cosa è successo?  G.P.: Avrei potuto fare sessanta film, bastava accettare la metà di quelli che mi proponevano e ne avrei fatti almeno una sessantina, ma io sono dubbiosissimo, comincio a scrivere una storia, la propongo con entusiasmo al produttore, poi comincia a piacermi di meno e finisco col chiedermi: “ma perché si deve fare sto’ film?”, Non mi piace più. E’ un difetto congenito, ma ormai sono così, bisogna che quando faccio un film mi faccia pagare per vivere abbastanza fino al film seguente, visto che ne faccio uno ogni dieci anni.  GIULIANO GEMMA: Di Gillo Pontecorvo cosa dire, è un grande regista peccato che ha fatto pochi film, perché ogni volta che ne ha fatto uno, è stato qualcosa di insolito e molto interessante per il cinema italiano.  FRANCO MARIOTTI Anche se non ha fatto molti film, però è un grande, non è la quantità in questo caso che conta, ma la qualità.  D.B.: Il film sull’assassino del Monsignor Romero sembrava dovesse segnare il tuo ritorno dietro la cinepresa, come mai non lo hai realizzato?  G.P.: Si vede che sono uno che ha poche idee e quelle che gli vengono le cestina… ho anche scritto parecchia roba e l’ho buttata via, mi hanno proposto anche molti film ma non mi piacevano, poi mi hanno proposto Venezia -che non volevo fare- ma, poi hanno insistito e cinque anni sono stati occupati con Venezia. Sono contento perché è una cosa interessante, è un altro mestiere.  D.B.: Qual è il suo film che ami di più tu?  PAOLO VILLAGGIO: Ho sempre pensato che La Battaglia di Algeri sia uno dei film da portare nel prossimo millennio assieme ai Samurai di Kurosawa, Otto e Mezzo di Fellini, la Grande Guerra di Monicelli, a Citizen Kane di Orson Welles, lo metterei tra i primi dieci grandi film della storia del cinema.  GIULIO BASE regista Io credo che “La Battaglia di Algeri” sia veramente una pietra miliare. Però su tutti… devo dire Kapò, Queimada, in cui ha potuto dirigere Marlon Brando.  D.B.: Qual è il film di Gillo che ti è piaciuto di più?  FRANCESCO BRIGNANO A te qual è il film di Gillo che ti è piaciuto di più?  D.B.: Kapò  CARLO LIZZANI Basterebbero “Queimada” e “La Battaglia di Algeri”  BRUNO TORRI  “La Battaglia di Algeri”, so che lui preferisce “Kapò”, ogni tanto ne discutiamo, ma io credo che “La Battaglia di Algeri” sia nel suo genere un film veramente compiuto pienamente espresso, che raggiunge tutti gli obbiettivi che si era posto, rimane un modello per quel tipo di cinema, chiamiamolo politico, in senso lato.  G.P.: So benissimo che tutti dicono “La Battaglia di Algeri”, ma io credo che “Kapò” abbia molti più difetti, molti più errori che non “Battaglia di Algeri”. Però ha anche le punte più alte nella ricerca di linguaggio, quel tipo di fotografia lì che si avvicina al documento, al cinegiornale, io l’ho iniziato con “Kapò” e non Con “Algeri”, poi l’ho portato avanti con “Algeri”.  SAVERIO VALLONE  E’ un regista internazionale, in Italia non basta essere importanti, conosciuti, e bravi.  D.B.: So che i registi americani si studiano i tuoi film, inquadratura per inquadratura… G.P.: No non esageriamo, gli americani giustamente amano e riconoscono di avere dei miti nel cinema italiano neo realista e siccome sono dei personaggi ricchi ed hanno delle sale di proiezione in casa, e collezioni di film anche italiani del neo realismo e li conoscono, qualche volta ti stupiscono perché ti domandano: “ma in questo film come mai hai fatto quella scena”,  io: “scusa ma io mi ricordo appena di aver fatto il film”.   D.B.: Per molti sei il simbolo, un grande regista che ha dato un lustro internazionale al cinema Italiano.  G.P.: Posso solo ringraziare.  D.B.: Fin dalla prima edizione del festival di Venezia, hai dato un impronta memorabile, per come hai caratterizzato questo festival.  G.P.:  Erano tre o quattro cose che mi stavano a cuore e che credo abbiano caratterizzato queste cinque edizioni di cui mi sono occupato. La prima era di riportare il grande pubblico al lido, cosa che è riuscita benissimo, visto che abbiamo dovuto moltiplicare per cinque il servizio d’ordine.  