Tra la Svizzera italiana e Milano, gli Alma Acoustic hanno costruito negli anni un’identità ben definita, lontana dalle logiche dei grandi centri ma profondamente legata alla lingua italiana e a un modo personale di raccontare la realtà. Nel nuovo album Bevi. Dimentica. Obbedisci. la band prosegue un percorso artistico che unisce ironia, osservazione sociale e scrittura cantautorale, mantenendo intatta la propria cifra stilistica pur arricchendo il suono grazie all’ingresso di nuovi musicisti.
In questa intervista gli Alma Acoustic raccontano cosa significhi fare musica da una terra di confine, spiegano perché non hanno mai sentito il bisogno di trasferirsi definitivamente in Italia e riflettono sul valore dell’ironia come strumento per affrontare temi complessi. Un dialogo che mette al centro il rapporto con il territorio, la crescita artistica e la volontà di continuare a percorrere una strada personale.
Vi siete mai sentiti “di provincia” rispetto a Milano o Roma?
Di provincia no, di frontiera sì, e non è la stessa cosa. La provincia guarda al centro e si sente indietro. La frontiera sta su un confine e vede due mondi contemporaneamente. Noi siamo a Chiasso, letteralmente l’ultimo paese prima dell’Italia, e questo ci ha sempre dato una prospettiva strana e utile: siamo abbastanza vicini a Milano da sentire cosa succede, abbastanza lontani da non doverci adeguare. Non abbiamo mai inseguito le mode della scena milanese o romana perché non era il nostro habitat naturale e, paradossalmente, questo ci ha permesso di fare quello che volevamo senza chiederci se fosse “il momento giusto” per farlo. La distinzione centro-periferia ha perso significato per chi fa numeri enormi sui social, ma per chi costruisce un pubblico reale concerto per concerto il territorio conta ancora. Il nostro pubblico è qui, tra Lugano e Milano, e lo conosciamo per nome.
Quanto ha influito il vivere in Svizzera sulla vostra identità artistica?
La Svizzera italiana ha influito tantissimo, e in modo molto concreto. Qui la scena musicale è dominata dal rock, dal blues e dalle cover band. È una tradizione radicata, rispettabile, ma che lascia poco spazio a chi vuole fare altro. Cantare pop in italiano, con testi ironici e uno sguardo cantautorale, in questo contesto non è normale: è una scelta controcorrente che devi giustificare ogni volta, almeno all’inizio. Noi quella battaglia l’abbiamo combattuta consapevolmente, con quello che chiamiamo il nostro manifesto anti-rockismo, cioè il rifiuto dell’idea che il rock sia intrinsecamente più autentico del pop e che cantare in inglese sia più serio che farlo in italiano. Difendere il cantautorato pop in italiano nella Svizzera italiana ci ha resi più consapevoli di quello che facevamo e del perché lo facevamo. E poi c’è un’altra cosa: cantare in italiano qui non è scontato come in Italia. È una dichiarazione. Ogni volta che sali sul palco stai già dicendo qualcosa prima ancora di aprire bocca.
Avete mai avuto la tentazione di trasferirvi in Italia?
Alcuni di noi ci hanno vissuto in passato, alcuni ci vivono attualmente: siamo davvero a cavallo. Per noi Milano è a quaranta minuti, l’industria musicale italiana è lì e molte opportunità sono lì. Spostarsi a Milano non ci gioverebbe al momento. Parliamoci chiaro: perderemmo una delle cose che ci rende originali in quel contesto e sarebbe quasi come abbandonare la nostra missione di salvaguardia della musica scritta in italiano in Svizzera. Un’altra band indie cantautorale di Milano è un’altra band indie cantautorale di Milano. Una band cantautorale della Svizzera italiana che canta in italiano è già di per sé una storia da raccontare. Siamo qui e abbiamo deciso di usare questa posizione come identità.
Con il nuovo album avete raggiunto una maggiore maturità. Cosa fate diversamente?
La scrittura è maturata. Abbiamo potuto collaborare con musicisti e maestri di altissimo livello che ci hanno dato nuovi spunti e strumenti, ma la nostra voce, la nostra firma, è rimasta identica. Siamo quelli che affrontano temi di attualità, società e costume in modo profondo, mai banale e soprattutto con ironia: è la nostra chiave per arrivare meglio alle orecchie anche del pubblico più distratto. In Bevi. Dimentica. Obbedisci. insieme a me (Maurizio, voce) e Orio Oliveri (chitarra), che siamo i componenti storici della band, si sono uniti grandi musicisti, professionisti e insegnanti dei rispettivi strumenti: Guido Lazzaroni (batteria), Christopher Cornacchini (basso) e Pietro Pavanelli (chitarra). Il loro contributo ha fatto crescere notevolmente il sound della band.
Il vostro approccio al quotidiano che diventa universale: è spontaneo o cercato?
È spontaneo. Abbiamo qualcosa da dire e valutiamo se ha senso dirlo, se può accendere qualcosa in chi ascolta. Il punto di partenza è quasi sempre una sensazione, un disagio, la percezione che le persone vivano il tempo lasciandosi trascinare senza capirlo davvero. E allora cerchiamo di porre l’attenzione su quei temi partendo da qualcosa di concreto: una scena per strada, un gesto, una frase sentita per caso. Arturo, per esempio, nasce dall’esigenza di raccontare la distanza che oggi esiste tra quello che mostriamo sui social e quello che siamo nella vita vera. Invece di dirlo in modo diretto, lo diciamo attraverso gli occhi di un gatto che gira per i cortili e osserva quello che noi facciamo finta di non vedere. È sempre così: prima il tema, poi il modo più concreto e inaspettato possibile per raccontarlo.
Qual è l’elemento che vi rende davvero diversi?
Probabilmente il fatto che prendiamo l’ironia sul serio. Sembra un paradosso, ma non lo è: molta musica ironica è ironica per non essere presa sul serio, per tenersi una via d’uscita. La nostra ironia è uno strumento per dire cose che altrimenti sarebbero troppo pesanti o troppo ovvie, non per evitarle. Arturo fa ridere, ma parla della distanza tra quello che siamo e quello che mostriamo. Bevi. Dimentica. Obbedisci. suona come uno slogan pubblicitario, ma è una critica alla società della performance digitale. Usiamo il comico come cavallo di Troia: entra dalla porta del sorriso e lascia qualcosa dentro che ci metti un po’ a metabolizzare. In un panorama indie italiano dove la serialità emotiva è diventata quasi un genere a sé, noi stiamo dall’altra parte: osserviamo, sorridiamo e poi diciamo la cosa difficile senza annunciarla.

