di Tommaso Chimenti
La Sardegna non è soltanto un luogo dove andare in vacanza, non è soltanto la narrazione del mare pulito, del porceddu, della bottarga, dell’immancabile Ichnusa, della bandiera con i quattro mori. Tutto vero, tutto giusto. Ma oltre l’Aga Khan e Briatore, le ville di Berlusconi e le sue bandane, gli yacht e i calciatori, i vip e le veline, c’è tutto un mondo fatto di nuraghe e malloreddus, di seadas e culurgiones, di tenores. E ci sono festival, come il “Nurarcheo” (quest’anno diventato maggiorenne) alla sua diciottesima edizione che girovagano per l’Isola cambiando location ogni tre, quattro anni in cerca di luoghi veri dove le tradizioni si percepiscono a pieno, dove le persone sono genuine, dove il senso di sarditudine è fresco e millenario insieme. Stavolta la direttrice Rita Atzeri (capofila del gruppo teatrale Il Crogiuolo) ha portato i suoi spettacoli di teatro di narrazione, monologhi e teatro d’attore, nel paese di Villanovaforru (settecento abitanti) tra Cagliari e Oristano, nel Medio Campidano. Due i luoghi, entrambi mistici e magici, dove si sono svolti gli spettacoli: l’Area Archeologica Pinn’e Maiolu e il Nuraghe Genna Maria, tra pietre antiche e ulivi calpestando sentieri e polvere millenaria. Si respira la storia. Un cartellone (imbastito dalla Atzeri insieme alla codirettrice Iaia Forte) che ha visto alternarsi, tra gli altri, nomi altisonanti del panorama nostrano da Giobbe Covatta a Chiara Lagani, Rita Pelusio e Saverio La Ruina oltre alle piece alle quali abbiamo assistito con Andrea Renzi, Mario Perrotta, Giuliana Musso, Lorenza Zambon. Il sindaco del piccolo comune Maurizio Onnis è uno scrittore (tra i suoi romanzi di successo “Il fotografo di Auschwitz”, “L’archivista”, “I bambini del treno” tutti firmati a quattro mani con Luca Crippa) tornato “a casa” dopo quasi trent’anni “in continente”, scrittore e intellettuale, pasionario e combattente soprattutto sul fronte delle pale eoliche che grosse società vorrebbero installare nel suo territorio e in tutta la Sardegna sfruttando un vulnus legislativo che permette la loro messa a terra senza parlare alla cittadinanza, senza confrontarsi con le amministrazioni, senza lasciare niente alle comunità. Nella zona ci dice che sono già attive quattordici pale eoliche, “mini” le chiama perché alte “soltanto” una trentina di metri mentre esistono dei progetti per sistemarne altre di oltre 200 metri di altezza. Come distruggere un paesaggio, una memoria. Una domanda che mi faccio sempre quando seguo rassegne teatrali in Sardegna è dove siano gli attori sardi, se esiste una lingua sarda da palcoscenico come nel tempo sono state sdoganate, dopo il napoletano di Eduardo, il calabrese di Scena Verticale, il siciliano di Emma Dante. Rimaniamo in attesa di una nuova rivoluzione anche se qui, soprattutto d’inverno, rimangono gli anziani e le giovani generazioni prendono la nave o l’aereo per studiare o per cercare lavoro. Tutti sembrano amare la Sardegna ma in pochi la vivono da settembre a maggio. Quando chiedo di un nome di un testo in lingua mi viene risposto il “Macbettu” di Alessandro Serra che però, incidentalmente, è nato a Civitavecchia. Diciamo innanzitutto che l’ingresso gratuito, comunque inevitabile, non ha favorito la disciplina di un pubblico che ancora deve essere “educato” alla performance dal vivo. Inciso questo doveroso per introdurre la prova di Andrea Renzi, volto iconico di un certo cinema d’autore (da Martone a Sorrentino passando per Virzì e Salvatores fino a Marco D’Amore e la serie Gomorra) e tra i fondatori di compagnie storiche come “Falso Movimento” e “Teatri Uniti”. Una Luna piena ci accoglie e ci protegge illuminandoci. Renzi gran signore della scena, elegante e raffinato, il suo è un sottovoce intimo che abbraccia la platea, la conduce dentro questa storia, un romanzo di formazione, che tutti ci tocca, sentiamo il profumo della nostalgia, ci passano attimi e momenti nella memoria.
