Buonasera, Graziano! Intanto, grazie per aver accettato nuovamente il nostro invito: ne siamo onorati. Parliamo di te. La tua carriera sembra davvero in continua evoluzione: tanti progetti molto importanti all’orizzonte, un’opera monumentale con la regia di Daniele Salvo — grande artista e visionario della scena italiana —, un premio meritatissimo nella tua Sicilia e molto altro. Ci racconti qualcosa del tuo futuro prossimo?
Un’intervista è sempre l’occasione per determinare un punto nave. E vi ringrazio nuovamente. Le componenti da considerare sono sempre molte e le variabili infinite: la rotta di navigazione, in mare come in aria, deve tenere conto di tutto. La preparazione è fondamentale: è il viaggio!
Il teatro è certamente in crisi. I maestri, i registi importanti, la politica, gli operatori culturali, il pubblico, i giovani, la formazione, le tournée… Ricordo sempre questo stato di crisi del teatro, in tanti anni. È la componente fondamentale per cercare le forme appropriate dell’atto teatrale. Il teatro testimonia la crisi ed è, al tempo stesso, la possibilità del suo superamento: l’azzardo verso un’illusione «consapevole».
Noi artisti esprimiamo questo gap, questo iato, che ci permette di guardarci con la leggerezza — e forse anche con la necessaria stupidità — indispensabile per ricercare noi stessi e offrire al pubblico la possibilità di vedersi e riconoscersi. Temo, invece, un teatro di regime, capace di accomodare tutto e di non guardare più alla meraviglia.
Con Daniele Salvo proseguiamo da anni questa ricerca e possiamo contare su un humus comune, su una complicità artistica e creativa, avendo avuto maestri comuni e condividendo una rotta. La sua capacità di ideare e di condurre la parola e l’azione scenica è per me sempre entusiasmante.
Con Elisabetta Pozzi la condivisione dello spazio scenico nasce più di vent’anni fa, nel Benessere di F. Brusati. Sono stato anche interprete, anni fa, della sua prima regia, Viaggio al centro della Terra, e il nostro rapporto è sempre stato particolarmente stimolante. Come quando si facevano gli spettacoli con Ronconi: si aveva sempre la sensazione di prepararsi a partire per la Luna!
Il premio ricevuto a Portopalo di Capopassero, «Più a sud di Tunisi», mi ha riempito di gioia per molti motivi: innanzitutto, per il ritorno in un territorio meraviglioso, legato alla mia infanzia; poi per la qualità dei giornalisti e il valore dei premiati; infine, per il fatto che Tiresia continua a donarmi gli occhi della sua verità.
Per il futuro cerco soltanto di non avere paura, di non lasciarmi irretire dalla paura, di cogliere le evoluzioni e le occasioni di crescita, sforzandomi di usare un linguaggio proattivo e ottimista, e di lasciar andare ciò che non posso bene-dire!
Qual è il tuo segreto? O meglio: qual è la formula che ti fa essere Graziano Piazza, artista poliedrico e impegnato, a tratti unico nella scena italiana?
Ecco il segreto: tagliarmi la testa quando penso troppo, mantenere un cuore leggero, non permettere alla pigrizia di abitarmi troppo a lungo con la sua dolce medicina. Quindi muovermi, spostarmi dall’emozione negativa che «prende anche il caffè» — direbbe Battiato.
Un altro segreto è questo: in tutto ciò che facciamo, dagli atti ai pensieri, possiamo riconoscere il prolungamento della nostra attitudine; quindi, esprimiamo noi stessi in ogni cosa.
Ultimo segreto: perché sono qui, ora? Che cosa devo vedere? Che cosa devo imparare? Atletica della Presenza!
Ma, come me, ci sono tanti campioni, e con molte più medaglie. Chissà quanti altri segreti ci saranno ancora… come diceva una persona a cui volevo molto bene: «Il meglio deve ancora venire»! Ed era un gran campione!!
Parliamo del presente e dell’immediato futuro: Ero, l’ultima luce, scritto da Alessandro Pertosa, con Melania Fiore come protagonista. Abbiamo letto che la sua anteprima, avvenuta in Val Bormida, nell’ambito del Festival Rete dei Teatri, è stata un successo. Che cosa piace di questo spettacolo?
La componente poetica della parola, la creazione di uno spazio scenico particolare e la partitura precisa del veicolo emotivo, intendo la musica del suono e della parola, hanno trovato un corpo e un’adesione interpretativa capaci di trasmettere quell’amore che Ero propaga intorno a sé. La Fiore sta sviluppando, replica dopo replica, questo «stato» e si fa canale. Il pubblico sembra aver bisogno di questa fede assoluta nell’amore.
Ero sorprende: la sua attesa di Leandro diventa la nostra speranza; la sua incrollabile fiducia in ciò che sente si trasforma in una vitalità senza giudizio, senza ragione, fatta solo di cuore, pulsione e speranza. Una vitalità capace di percorrere le ere fino a giungere a noi: stanca, ma ancora desiderosa di credere, perché è vita! I neuroni a specchio fanno tutto il resto!