Ho creato  una sezione che si chiama “Notti Veneziane”, una sezione quasi fuori festival nel quale noi mettiamo dei film di grande impatto popolare. E riportiamo le Star, non è che io ami  le star, ma le star portano il grande pubblico, quindi giocando sul fatto che ho grandi rapporti col cinema americano, ho fatto venire Dustin Hoffman, Robert De Niro etc. Punto secondo: il contatto con i giovani. Noi abbiamo lanciato fin dal primo anno, questo concorso per le scuole superiori, nei licei, per chi facesse il miglior tema sul cinema, sull’ audiovisivo, sulla televisione. I duecento migliori autori dei temi venivano invitati, -in Camping perché abbiamo pochi soldi-, a Venezia incontravano tutti i registi, tecnici e maestranze, i ragazzi quando andavano via dicevano tutti la stessa frase: “un’ “esperienza indimenticabile”. GIULIO BASE: Gillo Pontecorvo è un uomo che io stimo moltissimo; uno perché è un grande regista, due perché  quando ho fatto il mio primo film: “L’Est”, lo ha voluto portare al festival di Venezia . PAOLO VILLAGGIO: E’ tra le persone che mi hanno fatto vincere il Leone D’Oro a Venezia, quindi non posso che avere riconoscenza per lui. G.P.: Terzo, una cosa che riguarda soprattutto noi del mestiere. Una sezione creata già dal primo anno e si chiama “La Finestra sull’Immagine”, dove si fa vedere tutto ciò che è più stimolante nel mondo audiovisivo: dal documentario fino al film che, a livello di linguaggio o di contenuti, ha qualcosa di innovativo. Fino al provino fatto da un grande regista ad un attore che poi non ha preso, o il montaggio, fatto da un regista, contro il montaggio imposto dalla produzione. Tutto questo arricchisce molto ed ha creato un pubblico che si è affezionato e che ci ha permesso di fare quello che noi chiamiamo la politica di “Venezia capitale mondiale degli autori”. D.B.: Gillo, affermano in tanti che i premi devono essere assegnati da un meccanismo che tiene conto dei valori commerciali piuttosto che artistici, Tu cosa ne pensi? G.P.: Questo mi sembra veramente sbagliato, invece mi sembra giusto non ripetere un errore, -che anche gli altri grandi festival fanno spesso e che noi abbiamo fatto- e cioè che ci sia una  separazione troppo forte  tra il film premiato, il verdetto delle giurie internazionali e il gusto medio alto del pubblico. Secondo me si fa un danno se il film viene premiato, perché la gente non capisce più. Come in tutte le cose, si deve arrivare alla giusta via.  BRUNO TORRI critico cinematografico Quanto alla sua esperienza, di presidente di Cinecittà Holding, credo che sia stata positiva nel senso che ha contribuito a difendere la vocazione cinematografica di Cinecittà, a evitare, per quello che ha potuto, che ci fossero delle degenerazioni di tipo troppo televisivo, troppo filo Hollywoodiano, sto parlando dell’insediamento di un Warner Village nei terreni di Cinecittà. Ritengo che sia molto positivo che continui a rimanere nel consiglio di amministrazione di Cinecittà Holding dove potrà continuare a dare un contributo nel senso che ho detto: difesa, promozione del cinema italiano e della sua qualità. D.B.: Ti sei dato molto da fare per il riavvicinamento di due grandi cinematografie sorelle, la francese e l’italiana come mai? G.P.: Io ho sempre pensato che questo raffreddamento dei rapporti tra la cinematografia italiana e quelle francese fosse estremamente nocivo, era importante arrivare ad un accordo totale per riavvicinare le due cinematografie. Mi sembra decisivo perché, pensate, sono state fatte mille coproduzioni dalla fine della guerra ad oggi tra l’Italia e la Francia, tutti i film europei più belli sono realizzati con coproduzioni italo-francesi. Da Fellini, Antonioni, Scola, io stesso e tanti altri abbiamo sempre lavorato in coproduzione, quindi questo raffreddamento è un errore gravissimo che venne da parte dei francesi, non vi rendete conto che questo cinema europeo si basa sul binomio italo-francese, se voi lasciate perdere questo: siamo fottuti. Tutto questo spero che dia più lavoro ai giovani facendo rivivere qualche cosa che nel passato è stato molto importante. D.B.: Ma che cos’è il cinema per te? Arte, finzione, scuola di vita, evasione? G.P.: Ma il cinema in fondo è come la letteratura, è tutto. La letteratura può essere intrattenimento, come può essere arte, il cinema in gran parte è grande industria, commercio e intrattenimento, e non c’è nulla di male nell’essere così. Il cinema può essere anche arte, deve essere l’arte del nostro secolo, il secolo dell’immagine.  