L’attore, ormai adottato da Napoli, riprende in mano Raffaele La Capria e, dopo aver portato sul palco poche stagioni fa il suo “Ferito a morte”, stavolta è solo in scena con “La neve del Vesuvio”. Nella scorsa stagione abbiamo avuto la fortuna di vederlo all’opera con “Serotonina” e anche lì vedemmo un protagonista assoluto del nostro teatro contemporaneo. I suoi occhi curiosi guizzano mentre dietro di lui un filo teso (unico strappo ad una scenografia scarna e minimale) sostiene un grande foglio di carta che diverrà lenzuolo, coperta di Linus, paravento dove proteggersi o nascondersi. E’ la storia di Tonino, un ragazzino cresciuto a cavallo del Ventennio, la sua infanzia, adolescenza, la scuola. Un bambino filosofo che si chiede dove vanno a finire tutte le cose che scompaiono alla nostra vista. La forza di Renzi è proprio quella di non sottolineare, di non enfatizzare, di non calcare i toni o le sospensioni, il suo è un incedere leggero, quasi sussurrato, non debole ma morbido. E quel telo di cartone dietro, che all’inizio ci era sembrato fin troppo lieve e quasi inutile ed elidibile, prende tutto un altro significato e sapore: diviene un corpo a corpo con la materia, con i sogni, con l’avanzamento dell’età. Le ragioni del cuore e quelle della ragione, la rabbia per le situazioni incomprese e incomprensibili, come uno sfogo, come una corazza, come uno scudo e perché no anche un alibi, una bandiera, un qualcosa da distruggere, mangiare, sporcare. E’ proprio alla fine del racconto guardando i vari pezzi smangiucchiati e spezzettati, sminuzzati e triturati del grande foglio a terra che ci rendiamo conto, come un panorama, come un abito stropicciato da un abbraccio troppo energico, come un flashback, di tutto lo spettacolo che adesso ci frigge e scorre davanti agli occhi, pezzi di carta come pedine cadute degli scacchi, pezzi come passi di un cammino che abbiamo fatto noi pubblico insieme all’attore cult della pellicola sorrentiniana mitologica “L’uomo in più”. Un testo che è anche una grande dedica d’amore per la parola (“Avallo”), per la scrittura, per lo studio perché imparare e non smettere mai di cercare di conoscere e apprendere è il primo passo per essere cittadini consapevoli e pensare con la propria testa. Intanto Renzi sorride sornione, affabile, accurato, delicato.
Interessantissima è anche la storia che ci ha donato Giuliana Musso con “Qualcosa d’invisibile”, altra narratrice di lusso e carattere, affrontando la vita, ai più sconosciuta, dell’inventore del theremin (qui il bravissimo Leo Virgili), uno strano strumento, un sintetizzatore elettronico che potremmo definire magico perché in definitiva non esiste o meglio è composta da un piccolo parallelepipedo centrale, una base orizzontale e una esile asta di ferro verticale laterale. Se lo guardi non puoi capire da dove nascano i suoni. Già perché la musica nasce dalle mani, la destra che si muove simile all’arpeggio delle note della chitarra mentre la sinistra come un’onda che sente e si nutre di energia, come un direttore d’orchestra, che si spostano toccando onde elettromagnetiche che generano un sibilo simile al lamento di una sirena, al canto delle balene, un ronzio che se sfiorato fa suonare l’aria. Un’alchimia fantascientifica, praticamente, nata dall’incontro tra campi elettrici e campi magnetici, come un tuono soffuso, quasi erotico. Le mani addomesticano le onde con piccoli schiaffi, è come far risuonare l’aria con le mani in un flusso, una danza con le dita, una coreografia di movimenti che ipnotizzano e domano particelle invisibili e oscillazioni, accarezzando il vuoto di urla sommesse. La Musso (al pianoforte Giovanna Pezzetta) ha scritto un testo (purtroppo a leggio, abbiamo una idiosincrasia per quell’oggetto-feticcio) che spazia tra storia, geopolitica e ovviamente musica, ironia e dramma sulla vita dell’inventore di questo strumento geniale Lev Termen poi occidentalizzato in Leon Theremin da cui il nome dell’apparecchio. Una vita che comincia a Mosca dove studia brillantemente fisica e astronomia e al contempo si diploma in violoncello al Conservatorio e che, dopo l’invenzione di tale dispositivo, diventerà uomo d’affari e manager di se stesso. Tutti in Europa lo vogliono conoscere, parlarci, diventa l’attrazione, ben pagata, di teatri e salotti, a Parigi, Londra, Berlino e successivamente a New York, dove si stabilirà, viene considerato come una celebrità, una novità esotica, gli danno dello “sbalorditivo” e al suo strumento dell’“alieno” o che “ruba la musica agli Dei”. I suoni sembrano arrivare da un’altra Galassia, da un’altra dimensione e questo affascina, crea mistero. Conosce i potenti, diventa ricco, vende brevetti. Poi arriva la crisi del ’29 e come se non bastasse si innamora di una bellissima ragazza nera, una ballerina di Harlem. Due eventi che lo scaraventano fuori dal mercato e fuori dai salotti buoni perché non possono permettere che una afro entri tra i calici di champagne e le tartine di caviale. Ecco i debiti, lo sfratto, il permesso di soggiorno che scade e che non viene rinnovato. Da eroe diventa un reietto. Sullo sfondo però la cappa dell’URSS è sempre pronta ad avanzare pretese. Dopotutto siamo in clima guerra fredda e forse Theremin era stato mandato negli USA, o gli era stato concesso e permesso di rimanervi a godersi gli agi e gli ozi occidentali, per carpire informazioni e segreti di varia natura. Sta di fatto che viene rapito da agenti russi e riportato in Russia, messo in un gulag ai lavori forzati e successivamente in un campo dove erano stati sistemati altri scienziati. Inventerà le microspie. Non rivedrà più la moglie. Anche stavolta il comunismo si è rivelato per quel che è sempre stato: censura e prigione, illibertà e chiusura. Una grande storia che ci racconta, forse, la leggerezza dell’Occidente e la pesantezza criminale della Russia, cosa che paghiamo tutt’oggi.