Graziano, la drammaturgia di Alessandro Pertosa è densa, filosofica e fortemente poetica. In veste di regista, come hai affrontato il passaggio dalla parola scritta alla tridimensionalità della scena? Qual è stato il tuo corpo a corpo con il testo? Che ruolo gioca la musica in questo spettacolo?
Alessandro Pertosa ha creato con sapienza un poemetto intriso di svariate suggestioni, con veri e propri movimenti musicali. In ogni immagine esprime una dimensione quasi evanescente del personaggio: come se Ero si annullasse nelle sue stesse parole, come se fluttuasse al modo di quella fiammella che si sforza di rimanere accesa.
Ho cercato di creare un corpo scenico in grado di mantenere questo continuo fluttuare e, nello stesso tempo, di incidere concretamente in un tessuto emotivo fatto di scoppi improvvisi e di dolcezze sovrumane.
La dualità continua delle immagini poetiche crea l’attrito capace di suscitare l’emozione e la bellezza della verità. La lotta consiste nel cercare questa autenticità senza lasciarsi imbrigliare troppo dalla retorica delle immagini belle ed evocative.
La musica ha il compito di veicolare la poesia. È quasi un melologo che vive nel “correlativo oggettivo” della fiamma: una fiamma che si muove, che brama, che arde, che vuole ostinatamente credere nel proprio amore. È una grande occasione per Melania Fiore, può dare sfogo a tutta la tavolozza della passione e persino al suo contrario. Vive come se anche lei fosse la metafora delle proprie parole; dà corpo alla sua inusitata attesa del tempo. In alcuni momenti sono stato anche particolarmente assertivo, durante le prove, perché il processo potesse avviarsi con precisione. Ora, replica dopo replica, troverà la propria dimensione. Un monologo è anche questo: lo sviluppo costante di un processo.
La musica, con i suoi tempi, può sembrare casuale, ma in realtà è profondamente innervata dallo spartito emotivo dello spettacolo, come un “teatro di Poesia”. È una griglia molto rigorosa, che richiede un grande lavoro di presenza e la disponibilità a lasciarsi andare soltanto dopo aver interiorizzato il ritmo.
È un artificio profondamente naturale e vero, come dovrebbe essere, del resto, ogni forma di recitazione.
Parliamo del cuore pulsante di questo spettacolo: Melania Fiore, un’attrice di straordinaria intensità. In che modo la sua presenza scenica ha influenzato le tue scelte registiche?
Sono stato attento a lasciare che le sue doti emotive si mettessero al servizio di questa attitudine. Ho cercato di portare la sua stessa immagine «romantica» sempre più verso la necessità di una materializzazione concreta di quelle immagini evocative, senza permetterle di trovare la comodità interpretativa esclusivamente attraverso l’emozione, ma suscitando continui attraversamenti del pensiero. “Ronconianamente”, ho fatto in modo che il racconto non diventasse semplicemente romantico, ma esprimesse una propria patologia: una necessità di praticare il desiderio e di ricercare l’ostinazione del «credere» attraverso il corpo.
Anche i suoi movimenti si prolungano nella scenografia/costume, ideata con Maria Alessandra Giuli: uno spazio che Melania deve abitare contemporaneamente come prigione e come scelta.
Lo spartito fisico è nelle sue corde, ma qui le viene richiesta un’attenzione che la conduca costantemente oltre se stessa. Sa che ogni gesto e ogni stato hanno continui riflessi intorno a sé e riverberano nella parola, che diventa gesto, postura e ponte con l’intera scena.
Melania è quella fiamma che arde e rischia di spegnersi. Siamo vicini, per certi aspetti, a un teatro dell’assurdo. Come in Giorni felici di Beckett, crea il proprio mondo: da sempre, forse per sempre.
Parlando di Ero, questa «piccola luce fragile e ostinata»: secondo te resisterà all’onda degli eventi e durerà nel tempo? Avete in programma altre repliche?
Oggi più che mai, questo testo e questo spettacolo possono suscitarci emozione. Abbiamo bisogno di credere nell’amore; abbiamo bisogno di praticare la ricerca di questo stato.
L’atto di condividere in scena questo mito produce, almeno per me, una forma di guarigione di cui sento profondamente la necessità. Credo che la proposta nata dall’incontro tra Pertosa, la Fiore e la mia collaborazione possa attraversare le tempeste degli eventi e avere un ampio orizzonte nel tempo.
Diverse realtà — festival e teatri — ci stanno chiedendo informazioni e materiali per le loro programmazioni. Ringrazio anche la produzione, Bottega del Pane, che ci permette di organizzare i prossimi appuntamenti di agosto e quelli in programma tra settembre e dicembre, offrendoci la necessaria sicurezza organizzativa.
La fiamma di una candela può spegnersi facilmente. Occorre una grande cura per mantenerla accesa: senza bruciarsi, illuminando senza ferire i sensi, ma guidandoci con delicatezza nella grande notte dell’amore di Ero. Quella notte «che ricrea e innamora», come scrive San Giovanni della Croce.
Stefano Duranti Poccetti