LUIGI ABETE presidente di Cinecittà Holding servizi: Persona molto simpatica e che sa vivere molto bene anche al di fuori del lavoro. Questo mi sembra importante in quanto riesce ad essere simpatico anche quando non sta sul set o in ufficio. D.B.: Io sto cercando di convincerlo a fare un altro film, vogliamo convincerlo tutti quanti?.  G.P.: Bisogna cambiargli il cervello….  D.B.: Tutti lo vogliono, Gillo.  D.B.: Quali sono i tuoi progetti per il futuro?  G.P.: Sto tentando di scrivere, nel senso che ho scritto il primo tempo -e mi pare modestamente bello- del prossimo film che vorrei fare, ma la seconda parte  la sto riscrivendo, mi sta tanto a cuore, tanto è vero che ho già fischiato al musicista tutti i temi della musica e questa è la prova che mi sta dentro. Spero di trovarla questa soluzione, sennò pazienza.  D.B.: Come mai ne ha fatti così pochi di film secondo te?  FRANCO MARIOTTI: Ma sai Gillo, io che ho vissuto con lui in questi ultimi dieci anni, molti dicono che è pigro, ma non è pigro, è un ottantenne come se fosse un diciottenne, perché ha un infinità di idee, di capacità anche ancora organizzativa, una fantasia incredibile.  PAOLO VILLAGGIO: Come uomo, come persona lo conosco, grande coraggio civile, molto onesto, mai sceso a compromessi, e poi… ha degli ottanta anni straordinari, bellissimi.  D.B.: Cosa pensi della vecchiaia?  G.P.: Bruttarella.  D.B.: Hai paura della morte? Ci hai mai pensato? G.P.: No stranamente perché a me piace di vivere, adesso come quando avevo diciassette anni, però quando penso alla morte non è nulla.  D.B.: Hai qualche rimorso? G.P.: Un sacco ma non te li dico. MILENA VUKOTIC: Un pensiero prima tutto di grande augurio e di affetto e spero che nel frattempo che io abbia la fortuna di poter fare una parte in un suo prossimo film. D.B.: Ti consideri una persona sincera, frontale, tu hai mai mentito a Gillo Pontecorvo? G.P.: Ma pensa se invece io fossi bugiardissimo, credi che ti direi che io sono bugiardissimo?, quindi io annullerei questa domanda, no lasciala sto scherzando. D.B.: Un pensiero su Gillo, così lo metto nel suo film biografico. SUSO CECCHI D’AMICO sceneggiatrice   Cosa vuoi che ti dica, lo conosco da troppi anni, si può stare a parlarne un mese, ma dire una parola sola è impossibile, gli vogliamo tutti bene. D.B.: Chi è oggi Gillo Pontecorvo? G.P.: Non lo so,  SUSO CECCHI D’AMICO:  E’ l’indecisione fatta persona, io sono la decisione fatta persona. CARLO LIZZANI regista Per me è un fratello, spiritoso, simpatico e affidabile.  SAVERIO VALLONE attore  E’ spiritoso, è brillante, è piacevole, e poi è intelligente. MARISA SOLINAS attrice E’ talmente bravo, talmente artista, talmente regista, che… LINO PATRUNO musicista Una persona dolcissima, tenerissima, però ha un carattere molto forte, è un uomo importante, si vede. FRANCO MARIOTTI:  E’ un grande, un grande perché pensa sempre al futuro e al bene degli altri. G.P.: Ma innanzi tutto sono grato a questi di Cinecittà, perché hanno anche avuto il tatto, la posizione amichevole di non dirmelo, di annunciarmelo stamattina per fare la sorpresa, e poi come vedi è venuta una festa enorme, c’è tutto il cinema italiano, e sono abbastanza toccato e anche divertito perché ci sono tante ragazze carine… D.B.: E l’amore che posto occupa nella tua vita?  G.P.: Sarei portato a dire, questi sono cavoli miei, ma diciamo che tipo di amore? D.B.: L’amore per una donna? G.P.:  Mi interessa molto, io ho avuto solo tre storie d’amore, al di fuori di quelle tre storie d’amore non ho mai detto una cosa gentile, cioè, …taglia qui, lascia il cavolo tanto lo puoi tagliare. Gillo Pontecorvo ci ha abbandonati il 12 ottobre 2006 a Roma ad 86 anni. La camera ardente è stata allestita nella Sala Protomoteca del Campidoglio,  alla presenza dei suoi amici, del cinema italiano e della politica, i funerali si sono celebrati il 15 ottobre in forma privata; adesso riposa nel Cimitero Monumentale del Verano di Roma.

Donatella Baglivo  

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