E per concludere la forza della comunità di Lorenza Zambon con “Zattere fra i rami”, narratrice ed attivista che ogni volta ci racconta un pezzo politico con il suo incedere da favola contemporanea, storie vere prese dalla realtà, recuperate dal suo vissuto, sempre in prima linea. Si può essere più o meno in linea con le sue idee ma la potenza, la vicinanza, la solidarietà che i suoi racconti stimolano sono senz’altro da essere incentivati, protetti, curati. Si presenta: “Sono una cacciatrice di storie, anzi sono le storie che cercano me”. E allora stavolta ci porta in un piccolo boschetto a Gallarate perché le sue storie sono minime ma mai insignificanti, anche se di provincia hanno dentro grandi insegnamenti, una morale che ci dice di non mollare mai, di insistere se riteniamo che le nostre convinzioni siano legittime, di stare nella legge ma anche, talvolta, di sovvertirla se sentiamo di non essere rispettati o almeno non ascoltati dalle istituzioni. Insomma, un piccolo appezzamento di terra con querce, pioppi, cedri, edera e rovi, il tutto cresciuto selvaggio e spontaneo tra le case popolari, l’autostrada e la ferrovia; e ancora volpi, ricci, conigli. Il suo è un teatro ambientalista che non può prescindere dall’aspetto naturalistico: i suoi occhi blu profondo ci indagano ma con serenità. Il sindaco della zona vuole abbattere il bosco per costruire un istituto scolastico che comprenda tutte le scuole del territorio abbandonando tutte le scuole già esistenti: costruire nuovo cemento lasciando le altre strutture preesistenti dismesse nel comune. Una scuola poi, attaccata ad autostrada e ferrovia, non può far altro che aumentare il traffico in una zona nevralgica. Inizia un passaparola che fa sì che al bosco arrivino da una parte gli anziani del posto che lì vicino hanno gli orti definiti “abusivi” e dall’altra tanti giovani manifestanti. Gli anziani picchettano fuori mentre i ragazzi penetrano all’interno e salgono sugli alberi così che non possano abbatterli. Si crea una unione, un amalgama, un ponte tra queste due generazioni, un passaggio di consegne che fa bene ad entrambi i gruppi. Il presidio è fonte di scambio, di gioia, di avventura tra gli occupanti e i presidianti mentre fuori Polizia, giornalisti, politica locale e Digos si affollano. Due mondi diversi, molto differenti e non soltanto per età che si ritrovano a lottare e combattere per un unico obbiettivo. La Zambon ci porta dentro i sentieri del boschetto, il suo silenzio, i suoi profumi, il fresco; il suo mondo è un luogo da salvare dall’asfalto e dalla politica che non vede oltre il proprio naso, poco lungimirante. E ci restituisce tanta energia e una possibilità, un’altra via, una forma di condivisione e di dialogo anche se la storia (vera) finirà male e non con l’happy end sperato perché a settembre la Polizia fa irruzione, i ragazzi vengono schedati e sgomberati da celerini, cinofili, addirittura un elicottero. Pioveva ma “quel giorno non pioveva, era il bosco che piangeva”. Il bosco è morto ma la lezione di vita è ancora intatta: non bisogna lasciar correre le cose nel menefreghismo, bisogna protestare, far sentire la propria voce, non essere complici, anche se le cose andranno male, mai aver paura di avanzare obiezioni e domande soprattutto nei confronti della politica locale che dovrebbe fare gli interessi dei cittadini che l’hanno votata e che invece, spesso, ha tutt’altre logiche da perseguire. Il bosco non c’è più ma la ricchezza immateriale di quel legame va al di là del concreto, del tangibile. E il teatro di Lorenza Zambon lo ha reso immortale.




