Youssef De Luna: «La provincia è lo spazio in cui impari ad ascoltare te stesso»

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Con “Citra Scina”, Youssef De Luna continua a costruire un percorso artistico che parte dalle proprie radici per aprirsi a una dimensione universale. Il territorio, la memoria e il paesaggio diventano elementi vivi della sua scrittura, capaci di dialogare con una ricerca musicale che rifugge ogni forma di omologazione. In questa intervista il cantautore racconta il significato del suo nome d’arte, il valore della provincia come luogo creativo, i dettagli nascosti del nuovo singolo e le prospettive di un progetto destinato a proseguire nei prossimi mesi con nuova musica.
“Citra Scina” richiama un immaginario profondamente legato alla tua terra. Ti senti un cantautore “di provincia” nel senso più nobile del termine, cioè capace di raccontare un luogo specifico per parlare a chiunque?

 

La provincia per me è quella condizione di spazi aperti, di tempi distesi, di silenzi necessari alla scrittura, per lasciar fermentare il proprio vissuto e non essere sempre preda dell’ultima novità, della nuova moda. È questo che mi ha insegnato l’essere nato e cresciuto in provincia, questa connessione con se stessi che forse sì, permettendoti di andare in profondità, ti permette di toccare qualcosa che sta a cuore anche ad altre persone.

Nei tuoi brani il territorio non è mai solo uno sfondo, ma sembra diventare un vero e proprio personaggio. Quanto è importante mantenere questo legame con le tue radici, anche in un panorama musicale sempre più omologato?

L’aria, i cieli, gli alberi, i mari, le strade, le case, le voci e i cibi di cui ci siamo nutriti durante l’infanzia e l’adolescenza, fanno parte ormai delle nostre cellule. È inevitabile che risuonino quando suoni, canti o scrivi una canzone.

Il nome Youssef De Luna è molto evocativo. Come è nato e quanto racconta davvero della tua identità artistica e personale?

“Youssef” è il mio nome in arabo. Avevo da poco partecipato come attore a uno spettacolo teatrale su un poeta danese di origini palestinesi, Yahya Hassan. Lui si sentiva estraneo e allo stesso tempo vicino sia alla cultura araba che a quella occidentale. È quello che provo nei confronti delle varie culture o dei vari generi musicali: sento un legame con ognuno di loro e allo stesso tempo mi sento estraneo.

“De Luna” nasce da una fascinazione per questo corpo celeste, per quella sua luce dolce e perturbante che ti spinge a osservarti dentro, a riflettere, come lei riflette la luce del sole… e a riflettere sul fatto che, forse, anche la luce che noi emaniamo è pur sempre luce riflessa, non nostra.

Con “Citra Scina” hai dato voce a immagini e atmosfere molto precise. C’è un dettaglio del brano che pensi possa sfuggire a un primo ascolto ma che, per te, è fondamentale?

Mi sono divertito molto a incastrare ritmi diversi: la cassa della batteria non necessariamente va insieme al basso, il basso non segue il riff di chitarra, ecc. Ma ciò che conta di questi dettagli è il paesaggio sonoro che vanno a delineare, la sensazione che senti immediatamente sulla pelle, nelle gambe, nella pancia.

Negli ultimi anni hai costruito un percorso sempre più personale. C’è qualcosa che senti di aver imparato su te stesso come autore grazie a questo nuovo singolo?

Sì, far suonare semplice la complessità, non ostentarla, sia nella musica che nel testo.

Dopo “Citra Scina”, quale direzione immagini per il tuo progetto? Stai già lavorando a nuovi brani che porteranno avanti questo racconto oppure senti il bisogno di cambiare prospettiva?

Ci sono altri brani che usciranno a breve, che sono nati più o meno nello stesso periodo e che confluiranno, credo, in un EP. Ogni canzone ha una sua atmosfera precisa, ma c’è un sostrato comune. Le nuove canzoni che ho cominciato a scrivere invece… ma di questo magari ne parliamo tra un annetto o qualcosina di più.

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